SITO ANARCOLIBERALE A CURA DI DOMENICO LETIZIA. Laboratorio per un Neo-Anarchismo Analitico che sia Liberoscambista, Volontarista, Possibilista e Panarchico con lo sguardo verso i valori del Liberalismo Classico, del Neo-mutualismo e dell'Agorismo. Un laboratorio che sperimenti forme di gestione solidali, di mercato dencentralizzato e di autogestione attraverso l'arma della non-violenza e lo sciopero fiscale, insomma: Disobbedienza Civile

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giovedì 30 ottobre 2008

Una risata ci seppellirà


Un gruppo di ricercatori del King College di Londra ha sottoposto 800 bambini tra i 13 e i 14 anni ad una serie di test per misurare la loro comprensione di concetti scientifici astratti quali volume, densità, quantità e peso. I risultati, confrontati con quelli di un simile esercizio eseguito nel 1976, hanno riservato una brutta sorpresa:
In una prova conosciuta come la prova del pendolo appena poco più di uno su dieci ha raggiunto il punteggio più alto che richiedeva un “più alto livello di pensiero,” un calo significativo dal risultato del 1976 di uno su quattro.
In una seconda prova, che ha valutato l'abilità di pensiero matematico, uno su cinque ragazzi aveva ottenuto i più alti punteggi nel 1976 mentre la cifra dallo studio più recente è stata soltanto di uno su 20. Ma il successo medio è risultato simile in adolescenti da entrambe le generazioni.
Il professor Michael Shayar, che ha condotto lo studio,
crede che il declino nelle capacità intellettuali sia accaduto durante gli ultimi 10 - 15 anni e potrebbe essere un risultato dei programmi nazionali di studi che fanno esercitare i bambini su test così come i cambiamenti nelle attività di svago dei bambini, come un aumento nei giochi elettronici e nelle ore alla televisione.
Ora, non c'è dubbio che i programmi educativi statali non siano esattamente il metodo ideale per coltivare l'intelligenza nei bambini, e che anzi siano uno strumento perfetto per livellare le differenze verso il basso, ma pare che per gli ingegneri sociali d'oltremanica questo non sia abbastanza. Infatti, sempre in Inghilterra, si sta pensando ormai da diversi mesi di fluorizzare l'acqua, come accade in America, mentre a Sheffield già lo si aggiunge al latte che le scuole offrono agli alunni.
Lo scopo, naturalmente, è umanitario: proteggere i denti dei bambini meno abbienti, nonostante le proprietà di protezione dalla carie del fluoro rimangono ancora largamente disputate. In compenso, ad essere invece provati da una lunga serie di studi sono gli effetti collaterali di questo agente chimico, che anche in piccole dosi si accumula nell'organismo. Leggiamo da una ricerca americana del febbraio di quest'anno:

“Sappiamo che l'eccessiva ingestione di fluoro abbassa i livelli dell'ormone tiroideo, cosa particolarmente critica per le donne con ipotiroidismo infraclinico; bassi livelli materni della tiroide interessano avversamente lo sviluppo neurologico fetale,” segnala un prestigioso comitato di scienziati e professionisti del settore medico-sanitario in una Dichiarazione di Consenso Scientifico sugli agenti ambientali connessi con i disordini nello sviluppo neurologico.

Studi da essi esaminati ed altri collegano il fluoro alle anomalie del cervello e/o ai deficit di quoziente d'intelligenza.

“La domanda è quale livello di esposizione provoca gli effetti nocivi ai bambini. La preoccupazione primaria sono gli itinerari multipli dell'esposizione, dall'acqua potabile, dagli alimenti e dai prodotti di cura dentale, che possono provocare un'esposizione cumulativa al fluoro sufficiente per causare effetti sullo sviluppo,” scrivono.

Gli autori avvertono che “date le gravi conseguenze del LDDs [inabilità dell'apprendimento e dello sviluppo], un approccio precauzionale è consigliato per proteggere i più vulnerabili della nostra società”
Ma tali preoccupazioni non sembrano turbare i funzionari di governo britannici, irremovibili nella loro “guerra alla carie” che promette ai cittadini un futuro di sorrisi splendenti a trentatré denti. Che ci sarà da ridere, con questi chiari di luna, non si sa, ma dato che risus abundat in ore stultorum possiamo a buona ragione immaginare che l'istupidita umanità del futuro sarà – finalmente – felice e sorridente. I nostri benefattori lavorano per questo.
Articolo da: http://gongoro.blogspot.com/

martedì 28 ottobre 2008

La crisi dell’anarchismo e l’ethos liberale


Sul pensiero di Luce Fabbri (intervistata da Cristina Valenti su Rivista A 247) interviene criticamente Pietro Adamo.

Nel secondo dopoguerra l’anarchismo è andato incontro alla crisi decisiva, con un progressivo esaurirsi della sua presenza nell’immaginario occidentale. I pensatori e i militanti hanno reagito in modi diversi. In maggioranza si sono adeguati alle parole d’ordine della sinistra marxista, accettandone l’egemonia sul piano intellettuale e conformandosi alla sua visione manichea del mondo, sia pure con esplicite divergenze sul piano delle conclusioni. Un esempio rappresentativo di questo genere di atteggiamento lo troviamo in una delle donne «forti» del movimento, Maria Luisa Berneri, di cui fu pubblicata, nel 1952, una raccolta postuma di articoli. Il titolo del libro era Neither East nor West : l’autrice poneva sullo stesso identico piano l’Unione Sovietica, con i paesi del socialismo reale, e l’Occidente capitalista e liberale. L’idea portante era che entrambi i sistemi fossero egualmente e analogamente repressivi e inumani. Il fatto che il suo libro potesse esser pubblicato nel West, dove gli anarchici erano (relativamente) liberi di far propaganda culturale o di organizzare sindacati, mentre a East professarsi anarchico voleva dire prenotarsi un simpatico posto di villeggiatura coatta in Siberia, non toccava la sostanza del suo argomento. Il socialismo reale e il capitalismo reale erano due orrori; d’altro canto - e qui assumeva rilevanza l’influenza della sinistra istituzionale - per il socialismo "ideale" restava sempre un’ancora di salvezza.
Tra gli anarchici esistevano per fortuna anche altre tendenze - in Italia ben rappresentate, per esempio, dalla Volontà di Giovanna Berneri e Cesare Zaccaria - meno propense a condividere senza traumi l’immaginario comunistoide. Leggere i vari pamphlet pubblicati da Luce Fabbri in questo periodo è di fatto un’esperienza rinfrescante. Ai dogmatismi e alle certezze si sostituisce uno spirito critico e analitico, insoddisfatto della vulgata corrente, animato da una costante problematicità e da una prospettiva culturale non ristretta. Fedele alla radice socialista dell’anarchismo, la Fabbri è comunque capace di mettere in gioco questa stessa fede e di ridiscuterla nell’ambito di una riflessione che tiene conto di nuovi spunti, come l’ascesa della tecnocrazia e l’avvento del totalitarismo.
I suoi scritti mi sembrano dominati da un’esigenza primaria, descritta in L’anticomunismo, l’antiimperialismo e la pace (1949) (d’ora in avanti AAP) nel seguente modo:
"Logicamente facile e netta, la posizione di coloro che lottano per una vera libertà e una vera giustizia sociale, diventa difficile e quasi direi tragica in mezzo a quest’assurdo allinearsi di combattenti, in cui il totalitarismo stalinista eredita la funzione storica del nazi-fascismo" (p.42).
Per la Fabbri il tema del percorso possibile degli anarchici è centrale. In La strada (1952) (d’ora in avanti S) lo individua nel "socialismo antistatale" della linea bakuninista, che potrebbe tornare alla ribalta grazie alla rinnovata identificazione tra lo stato e "lo sfruttamento capitalista" (p.7). L’analisi è tutt’altro che semplicistica, e si inserisce in una concettualizzazione storica (stavo per scrivere "filosofia della storia") che, se da un lato soffre, come tutte le operazioni di questo genere, di un eccessivo schematismo nonché della pretesa di poter "indovinare" il futuro, dall’altro offre una serie di considerazioni intorno alla natura dell’anarchismo di indubbio valore e novità.

Tendenze statolatriche

Già nel secondo dopoguerra la Fabbri era giunta alla conclusione che la distinzione tradizionale tra destra e sinistra - che per esempio Norberto Bobbio ritiene ancor oggi valida - era superata. Non serviva a null’altro che "a coprire di fumo la strada verso l’avvenire". Con l’avvento dei totalitarismi, la militarizzazione dell’economia e il nuovo impeto dato alla "statalizzazione" dagli "adoratori" di Stalin, "l’equazione sinistra = trasformazione nel senso del progresso perde ogni significato discriminatorio". La divisione del mondo in due blocchi rischia di semplificare ingannevolmente la situazione. A parere della Fabbri la terminologia potrebbe essere ancora recuperata con l’attribuzione di nuovi significati: a destra fascisti e comunisti, uniti da un comune programma di "massima oppressione politica, massimo sfruttamento economico, monopolizzati tanto la prima quanto il secondo dallo stato e dalla sua casta burocratica"; al centro le "cosiddette democrazie occidentali", in costante pericolo di pendenza "verso destra"; a sinistra gli alfieri del socialismo antistatale, gli antifascisti, i pacifisti, in poche parole i libertari. Per arrivare a questa "esattezza di vocabolario" occorrerebbe però "porre in termini chiari il problema del socialismo e quello dello stato". "E ciò generalmente non si fa", conclude (AAP, pp. 4-7).
Agli inizi degli anni cinquanta l’obiettivo della Fabbri stava quindi nel ridisegnamento del vocabolario della politica. Nell’ambito di questa operazione offerse una serie di suggerimenti sulla natura dell’anarchismo stesso. Anche la riflessione su di esso subiva i nefasti effetti dell’ "innegabile influenza marxista su tutti i movimenti italiani (e, possiamo dire, europei)" ( Sotto la minaccia totalitaria, 1955, p. 13, d’ora in avanti MT). Questa aveva prodotto, per quanto riguardava l’anarchismo (e gli anarchici), la sottovalutazione programmatica dell’eredità liberale. Il termine "liberalismo" aveva assunto una accezione "spregiativa" grazie all’azione congiunta dei marxisti e dei partiti conservatori che, "per il fatto di averlo sulla loro bandiera, se ne considerano proprietari" (MT, pp. 45-46). Al contrario, il modo migliore per intendere l’anarchismo era di considerarlo "alla confluenza di due linee evolutive, quella del liberalismo e quella del socialismo"(MT, p. 18). Accettando l’istanza egualitaria del secondo e l’insistenza sui principi della libertà e dell’autonomia del primo, le tendenze statolatriche presenti in entrambe le tradizioni si sarebbero neutralizzate a vicenda: "Tanto il liberalismo quanto il socialismo sono stati falsati, deviati dalla fame del potere: il liberale non ha vacillato a rendere schiavi gli uomini impadronendosi del loro pane; il socialista oggi tende alla tirannia politica attraverso la statizzazione della proprietà. La lotta tra il falso liberalismo (blocco occidentale) e il falso socialismo (blocco orientale) è una lotta nel vuoto" (S, p. 10).
Lo sforzo maggiore era ovviamente rivolto a chiarire il ruolo del liberalismo, sul quale sembravano esserci dubbi maggiori. Inserendosi nel solco delle elaborazioni liberalsocialiste, a loro volta eredi della distinzione crociana tra liberalismo come metodo e liberismo come politica economica, la Fabbri sostenne che il primo aveva "avuto solo applicazioni pratiche parziali e uno sviluppo tronco come dottrina" (S, p. 8). L’idea che esso, in quanto dottrina individualista, fosse la dottrina cardine del capitalismo era profondamente errata, e questo per due motivi. In primo luogo, "il capitalismo non è mai stato individualista" (S, p. 8); nella ricostruzione storica della Fabbri, il "preteso individualismo" dei capitani d’industria dell’Ottocento non era altro che "l’espressione del desiderio di limitare l’autorità dello stato in materia economica". Le prime battute d’arresto del capitalismo industriale spingeranno infatti i "padroni" verso cartelli e trusts, istituzioni che costituiscono in se stesse una palese negazione del cosiddetto individualismo originario. Di conseguenza il mondo imprenditoriale non si orienta affatto verso i valori dei "mercati e dei prezzi", ma piuttosto verso la tutela statale prima e verso il controllo diretto dello stato poi (MT, p. 25). Ed è questo il secondo motivo dell’inconciliabilità tra liberalismo e capitalismo: facendo tesoro dell’esperienza nazista, la Fabbri afferma che lo sviluppo più naturale del secondo lo porterà in altra direzione: i capitalisti "lasceranno cadere il loro liberalismo per conciliarsi con i nuovi regimi più o meno totalitari in formazione, che salvano la gerarchia sociale, creando una casta superiore e privilegiata di funzionari" (S, p. 9).

Federalismo libertario

Quale liberalismo, quindi? Un liberalismo di carattere soprattutto etico, incentrato in primo luogo "sulla difesa della personalità individuale" (MT, p. l9). Ed è proprio nello sviluppo di questo concetto che la Fabbri crede di scoprire il momento della confluenza con il socialismo. I liberali non sono riusciti a risolvere il problema reale del dominio dell’uomo sull’uomo, accontentandosi di una pura teoria della politica:
"la lotta per la libertà dell’uomo non può essere diretta solo contro la tirannia politica, ma deve essere combattuta nello stesso tempo contro il controllo della vita economica da parte d’una casta privilegiata, sia essa composta da capitalisti privati o dai burocrati dello stato proprietario" (S, p. 17).
In altri termini, il liberalismo - inteso come metodo di convivenza civile fondato sul libero sviluppo dei singoli - potrà dirsi compiuto quando avrà eliminato i presupposti del dominio economico: secondo la Fabbri, la libera impresa e la proprietà privata. La tradizione liberale, nel suo momento più alto, non potrà che confluire nel socialismo, accettando l’idea di una proprietà socializzata e di una libera "associazione che moltiplica all’infinito le proiezioni dello sforzo individuale" (S, p. l3). Questo percorso non è poi molto diverso da quello del liberalismo radicale alla Gobetti e del socialismo liberale alla Rosselli - esperienze sulle quali si sofferma con palese simpatia (AAP, p. 41, MT, pp. 29-30, 42, 44) - con la differenza che, laddove i due insistono sulla razionalizzazione da un lato, e la diminuzione dall’altro, del potere di intervento dello stato nella vita degli uomini, la Fabbri postula, seguendo da presso uno degli interlocutori anarchici privilegiati dei due "martiri", Camillo Berneri, un metodo liberale all’interno di una società senza stato basata sui principi del federalismo libertario.
L’equivoco sul liberalismo nasce storicamente dagli sviluppi ottocenteschi del conflitto tra la società borghese e il socialismo. Il "contenuto classista" dell’azione di riscossa dei movimenti operai non poteva non provocare un "urto" decisivo: ma "tale contenuto è, secondo me, circostanziale" (MT, p. 24), preciserà, accollandone la sopravvivenza soprattutto al perdurare dell’influenza marxista. Tra le due tradizioni restano comunque significative differenze. "Ci sono parole che sentiamo nostre come "socialismo"", scriverà nel 1955, e altre, come "liberalismo", "che stanno a significare solo una eredità da raccogliere e da continuare" (MT, p. 9). Il cuore di Luce è tutto dentro la tradizione socialista; ma non è difficile scorgere, all’interno dei suoi pamphlet scritti tra la fine dei Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, un significativo slittamento di enfasi e tono. La frase sopra citata prosegue con un chiarimento: il liberalismo è "una parentela più remota, che diventa importante ora, perché ci aiuta a combattere da un punto di vista attuale lo stato, dato che oggi capitalismo e assolutismo burocratico convergono" (MT, p. 9). ln altre parole, è stata la riflessione sul ruolo e la portata del totalitarismo a portare la Fabbri a ciò che lei stessa ha descritto come "la valorizzazione della tradizione liberale" (MT, p. 8). In questo senso la sua riflessione giunge a cogliere con grande chiarezza ciò che molti anarchici del Novecento, presi nella rete della vulgata marxista, non hanno spesso compreso, cioè che l’anarchismo non è in sé l’antitesi del capitalismo, quanto piuttosto del totalitarismo: "guardando al passato, vediamo che, facendo della libertà il centro delle loro aspirazioni, gli anarchici si sono trovati fin da principio sulle posizioni che sono oggi diametralmente opposte a quelle totalitarie" (MT, p. 46). Il confronto con i regimi nazisti e comunisti ha sbalzato in primo piano ciò che i precedenti conflitti di matrice classista avevano occultato, rivelando la centralità dell’ethos liberale: "il carattere liberale, in senso ampio, dell’anarchismo, risalta assai più oggi, alla luce dell’esperienza totalitaria" (MT, p. 46).

Riflessione incompiuta

Luce Fabbri ha quindi colto alcuni dei più importanti elementi dell’anarchismo contemporaneo. D’altro canto il suo schema interpretativo soffre di alcune rigidità, o, volendo usare i suoi termini, della presenza di "un groviglio di falsi idoli, di dilemmi artificiali, di assiomi accettati universalmente" (S, p. 26). Nel caso si tratta - mi pare - della fedeltà a oltranza al modello del comunismo libertario alla Kropotkin, con i suoi corollari dell’avversione verso la proprietà privata e l’insufficiente concettualizzazione degli effetti della cosiddetta" proprietà socializzata". Tuttavia, più che in una sorta di "idolatria" intellettuale, i limiti della proposta fabbriana - che considero ovviamente secondari rispetto agli evidenti pregi - mi sembrano fondarsi soprattutto su due elementi interrelati, il mito della perversione stalinista e una riflessione incompiuta sul totalitarismo.
E’ usuale distinguere tra i momenti iniziali della rivoluzione bolscevica - i soviet, la socializzazione, la democrazia consiliare, eccetera - e le successive perversioni accentratrici del leninismo e dello stalinismo. Così facendo si perdono di vista le linee di continuità nel bolscevismo e la qualità giacobino-totalitaria del complesso della sua vicenda. _ nei dogmi e nei fondamenti dell’ideologia marxista stessa che si annidano i germi dell’antiindividualismo radicale e della "società-massa": l’eliminazione della proprietà privata è solo una delle strategie di fondo del totalitarismo. Luce si è concentrata sugli effetti devastanti della proprietà privata nell’accezione capitalista del termine, proponendo di recidere il male alla radice. E tuttavia il nesso tra collettivizzazione e società totalitaria non è affatto unidirezionale, e neppure casuale.
In altri termini, la lezione del Novecento insegna non solo che il totalitarismo tende di fatto a" socializzare" la proprietà, ma anche che il livellamento della proprietà tende inesorabilmente a incoraggiare forme totalitarie di organizzazione della vita sociale. Trascurare questo elemento ha forse portato la Fabbri a sottovalutare altri elementi dell’ ethos liberale - per esempio, una concettualizzazione garantista e "difensiva" della proprietà stessa - che potrebbero trovare una degna collocazione nell’anarchismo stesso.

domenica 26 ottobre 2008

Think different!


Quante volte ci capita di inchiodare di fronte ad un autobus che, con l’imponenza di un ciclope a due fari, invade la nostra corsia facendoci scorrere davanti al parabrezza carrellate e carrellate di messaggi pubblicitari attaccati sulle sue fiancate neanche fosse una raccolta di francobolli ambulante? Oltre al danno anche la beffa ci verrebbe da dire!
E così ci tocca sopportare sfilate di inconciliabili messaggi politici, il gestore economico più conveniente (ma di cui non si è mai sentito parlare), la migliore assicurazione auto o un’avvenente signorina serenamente sdraiata lungo la fiancata che attesta l’infrangibilità ed il comfort delle sue nuove calze.
Da qualche altra parte del mondo, più precisamente a Londra, chi attualmente si ferma davanti ad un autobus si trova davanti ad un messaggio del tutto diverso, decisamente meno commerciale e più bizzarro: “There’s probably no God, now stop worrying and enjoy your life”. Letteralmente “Probabilmente non c’è alcun Dio. Ora smetti di preoccuparti e goditi la vita”. Un incoraggiamento secondo alcuni del tutto sconsiderato.
Tuttavia il suddetto messaggio, che all’apparenza può sembrare nient’altro che una burla, ha un significato sorprendemente più profondo di quel che traspare… L’iniziativa è infatti volta a contrastare gli sponsor religiosi che, nel dissenso di molti, presiedono le fiancate dei mezzi di trasporto pubblici londinesi. Ad occuparsi dell’iniziativa, denominata “The Atheist Bus Campaign” e nata dall’idea della nota blogger Ariane Sherine, è un gruppo di atei tra cui anche il celebre autore di “The God Delusion” Richard Dawkins. Il progetto, sorto con modesti obiettivi, ha a dire il vero già oltrepassato la cifra delle 11.000 sterline, pari a 15.700 euro circa.
Segno che la gente si sta stancando di vedersi puntare il dito contro da ipotetici detentori di verità assolute che, da sputasentenze, prevedono un aldilà tra fuoco, fiamme ed atroci sofferenze per chi non crede nel loro Dio. Personalmente, non li biasimo: meglio un po’ di sano umorismo inglese!

Articolo da: http://lasentinelladellalaicita.wordpress.com/

sabato 25 ottobre 2008

Emergenza libertà in Italia


L'appello di Carlo Ruta: http://www.leinchieste.com/prima_pagina.html

La sentenza siciliana che ha condannato l'informazione in rete, ritenendola né più né meno che un crimine, sta suscitando proteste e allarme sul web e in ogni ambito del paese civile e responsabile. Le ragioni sono pesanti come pietre. Sono stati attaccati princìpi che hanno fatto la storia del pensiero democratico: i medesimi per i quali, nel nostro paese, uomini come i fratelli Rosselli, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Eugenio Curiel, Giovanni Amendola, hanno speso il loro impegno e dato la vita. E' stato puntato e centrato in particolare il principio della libera espressione, che, rappresentativo delle libertà tutte e momento rivelatorio di uno Stato democratico, costituisce un cardine della Costituzione repubblicana.

L'attuale governo italiano, che si sta connotando sempre più in senso illiberale, non può sottrarsi a questo punto al dovere morale di rispondere al moto di protesta di questi giorni. Basta con gli infingimenti. Non si aspetti che l'onda di piena dell'indignazione si plachi. Si farà il possibile perché non si fermi. E' in gioco appunto la democrazia, nella sua frontiera più avanzata e aperta, rappresentata dalla libera espressione in rete, dalla comunicazione che irrompe e prorompe in senso orizzontale, che rende i cittadini protagonisti in modo nuovo. E' in gioco, come si diceva, la Costituzione, che, come ci ha ricordato Piero Calamandrei, non è nata nei salotti, né nelle stanze del potere, ma sulle montagne, accanto ai corpi degli uccisi, tra i fuochi delle città in rivolta.
E' necessaria una legge subito, che, distante da ogni possibilità di equivoco sul piano interpretativo, fermi in via definitiva le trame censorie e repressive dei poteri forti del paese, per vocazione illiberali e antidemocratici. E' altresì necessario che il legislatore prenda atto che l'informazione sul web non può recare limitazioni di principio. La rete è un luogo cardine del nostro tempo, in cui la democrazia prende corpo e voce, con l'esercizio del confronto. Non può essere quindi annichilita, come avviene in Iran e in Birmania.
Si fa appello allora alle realtà del web, della comunicazione a tutti i livelli, del paese civile e responsabile, perché la mobilitazione continui ad oltranza, con iniziative forti. La sentenza siciliana, come ha scritto un blogger, potrebbe essere una delle ultime "perle" di una collana che, giorno dopo giorno, sta mutandosi in un cappio. E si tratta di fare il possibile perché questo non avvenga. Occorre impedire che si consumi in Italia il rogo della libera espressione, memori del resto che i roghi delle idee possono essere preparatori di regimi a scena aperta.
Carlo Ruta

Aderiscono all'appello:

Letizia Battaglia (fotografa, Palermo); Alfio Caruso (scrittore e giornalista, Milano); Paolo Barnard (giornalista, Roma); Carmine Colacino (ricercatore universitario, Potenza); Nikos klitsikas (storico e scrittore, Atene); Giuseppe Casarrubea (storico, Partitico); Pino Nicotri (giornalista, Roma); Rocco Sciarrone (docente Sociologia, Università di Torino); Antonino Monteleone (giornalista e blogger, Reggio Calabria); Paola Vallatta (Giornalista, Parigi); Diana Cimino (studentessa, Palermo), Marisa Conte (Ragusa); Barbara Grimaudo (formatore, Palermo); Cittadini Invisibili (associazione, Palermo); Alessio Di Florio (attivista, Pescara); Fabrizio Occhipinti (studente, Ragusa); Simona Taschetti (Fiumefreddo di Sicilia); Flora Nicole Blasi (studentessa, Busto Arsizio); Lucio Lanza (Sant'alessio Siculo, Messina); Bruno Chiazzo (impiegato, Firenze); Gian Joseph Morici (blogger giornalista, Agrigento); Cinzia Montoneri (grafica pubblicitaria e blogger, Ragusa); Athos Gualazzi (giornalista e blogger, Roma); Giuseppe Sanarico (impiegato, Torino); Sara Catanese (studentessa, Rosolini); Roberto Copparoni (docente e giornalista, referente provinciale dei Verdi di Cagliari); Ugo Albano (blogger); Pasquale Incantalupo (libero profesionista, Sesto San Giovanni, Milano); Andrea Giompaolo (studente, Ragusa); Marco Di Martino (avvocato, Ragusa); PRF federazione di Ragusa; Gemma Marino (funzionario di banca in pensione, Caltagirone); Paolo Fior (giornalista, Milano); Nello Lo Monaco (geologo, Ragusa); Stefano Moncherini (giornalista RAI, Roma); Vincenzo Gerace (cancelliere, Francavilla, Messina); Roberto S. Rossi (giornalista, Catania); Redazione de "Il clandestino" (giornale, Modica); Riccardo Orioles (giornalista, Catania); Giulia Manzini (giornalista, Gazzetta di Modena); Carlo Gubitosa (giornalista scrittore, Taranto); Carla Cau (insegnante, Ragusa); Serena Minicuci (funzionaria Regione Calabria, Catanzaro); Vincenzo Rossi (giornalista, Catania); Teodoro Criscione (studente, Ragusa); Antonella Serafini (giornalista, Roma); Patrizia Bellocci (docente universitario, Firenze); Angelo Genovese (studente, Ragusa); Giuseppe Virzì (blogger, Milano); Luisa La Terra (impiegata, Ragusa); Marco Benanti (giornalista, Catania); Andrea Mangano (studente, Ragusa); Pippo Gurrieri (giornalista, Ragusa);Victor Ciuffa (editore e direttore di Specchio Economico, Roma); Pietro Lo Monaco (studente, Ragusa); Luisa La Terra (impiegata, Ragusa); Giovanni Iacono (metodologo, Ragusa); Natale Salvo (blogger, Trapani); Franca Supplizi (sociologa, Ragusa); Piero Lo Monaco (studente, Ragusa); Agnese Ginocchio (cantautrice, Caserta); Daniela Pappalardo (cittadina, Monterosso Almo, RG); Pietro Campoli (impiegato, Russi, RA); Roberto Ballabeni (portiere di notte, Parigi); Francesco Cirillo (giornalista, Calabria); Elio Copetti (artista, Venzone, Udine); Aldo Zanchetta (ingegnere, Gragnano); Guglielmo Trupia (fotografo, Milano); Marco Billeci (studente universitario, Milano). Giuseppe Crapisi (giornalista blogger, Corleone); Pippo Palazzolo (docente diritto ed economia, Ragusa); Nicola Lo Bianco (docente, Palermo); Luigi Zoppoli (giornalista, Torino); Antonio Pavolini (Impiegato, Roma), Salvatore Gioncardi (attore, Palermo); Piero Paolino (docente, Modica), Una Nuova Prospettiva (movimento politico, Modica); Mario Nanni "Maralai" (blogger); Laura Incantalupo (impiegata, Sesto San Giovanni); Giovanni Arata (blogger, Torino); Pier Luigi Zanata (giornalista, Capoterra, CA); Viviana Salerno (libera professionista, Comiso); Enrico Natoli (fotografo, Roma); Cuntrastamu (associazione antimafia, Roma); Francesco Balistreri (studente ingegneria, Pietraperzia); Giuliano Ottaviano (docente di Scienze nei Licei, Ragusa); Luca Grimaldi (giornalista blogger, Salerno); Antonio Giaimo (giornalista, Bolivia); Sandra Cangemi (giornalista, Milano); Baldassare Criscenzo (libero professionista, Roma); Maria Virgillito (giornalista blogger, Catania); Nicola Di Tullio (manager, Roma); Laura Picchi (blogger giornalista, Viareggio); pietro borgo (giornalista, presidente del circolo ambientalista Walden, Acerra); Massimo Vespia (giornalista, Reggio Calabria); Lia Gambino (giornalista blogger, Palermo); Emanuele Chesi (giornalista il Resto del Carlino, Forlì); Luigi Messina (tecnico informatico, blogger, Milano); Giuseppe Montemagno (giornalista-pubblicista, Gela); Giuseppe Galluccio (blogger, Torre del Greco, Napoli); Domenico Letizia (Anarchico Liberale) Maddaloni (CE).

giovedì 23 ottobre 2008

Ne parlano a volte...

Parte dei conservatori antifascisti e parte dei progressisti anticomunisti tutti interessati al termine Anarchia. L'articolo del ''Il Giornale'' ci parla di anarchismo di anarchismo liberale e di anarco-capitalismo, importante da notare che se parla....

martedì 21 ottobre 2008

Tutto quello che il governo tocca...


Di Michael S. Rozeff
da: http://gongoro.blogspot.com/

Una ricerca fatta con Google fa emergere solo 657 documenti per la frase “tutto quello che il governo tocca si trasforma in”. Questa non sembra essere una espressione molto conosciuta. Io l'ho sentita per la prima volta da un economista di Chicago di nome Karl Brunner. È attribuita a Ringo Starr, il chitarrista dei Beatles. La frase completa è: “Tutto quello che il governo tocca si trasforma in merda.”

Il detto di Ringo è vero. Fino a quando un paese come il nostro sarà sotto un governo Solo e Unico, questo sarà il caso. Nessuna persona isolata e nessuna istituzione del settore non statale, da sola, sia essa una chiesa, una impresa, un istituto o una università, può confrontarsi per dimensioni e potere con un governo nazionale come quello americano. Qualsiasi industria toccata dal governo scompare di fronte al potere del governo. Quella industria cederà terreno, appassirà, si inchinerà umilmente davanti al governo, perderà la sua capacità di innovazione, sbaglierà investimenti, chiederà sussidi, verserà fondi agli uomini politici, cercherà di diventare un gruppo monopolistico, e alla fine perderà qualsiasi traccia che stia operando davvero in un libero mercato. Il governo ha il potere di sopprimere qualsiasi forma di libero mercato. Questo si è verificato, impresa dopo impresa e mercato dopo mercato. Ma quel che é peggio, poiché tutto quello che il governo tocca si trasforma in merda, dal momento che i poteri del governo gli consentono di toccare sempre più cose, ci troviamo in una situazione di deterioramento continuo. Potrei dire la stessa cosa con riferimento alle libertà individuali.

Al giorno d'oggi, il governo nazionale impone la sua visione paralizzante su ogni cosa esistente nell sua sfera territoriale di potere. Lo Stato, la metropoli, la città, il piccolo centro, sono assoggettati e costretti a subire le misure del governo come ognuno di noi. In nessun caso esiste un certo livello di competizione tra centri decisionali che darebbe una boccata d'ossigeno al sistema.

Ma per quanto io possa pensare che tutto ciò sia vero, sono in netta minoranza rispetto a tutti quegli americani che hanno idee diverse dalle mie. Questo scritto verte sul modo in cui la maggior parte di noi potrebbe raggiungere una posizione migliore, nonostante tutte le nostre differenze, seplicemente avendo un governo di loro scelta sempre.

Gli americani sono divisi politicamente. Questo è naturale. Non c'è modo che essi saranno mai uniti su questioni politiche, come non si è uniti sulla religione. Ed essere uniti su faccende politiche non è né necessario per migliorare la situazione in cui ci troviamo né una buona idea. I libertari non possono convertire un gran numero di democratici all'idea libertaria. I democratici non possono convertire grandi schiere di repubblicani. Gli anarchici non possono convertire moltissimi libertari all'anarchia. Comunque sia, la maggior parte di noi è interessata per prima cosa e soprattutto a migliorare la propria situazione, non quella di tutti gli altri in generale.

Per progredire abbiamo bisogno di una certa base di accordo comune. Altrimenti, se e quando il nostro governo nazionale fallisce, finiremmo per dividerci in clans e sette combattendoci a vicenda per vedere chi imporrà la sua visione agli altri. Oppure, noi non saremo in grado di approfittare pienamente dell'opportunità offertaci da tale tracollo e fallimento. L'Unione Sovietica è andata in pezzi, e le popolazioni si sono poste nuovamente dentro e sotto gli Stati. Non hanno ricavato nulla dall'esperienza. Non erano pronti per progredire riguardo alla natura del loro governo.

Gli atteggiamenti delle persone rispetto alla situazione in fase di deterioramento che io noto variano notevolmente. Dove io vedo deterioramento, moltri altri non vedono alcun problema. Alcuni pensano che noi siamo a pochi passi dal disastro totale. Ad altri non interessa assolutamente nulla. Alcuni hanno perso ogni speranza. È un fatto politico importante che gli atteggiamenti siano così diversi. Lo è soprattutto perché la felicità di una persona dipende da tali modi di pensare e di agire, ed ognuno di noi ha il diritto di ricercare la felicità come ritiene giusto e appropriato (all'interno dei limiti posti dalla legge di natura).

Gli atteggiamenti mentali e comportamentali sono anche sostenuti in maniera molto forte. Nessuna mole di scritti da parte mia e nessuna serie infinita di lettere e messaggi tra me e le persone che hanno idee diverse dalla mia riuscirà, con tutta probabilità, a convertirli al mio modo di pensare. Se qualcuno è a favore dei programmi di Assistenza Sociale e approva il trasferimento di fondi per la costruzione di case popolari, io non sono in grado di convincerlo del contrario. E se ci provassi, si sentirebbe minacciato dalla mia posizione e punterebbe i piedi. Cercare di far emergere la verità in scritti come questo è un conto. Fare pressione per convertire le persone è un altro. Ognuno è il giudice migliore del proprio benessere. Nessuno vuole essere dominato da me come io non voglio essere dominato da qualcun'altro. Questo atteggiamento reciproco ci offre il terreno comune di cui abbiamo bisogno per costruire un nuovo modo di convivenza.

Quindi io non chiedo a nessuno di convertirsi al mio modo di pensare. Chiedo solo una cosa: che mi lasci libero dall'essere soggetto al suo governo. Al tempo stesso, gli dò la libertà di avere il suo governo - con una clausola importante. E cioè che nessuno di noi chieda che l'altro sia allontanato dai luoghi (questo paese, questo luogo e queste persone) a cui entrambi siamo affezionati. Se uno vuole programmi di assistenza sociale amministrati dal suo governo, che li abbia, senza che si frappongano ostacoli. Io non mi opporrò. A quel punto, sarebbe forse troppo chiedere di vivere senza essere forzato a sostenere i programmi promossi da altri? Mi sarà concesso di avere il governo di mia scelta, avendo gli altri il governo che loro hanno scelto, e rimanendo entrambi a vivere in questo paese che noi ora chiamiamo America? Sarà consentito a ciascuno di noi di avere il governo non-territoriale che preferiamo? Lascerete che esistano governi concorrenti che operano sullo stesso territorio e rappresentano raggruppamenti volontari di popolazioni diverse? Sosterrai tu questo come modo ideale di organizzazione sociale?

Questo ideale, la libertà di scegliersi e ottenere il proprio governo, è sommamente giusta. È un diritto naturale che deriva direttamente dai nostri diritti alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità. Lo è in quanto esiste una multitudine di nazionalità che sono sorte all'interno degli confini degli Stati Uniti. “In base a questa visione politica, gli Stati Uniti riconoscono l'esistenza di 550 nazioni originarie dentro i suoi confini. Esse non sono agenzie statali o federali. Questa politica fu introdotta nel 1970 dal Presidente Richard Nixon e riaffermata il 14 Giugno 1991 dal Presidente George Bush.”

Non possono gli americani in genere avere gli stessi diritti degli americani originari del continente e avere il governo di loro scelta?

L'amministrazione e la regolamentazione producono vari effetti positivi. Ognuno ha una visione differente di quali siano questi effetti positivi, del loro valore e di come conseguirli. Se io sostengo la libertà dell'individuo, come è il mio caso, allora devo necessariamente sostenere la tua libertà di scegliere i beni che vuoi consumare in mercati non-liberi. La libertà di scelta riguardo al governo include la tua libertà di cedere una parte di libertà per il desiderio di essere governato da altri, se ciò è quello che ti rende felice. Se io credo nella libertà, non posso costringere gli altri a gestire la propria vita in base alle libertà a cui io attribuisco valore e che considero giuste e appropriate. Al tempo stesso però loro non devono forzarmi ad accettare le loro vedute sul governo e schiacciarmi sotto il governo di loro scelta.

La situazione in cui ci troviamo attualmente è una situazione di forza, sia per per coloro che sono a favore o contro lo stato, per gli anarchici puri e per coloro che sono moderatamente anarchici, per i democratici, per i repubblicani e per coloro che preferiscono altri partiti. Molti tra di noi sono in cerca di potere per controllare tutti gli altri e rimodellare la società secondo la propria visione. Dobbiamo smetterla con questa dinamica perversa se vogliamo davvero progredire.

La mia proposta consiste nell'auto-determinazione non-territoriale (panarchia). La nozione di autodeterminazione ha bisogno di essere ripresa in maniera esauriente al fine di rimuoverne l'aspetto territoriale. Altrimente è contraddittoria e porta a conflitti e guerre civili. I Georgiani, ad esempio, si staccano dall'Unione Sovietica, ma poi a una parte di loro non è concesso di secedere. Le colonie americane conquistano l'indipendenza dall'Inghilterra, ma quando il Sud vuole staccarsi dal Nord il risultato è la guerra in quanto il Nord cerca di impedire la secessione.

Nell'enciclopedia Wikipedia troviamo che "L'auto-determinazione è definita come la libera scelta di compiere atti senza costrizioni esterne, e soprattutto come la libertà delle persone che vivono su un dato territorio di determinare la loro condizione politica o l'indipendenza dallo stato esistente." Questa definizione è incompleta perché limita l'auto-determinazione alle persone di un dato territorio. In pratica però qualsiasi governo esistente esige l'obbedienza di tutti coloro che vivono su un dato territorio, per cui l'auto-determinazione definita in quel modo è contraddittoria al suo interno.

L'auto-determinazione non-territoriale significa che ogni persona ha il diritto di determinare (o scegliere) il governo o le istituzioni governative che vuole, su una base volontaria e non imposta. Questo significa che in una data regione possono co-esistere un certo numero di governi. E le persone scelgono quella o probabilmente quelle amministrazioni a cui esse vogliono appartenere. Questi governi possono mantenere la sovranità e la legittimità che le persone soggette conferiscono loro, ma differiranno totalmente dai governi esistenti per un aspetto: essi non saranno necessariamente territoriali. Essi non costringeranno nessuno in una data regione a sottomettersi al loro potere. (Ci possono essere governi territoriali nella misura in cui le persone volontariamente uniscono degli appezzamenti di terra e si separano dagli altri.)

Noi possiamo progredire. Ma per fare ciò abbiamo bisogno della libertà di avere governi in competizione tra di loro su questo suolo che chiamiamo America, allo stesso modo che abbiamo chiese, supermercati, città, stati e università che competono tra di loro. Possiamo aprire potenzialità immense se gestiamo le nostre forme di governo in modi più efficaci. Questi saranno modi di auto-governo che consistono in sistemi di gestione liberamente scelti, dove è possibile fuoriuscire facilmente quando l'amministrazione non funziona.

Smettere di alimentare con le nostre sudate risorse un governo che non ci piace dovrebbe essere agevole come passare ad un'altra stazione di rifornimento di benzina. O cambiare scuola dovrebbe essere semplice come cambiare il supermercato dove facciamo i nostri acquisti.

Noi diamo per scontato il fatto che il governo debba esistere in quanto non ci possiamo fare niente. In tal modo evitiamo complicazioni nella nostra vita; ma facendo così rimpiccioliamo noi stessi e i nostri figli. Se pensiamo di trasformare la forma di base del governo, allora dobbiamo impegnarci seriamente in una attività che tendiamo a evitare. Se avessimo la scelta tra sistemi di governo, e non solo tra candidati ad una data forma di governo, presteremmo molta più attenzione alle questioni dei modi di governabilità.

Ci sono indizi su come procedere che è necessario esaminare. Alcuni governi sono meglio di altri. Dovremmo chiederci perché. Talvolta i governi fanno alcune cose meglio di altre. Dovremmo chiederci perché. Spesso un governo fa più danni che l'essere senza governo. Dovremmo chiederci perché. Spesso i governi iniziano dando speranza e finiscono lasciando disperazione. Dovremmo chiederci perché.

Non possiamo avanzare se non siamo disposti ad abbandonare credenze erronee che accettiamo come dati di fatto e non mettiamo in discussione. La principale tra queste credenze erronee è che il governo debba essere territoriale e controllare un territorio estremamente grande e le persone che vivono su di esso. Solo in Erie County ci sono 3 grandi centri urbani e 25 città di medie dimensioni in un'area che copre grosso modo 30 miglia per 35 miglia. Erie è una delle 62 contee dello Stato di New York.

Una città è una forma semi-territoriale di governo. Nessuna città pretende di coprire l'intera contea, ma ogni città governa una specifica area. All'interno della mia città sussiste già una ripartizione di giurisdizioni per quanto riguarda le strade. Ci sono già diverse forze di polizia. C'è già un insieme di sistemi diversi per quanto riguarda la gestione dei parchi, delle scuole, della rete fognaria.

Nessuno di noi ha una mappa precisa verso l'auto-determinazione non-territoriale o può addirittura definirla in maniera precisa. La mia tesi è che l'auto-determinazione non-territoriale è la strada giusta e in quanto obiettivo giusto è un obiettivo ben fondato. La tesi che l'auto-determinazione non-territoriale ci porterà ad una situazione migliore di quella attuale è solida.

Questo è un obiettivo che può essere condiviso da gruppi che sono altrimenti su posizioni politiche antagoniste. I nazisti locali possono sedersi al tavolo con gli anarchici ed essere d'accordo sul fatto che ognuno ha diritto alla sua auto-determinazione non-territoriale. Possono i democratici e i repubblicani imparare a tollerarsi a vicenda se ognuno ha le sue prorie istituzioni? Un certo livello di auto-separazione potrebbe derivare da ciò. Nessuno lo sa per certo, ma potrebbe essere il caso. Un buddista potrebbe non volere nel vicinato i nazisti che marciano di strada la notte o bruciano libri.

Presuppongo in tutto ciò l'esistenza di un quadro di base di azioni lecite. Non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo. La tolleranza di un governo non significa approvazione di qualsiasi cosa una persona faccia sotto quel governo o di qualsiasi cosa compia il governo stesso. Per una esposizione di quello che significa la tolleranza nel contesto della panarchia si veda lo scritto di John Zube.

Tutto quello che il governo fa diventa merda. Questa è la mia opinione. Alcuni condividono, molti dissentono. In ogni caso, tutti noi siamo attualmente con un governo unico nazionale. Molti sono infelici a causa di ciò. I perdenti ad ogni elezione sono immancabilmente scontenti. Eppure, essi non sono costretti a soffrire. Esiste una via d'uscita. Essi possono avere sempre il loro governo. Voi potete avere il vostro. E io posso avere il mio. Ma solamente se ogni governo è non-territoriale o ex-territoriale. Questa via d'uscita si chiama panarchia.

domenica 19 ottobre 2008

I vizi non sono crimini!!!


Ogni giorno lo Stato si sente in dovere di farci da mamma, e si permette di entrare nelle nostre case per dirci cosa sia giusto o sbagliato fare delle nostre vite. Politici vecchi di età e di mentalità vogliono regolare tutto nei minimi particolari per trasformarci in automi tutti uguali, stabilendo persino quel che si debba e non si debba mangiare, bere, fumare. Le nostre abitudini, i nostri gusti, i nostri vizi, sono trattati quotidianamente come crimini. Lo stato proibizionista e salutista è una delle minacce più grandi per la nostra LIBERTÀ. Il grande filosofo Lysander Spooner (guarda caso assente nei programmi della scuola pubblica) scrisse in proposito: “I vizi sono quelle azioni con le quali un uomo danneggia se stesso o i suoi averi. I crimini sono quelle azioni con le quali un uomo danneggia la persona o gli averi di un altro. I vizi sono semplicemente gli errori che un uomo commette nella ricerca della propria felicità. A differenza dei crimini, essi non implicano malvagità nei confronti degli altri né alcuna interferenza con la loro persona o i loro averi. Se le leggi non fanno una chiara distinzione tra vizi e crimini e non la riconoscono, non può esistere al mondo qualcosa come il diritto individuale, la libertà o la proprietà. Affermare che un vizio sia un crimine e punirlo come tale è, da parte di un governo, un tentativo di falsare la stessa natura delle cose. È tanto assurdo quanto lo sarebbe affermare che la verità è falsità, o che la falsità è verità.”
RIBELLIAMOCI allo Stato che ci vuole suoi docili servi: torniamo ad essere…
UOMINI LIBERI!!!

Aricolo da: http://movimentolibertariopiemonte.blogspot.com/

sabato 18 ottobre 2008

Storia di una idea



riporto un bell'articolo tratto dal blog: http://liberteo.wordpress.com

Storia di una idea di Roderick T. Long

Ovvero come un argomento contro la fattibilità del socialismo autoritario diventa un argomento contro la fattibilità del capitalismo autoritario.
Nel 1920, Ludwig von Mises dimostrò l’impossibilità del “socialismo” (inteso come proprietà statale dei mezzi di produzione), una tesi successivamente rielaborata da lui stesso e dal suo allievo Friedrich von Hayek.
In breve, l’idea: il valore di un bene del produttore dipende dal valore del bene di consumo al quale questo bene contribuisce. Pertanto, nel decidere tra metodi di produzione alternativi, la scelta più efficiente è quella che economizza su quei beni del produttore che sono richiesti per i beni di consumo più altamente valutati.
C’è però una differenza tra efficienza tecnica ed efficienza economica. (Per questa spiegazione ho un debito con “From Marx to Mises” di David Ramsay Steele).
Supponiamo di paragonare due modi di fare dei gingilli; un metodo A usa 3 grammi di gomma per gingillo mentre un metodo B ne usa 4 (e per il resto siano a parità di costi). In questo caso il metodo A è chiaramente più efficiente del metodo B; questo è un caso di efficienza tecnica, perché possiamo capire quale sia più efficiente semplicemente guardando ai quantitativi impiegati, senza interessarci di concetti economici come la domanda.

Adesso confrontiamo un metodo C, che usa 3 grammi di gomma e 4 di acciaio per gingillo, con un metodo D che ne usa 4 di gomma e 3 di acciaio (sempre a parità di altri costi). In questo caso né C né D sono uno tecnicamente più efficiente dell’altro. Per calcolare quello economicamente più efficiente dobbiamo paragonare i valori di gomma e acciaio – ovvero chi rinuncia ad un uso alternativo maggiormente richiesto, un grammo di acciaio o uno di gomma? Secondo Mises e Hayek, non c’è un modo chiaro per capire questo, se non attraverso la concorrenza di mercato e un sistema di prezzi per cui le valutazioni dei consumatori dei beni di primo ordine vengano tradotte, per mezzo dei prezzi, nelle varie domande dei loro fattori di produzione (ad esempio risulta un prezzo più elevato per l’acciaio che non per la gomma, e di conseguenza i produttori cercano di risparmiare sull’acciaio). La proprietà statale dei mezzi di produzione non fa parte del mercato, e quindi non ne fanno parte nemmeno i prezzi dei beni dei produttori, pertanto non c’è alcun modo di trasmettere questa informazione.

Perché lo stato socialista, pianificatore centrale, non può avere accesso a questa informazione? Bene, in primo luogo la maggior parte delle informazioni rilevanti sulle preferenze è locale, inarticolata, costantemente in evoluzione; può essere espressa attraverso le scelte dei consumatori, che incarna, ma non ci sono altri sistemi per raccoglierle. (Questo è l’aspetto del problema sottolineato da Hayek – che comprendeva altri tipi di informazioni inarticolate, locali e costantemente in evoluzione – oltre che in materia di preferenze – nei suoi scritti). In secondo luogo, anche se potesse ottene queste informazioni in una graduatoria, ma senza traduzione in prezzi cardinali, non ci sarebbe alcun modo di combinare le graduatorie di persone diverse. (Questo è l’aspetto che è stato sottolineato da Mises). Infine, anche ottenendo le informazioni in forma cardinale, per poterle usare allo scopo di pianificare l’economia bisognerebbe risolvere in tempi brevissimi milioni di equazioni simultanee. (I critici di Mises e Hayek spesso hanno affermato che sia questo terzo problema quello principale, supponendo che un calcolatore abbastanza potente potrebbe sostituire il sistema dei prezzi – ma rispetto alla prospettiva di Mises e Hayek è un ripensamento di portata nettamente minore).

Se la pianificazione centrale è uno sforzo senza speranza, per l’impossibilità del calcolo economico, allora perché gli stati socialisti come l’Unione Sovietica non hanno avuto ancora meno successo dei loro risultati attuali (che, pur non pessimi, non sono stati completamente caotici come ci si potrebbe aspettare dai risultati di Mises e Hayek)? La risposta è che lo stato sovietico, come altri regimi, non fu mai completamente isolato dal sistema internazionale dei prezzi (per tacere del suo mercato nero interno). Pertanto i meccanismi di trasmissione, pur gravemente ostacolati, in una certa misura sono stati in grado di funzionare. (La maggior parte delle forme di intervento governativo consistono in una mera distorsione del sistema dei prezzi, piuttosto che in una sua completa soppressione. Naturalmente gli effetti di questa distorsione possono essere seri – come quando, per la teoria austriaca del ciclo economico, lo stato aumenta artificialmente l’offerta di moneta con tassi di interessi inferiori, dando agli investitori il falso segnale che i consumatori sono sono più disposti ad aumentare i consumi di quanto siano in realtà. Gli investitori indirizzano quindi le loro risorse su progetti a lungo termine (boom) che si rivelano però insostenibili (bust), come nel 1929 – o nel 2008. Ma l’applicazione della teoria austriaca del ciclo alla crisi attuale è l’oggetto del mio prossimo intervento).

La dimostrazione dei limiti della centralizzazione statale vennero in seguito estesi altrettanto bene da un allievo di Mises, Murray Rothbard, ai limiti della costituzione di cartelli privati. Dal suo “Man, Economy and State” del 1962 (in particolare qui e qui):

Al fine di calcolare i profitti e le perdite di ogni ramo, una società deve essere in grado di fare riferimento nelle sue operazioni interne ai mercati esterni per ciascuno dei vari fattori e dei prodotti intermedi. Quando uno di questi mercati esterni scompare, perché tutti sono assorbiti all’interno di un’unica impresa, non è possibile eseguire il calcolo economico, e non vi è alcun modo per l’impresa di allocare razionalmente i fattori in un settore specifico. Più questi limiti saranno estesi, tanto maggiore sarà la sfera di irrazionalità e più difficile sarà evitare le perdite.

Se non c’è mercato per un prodotto, e tutti i suoi scambi sono interni, non è possibile per l’impresa determinare il prezzo del bene. Una impresa può stimare un prezzo implicito quando esiste un mercato esterno; ma quando questo è assente il prezzo del bene non può essere stimato, né implicitamente, né esplicitamente. Qualsiasi cifra potrebbe essere un simbolo arbitrario. Non essendo in grado di calcolare un prezzo, l’impresa non può allocare razionalmente i fattori e le risorse da un reparto ad un altro. … Per ogni bene capitale deve esistere un dato mercato. E’ ovvio che questa legge economica stabilisca un preciso massimo alla dimensione relativa di una impresa in un mercato libero. In virtù di questa legge non potrà mai esistere un unico grande cartello su tutto il mercato, o fusioni fino ad arrivare ad un unica impresa proprietaria di tutti gli assets. La forza di legge si moltiplica all’aumentare dell’area del mercato, ampliando le zone di caos per cui è impossibile eseguire il calcolo economico. Mentre la zona di non calcolabilità aumenta, i gradi di irrazionalità, di cattiva allocazione, di perdita, di impoverimento, diventano maggiori. Il proprietario o il cartello che controllasse l’intero sistema produttivo non potrebbe eseguire alcun tipo di calcolo economico, e quindi prevarrebbe il caos più completo.

Tutti conoscono le economie di scala, è il principale motivo per cui esistono le imprese. Quello che l’analisi di Rothbard dimostra è che possono esistere diseconomie di scala, e che tendono a crescere con l’aumento dell’integrazione verticale.

Cosa succede quando una impresa cresce al punto che al suo interno le operazioni si svolgono in modo isolato dal sistema dei prezzi, e le diseconomie di scala iniziano a superare le economie? Dipende dal contesto istituzionale. In un libero mercato, se l’impresa non inverte la tendenza e non comincia a ridurre le sue dimensioni, si svilupperà sempre più inefficiente e finirà per perdere clienti a favore dei suoi competitori: i mercati servono così da controllo alle sue dimensioni.

Ma quando politici amici manipolano il gioco in modo che le imprese favorite ne possano trarre i benefici connessi, socializzando quindi i costi associati alle diseconomie di scala? Allora finiremmo per avere una economia dominata da quel colosso mastodontico, burocratico e gerarchico che tutti conosciamo ed amiamo. (Per vedere alcuni dei modi in cui l’intervento dello stato contribuisca all’attuale natura dilbertiana del mondo degli affari si veda l’articolo di Kevin Carson: “Economic Calculation in the Corporate Commonwealth” e per maggiori dettagli il suo libro “Studies in Mutualist Political Economy” e i suoi tutt’ora in corso “Studies in the Anarchist Theory of Organizational Behavior”).

La buona notizia è che le poco amate caratteristiche dell’economia, spesso addebitate al libero mercato (o a qualcos’altro chiamato “capitalismo”, che dovrebbe significare libero mercato o plutocrazia, oppure magicamente entrambe), sia nei fatti il prodotto di interventi del governo. Possiamo abbracciare il libero mercato senza abbracciare il big business.
Ma non solo gli oppositori del libero mercato che sostengono gli interessi di imprese miste. Ancora troppi libertari difendono giganti multinazionali come Microsoft e Wal-Mart (due imprese il cui intero modello di business dipende in larga misura dall’intervento delle autorità pubbliche – attraverso la disciplina dei brevetti e dei copyright per Microsoft, e per la socializzazione di costi di trasporto per quanto riguarda Wal-Mart; oltre che dalla soppressione dei piccoli concorrenti per entrambe) come se tale difesa sia rivolta verso una parte integrate dei mercati. Come libertari non possiamo lamentarci di essere additati come apologeti della plutocrazia corporativa, finché siamo noi stessi a contribuire a questa percezione, dimenticandoci dei fondamentali riguardo il sistema dei prezzi.

Fino a quando la confusione tra libero mercato e plutocrazia persisterà – fino a quando i libertari confonderanno la lodevole battaglia per il libero mercato con la difesa della plutocrazia, e fino a quando a sinistra confonderanno la loro lodevole opposizione alla plutocrazia con la l’opposizione al libero mercato – né la sinistra, né i libertari risolveranno alcunché, e l’alleanza tra stato e corporations continuerà a dominare la scena politica.

Ecco perché ci serve una Left-libertarian Alliance. (http://all-left.net/)

giovedì 16 ottobre 2008

Una scultura per Pinelli

Ideologia e mercato. Un'analisi costruttivistica.


Ideologia e mercato. Un'analisi costruttivistica.
di Luigi Corvaglia

Quando io uso una parola, - disse Humpty Dunty in tono d'alterigia, - essa significa ciò che appunto voglio che significhi: né più né meno.
- Il problema è, - disse Alice, - se voi potete dare alle parole tanti diversi significati.
- il problema è, - disse Humpty Dunty, - chi è il padrone....
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio

Alle parole, al contrario che ai numeri, possiamo dare il senso che vogliamo. Non è necessario frequentare persone che hanno avuto la sventura di essere definite psicotiche per rendersene conto. Si pensi all’etichetta “guerra preventiva”. Una delle migliori strategie di riprogrammazione e riforma del pensiero (in slang americano, mindfucking) utilizzata da chi voglia far persuasione coercitiva è proprio la ridefinizione del linguaggio. Tale ridefinizione, come superbamente messo in rilievo da Orwell, è un modo di ridefinire la realtà stessa. In 1984, in un totalitarismo in cui è contemplato lo “psicoreato”, gli inventori della “neolingua” mirano a “semplificare al massimo le possibilità di pensiero”. Esistono sicuramente forme “benigne” di inganno linguistico. La Groenlandia, “terra verde”, è una distesa di ghiacci, l’Oceano Pacifico è decisamente poco pacifico, il Capo di Buona Speranza è un posto che lascia invero poche speranze al navigatore. Qui il ribaltamento ha connotati, se vogliamo, chiaramente - e pertanto venialmente – truffaldini.
La benignità è nel fatto che basta sottoporre a verifica la nostra aspettativa di trovarci in una terra verde, in un mare placido o in una rilassante regata lungo costa con l’esperienza sul campo per invalidare l’idea precedente. Se sopravviviamo, sulla nostra mappa ci è facile annotare che il Capo di Buona Speranza è un posto consigliabile solo ai nemici. E’ ciò che Popper definiva “falsificabilità”. La nostra conoscenza procede appunto in questo modo. Procede aggiornando di continuo le nostre “mappe” grazie alle invalidazioni. Ne deriva che il vero motore della conoscenza è l’errore. E’ l’errore che ci informa sulla non validità della nostra “mappa cognitiva” e ci impone di rivederla. Detta diversamente, cioè con un personaggio de Il nome della rosa di U. Eco, “il dubbio è il nemico di ogni fede”, pertanto è il dubbio, non la certezza, la spinta di ogni ricerca, di ogni indagine. L’importante, quindi, è che le idee siano almeno in potenza invalidabili, cioè falsificabili. Altrimenti la cosa diventa maligna e, in taluni casi, porta a vere metastasi cognitive. E’ il caso delle fedi religiose e politiche. Incluso l’anarchismo.


Ossimori falsi e ossimori veri

Kevin Carson, individualista americano, definisce la propria visione politica, cioè una sorta di mutualismo di stampo proudhoniano, “libero mercato anti-capitalista”. A prima vista, soprattutto ad un europeo intriso di marxismo, la definizione può apparire un ossimoro. Come dire “Capo di Buona Speranza Negativa”. E invece no. Perché si abbia ossimoro è necessario che le due parti della definizione configgano in termini concettuali. Cosa che si pone solo se ai termini “libero mercato” e “capitalismo” diamo delle connotazioni e non se ne diamo altre. Lo abbiamo detto, alle parole, come Humpty Dunty, possiamo dare il significato che vogliamo. Il problema qui, però, è che a inchiodare indelebilmente le etichette sui legni dove sono crocifissi i concetti è il martello delle ideologie. E le ideologie non sono propense a modificarsi neanche in base alle evidenze che potrebbero invalidarle. Le ideologie sono certe, non si discutono, non ammettono dubbi. Cioè, sulla scorta di quanto detto, non ammettono la crescita della conoscenza.
Galileo sapeva di poter dimostrare quanto diceva, se solo i preti avessero voluto guardare nel suo cannocchiale. Ma non vollero. Così, secondo una preponderante massa di critici del sistema economico vigente, libero mercato e capitalismo sarebbero pressoché sinonimi. Il motivo è che l’uno e l’altro vedono la proprietà privata – cioè il “furto” proudhoniano, l’ “appropriazione originaria” di Rousseau – quale base di effettualizzazione. Se si rigetta la proprietà - brutta, sporca, cattiva -, da rifiutarsi sono anche le sue conseguenze. Pensare ad un mercato anticapitalista è, dunque, uno “psicoreato”. Di cui, probabilmente, si è macchiato perfino Proudhon, che dello scambio fu un apologeta. Secondo, invece, i partigiani del liberismo duro e puro, dirsi anti-capitalisti ed essere collettivisti è tutt’uno. Pertanto, persone come Carson – o lo scrivente – sono da contemplare nell’elenco dei parassiti per motivi di attitudine e di dignità.
Esistono molti argomenti logici atti a smontare queste semplicistiche concezioni, se gli interlocutori sono disposti ad accrescere la loro conoscenza, a migliorare la propria mappa cognitiva. Ma, in genere, questi signori, mai sfiorati dall’ombra del dubbio, si palesano quali varie incarnazioni dei preti che rifiutarono di guardare nel cannocchiale di Galileo. Se ci guardassero vedrebbero che l’etichetta “libero mercato” descrive la concezione di autopoiesi, libero confronto e sperimentazione, sociale ed economica, che è cara ai libertari di ogni “obbedienza”. Il capitalismo, di contro, è termine storico che designa lo strutturarsi di un sistema sclerotizzato di sfruttamento grazie all’intervento statale nell’economia, cioè, non più come sistema autopoietico e cibernetico. In definitiva, il capitalismo è esattamente l’opposto del libero mercato. Lo diceva Korzbinsky in un abusato aforisma: la mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata. Sono i concetti vivi che scalciano una volta imbrigliati nelle etichette morte.
Un esempio storico renderà più chiara la distinzione.

Ode alla Grecia ( la storiella mi assolverà)

Con la rivoluzione del 1821 la Grecia si liberò della dominazione turca che si protraeva da circa quattro secoli. Estremamente interessante leggere una descrizione di quanto avvenne nella fase di "vuoto di potere" succedutosi alla cacciata degli ottomani. La gestione del territorio, infatti, fino ad allora in mano ai rappresentanti del potere ottomano, una volta cacciate le nobili famiglie turche che detenevano le terre presso le quali gli autoctoni lavoravano in condizioni di semi schiavitù, erano diventate res nullius.
Se in Oklahoma furono organizzate delle competizioni per accaparrarsi la terra durante la corsa all'Ovest, in Grecia, nella provincia dell'Elide, il problema della distribuzione della terra fu risolto dividendola in lotti, ad opera degli stessi abitanti, e, come procedura per l'assegnazione, si organizzarono delle corse con i cavalli.
La cosa funzionava così: ogni famiglia esprimeva un cavaliere, e terminata la gara, il vincitore avrebbe scelto la porzione a lui più congeniale. Il secondo classificato sceglieva un altro lotto, e così via, fino che tutte le terre coltivabili non fossero state divise.
Le vedove e gli orfani, affinché anch'essi potessero avere una fonte di sostentamento, non dovevano attendere la fine della gara, in quanto le comunità avevano stabilito quali terre assegnargli in precedenza.
In questo modo, cioè in modo autopoietico, senza intervento esogeno e senza particolari frizioni, la vita prese un suo stabile ritmo, e i braccianti, per la prima volta dopo secoli, divennero “proprietari” delle terre che coltivavano. Il surplus di produzione che in pochi anni fu realizzato grazie alla fertilità della terra rese possibile l’inizio degli scambi con altre regioni e paesi stranieri. La vita procedeva tranquilla. L’amministrazione delle comunità affidata alle riunioni di rappresentanti non professionisti (capifamiglia, anziani, ecc.) e, cosa che dispiacerà ai fans di Hobbes, pur in totale assenza di polizia, gli atti di reciproca aggressività assolutamente limitati. Ma il giorno arrivò. il governò centrale di Atene finalmente si diede una struttura, emanò le prime leggi, e formò un esercito nazionale. il potere, in altri termini, si coagulò nella forma della dominazione. “Stato” è il termine che indica "chi ha il monopolio della forza su un dato territorio". La definizione è di Walter Benjamin. Una delle prime leggi emanate riguardava la nazionalizzazione delle terre. Procedura molto democratica. Infatti, durante la gloriosa guerra di Spagna, anche gli anarchici parteciparono al governo che emanò il decreto di collettivizzazione operaio del governo autonomo di Catalogna. “In nome del popolo greco”, tutte le terre divenivano proprietà dello stato.
Il primo compito dell'esercito ellenico neoformatosi fu di espropriare con la forza le terre ai contadini che nel frattempo le avevano lavorate. In nome del popolo, ovviamente.
Quelle stesse terre, poi, furono rivendute dal governo, e finirono in gran parte in mano ai grandi latifondisti dei quali il governo stesso era espressione ed emanazione. Qualche contadino riuscì a ricomprarsi la propria terra, ma le tasse che nel frattempo il governo aveva imposto rendevano impossibile trarre guadagno dalla coltivazione diretta di piccole proprietà. Per tale motivo, questi dovettero subito rivendersele per ritornare a fare i braccianti. Ma ora i padroni non parlavano più turco, parlavano greco. Su queste basi è nato il moderno stato greco, liberale, democratico e capitalista (fino alla parentesi del regime militare).
Questa storia greca ha, come le favole del conterraneo Esopo, una morale? Si. Questa storia istruisce. Non ci insegna certo che sia da ricercarsi l’arcadia agricolo-pastorale, la “buona selvatichezza” rousseauiana o simili romanticismi da salotto radical-chic. E’, infatti, una storia che riguarda una organizzazione sociale che è più "comunità" che "società", nel senso di Tonnies, con tutti i difetti connessi a ciò. Però, le vicende dell’anarchia greca offrono numerosi spunti di riflessione. Ad esempio, sembra che l' "ontogenesi" dello stato greco ricapitoli, per così dire, la "filogenesi" della statualità storica. In altri termini, rappresenti la replica a uso e consumo dei moderni dell'opera di conquista del territorio che generò il leviatano. Non già, quindi, di quella evoluzione darwiniana dalla selvaggia orda primordiale allo stato perfettamente evoluto a seguito di un' improbabile accordo universale; cioè quella cosa che Rothbard definì ironicamente "l' immacolata concezione dello stato". Ciò che, però, più conta ai fini del nostro discorso è che la divisione dei “mezzi di produzione” e delle ricchezze non avveniva mediante atti violenti (i "mezzi politici" di cui parla Hoppenheimer), ma in base ad un comune accordo (i "mezzi economici") che, senza pudori, si può definire mercato, ma che si ha estrema difficoltà a definire capitalismo. Non nel senso “volgare” del termine.
Con ciò, ribadiamo, non si vuol affatto dire che sia auspicabile un ritorno a forme sociali più semplificate e, quindi a sistemi di scambio meno soggetti allo “sfruttamento capitalistico”. No, le preferenze sono individuali e la società non fa che organizzarsi sulla base di queste. Solo il moralismo che contraddistingue chi è uso rifiutare di guardare nei cannocchiali può ardire di porsi a missionario che annunci questo o quel rigore. Di questa schiera fanno spesso parte gli anarchici classici, di tradizione socialista, i quali, invece, spacciano per alternative alle logiche di mercato situazioni di mercato primitive, compra-vendita equa e solidale, autoproduzioni. Queste, in realtà, sono piena espressione del libero scambio, cioè di un sistema basato su incentivi individuali, non certo su moralità esogene impostegli. Si tratta di mercati, solo più piccoli e meno redditizi. Minor godimento, si deduce, minor peccato. Una comune in cui viga la gratuità rientra perfettamente nella logica di un “mercato” similmente inteso.
No, con questo discorso si vuole portare l’attenzione soprattutto sull’altro polo della questione, quello statale, cioè sul fatto che il primo gesto che lo stato appena formatosi ha compiuto è stato togliere le terre ai contadini che le coltivavano e il concederle ai ricchi protettori latifondisti, che con i loro mezzi avevano permesso la formazione della elite governativa. E le tasse, imposte dal governo centrale per il proprio mantenimento, hanno fatto in modo che non risultasse più vantaggioso per i piccoli proprietari il mantenimento dei loro limitati possedimenti. Ciò ha posto le basi per un’economia, quella che ha prodotto Onassis, che, per quanto più “arretrata” rispetto alla gran parte di quella dell’Occidente residuo, può dirsi di tipo capitalistico, per quanto si abbia difficoltà a definire “di libero mercato”. Messa così, si badi, sono anti-capitalisti anche i cosiddetti anarco-capitalisti. Insomma, il dato storico ricalca perfettamente il noto criterio che David Friedman utilizza per descrivere cosa è mercato e cosa no. E’ mercato qualunque situazione in cui le risorse vengono utilizzate in base a regole condivise – qualunque regola, inclusa la corsa coi cavalli – ed è non-mercato ogni situazione in cui il problema venga risolto con la forza. Quest’ultimo, dice Friedman, è talmente poco conveniente che “viene utilizzato solo da bambini piccoli e grandi nazioni”. Appunto.
La questione sulla quale questa storia ci invita a riflettere, in definitiva, è: favorisce di più il privilegio e l'accumulazione illegittima la libera contrattazione - da sempre accusata di essere il terreno di coltura del "capitalismo da rapina" - o la regolazione dell'economia sotto la tutela di organizzazioni sovrapersonali – sia uno stato (liberal-democratico a proprietà privata diffusa o socialista a “capitalismo di stato”), sia perfino un governo su modello del "Comitato delle Milizie" spagnolo -, teorico garante dei "diritti" di tutti i "cittadini"? Ognuno è libero, ovviamente, di pensarla come vuole, ma chi ritiene che la prima condizione sia auspicabile e la seconda deleteria persegue un “libero mercato anti-capitalista”. Grazie di aver guardato nel cannocchiale.


Conclusioni: la realtà non è vera

"Abbiamo una regola. Marmellata domani e marmellata ieri, ma mai marmellata oggi." "Ma qualche volta ci deve essere il giorno della ‘marmellata oggi’," obiettò Alice. "No, no, impossibile," disse la Regina. "La marmellata è prevista a giorni alterni e oggi, sai, non è affatto giorno alterno, lo vedi da te."
Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie

Alice al tè dei matti dice “è certamente la mia lingua ma io non la capisco”. Difatti, una povera organizzazione psichica, oltre a rendere le etichette, i “significanti”, di scarsa utilità nel definire i significati, comporta anche che la logica si sviluppi sulla base di sillogismi che hanno come premesse e come conclusioni sentenze discutibili. Sentenze espresse sulla base di “costrutti” poveri, direbbe George Kelly, fondatore del “costruttivismo cognitivo”. E sentenze povere generano mindfucking. Self-mindfucking. Come già detto, ci aveva avvertiti Korzbinsky. Ce lo ha poi ricordato Gregory Bateson. La mappa non è il territorio. Ogni essere vivente, nel conoscere la realtà, la costruisce. Naviganti nel mare magnum, viandanti nel paese delle meraviglie, noi tracciamo mappe col solo fine di costruirci uno spazio per orientarci e prevedere gli eventi. Non esistono mappe più vere di altre. Esistono però mappe migliori di altre. Esistono mappe più articolate, più ricche, che reggono meglio alle invalidazioni e riescono ad avere maggiore capacità predittiva. Che, continuando la metafora, non ci fanno perdere con troppa facilità. Ora, i costrutti sono binari. Bello e brutto, capitalismo e socialismo, libero mercato e pianificazione, individualismo-socialismo, razionalità e trascendenza, ecc. Un sistema di costrutti semplice avrà dei problemi davanti alle invalidazioni. Per un tizio convinto dell’esistenza del plusvalore, l’idea che sia più “socialista” il mercato dello stato è cognizione che si vorrebbe non incontrare, soprattutto se la struttura è semplicemente “comunismo-capitalismo”. Se cade l’una non rimane che l’altra. Come Bandler & Grinder dicono di chi si trova in queste impasse, “la difficoltà non sta nel fatto che essi effettuano la scelta sbagliata, ma che non hanno abbastanza scelte: non hanno un'immagine del mondo messa a fuoco con ricchezza". Gli Innuit (eschimesi) dispongono di circa duecento parole per definire la neve nelle sue diverse manifestazioni, le quali sfuggono a chi non ha tale elemento quale unico ambiente. La mappa dell’innuit non è più vera, è più adatta a orientarsi nel suo ambiente. Edward Konkin III, conosciuto per essere il fondatore della corrente anarchica nota come “agorismo”, descrive tre tipi di imprenditore: 1: l’imprenditore (buono), che corre rischi, innova, è vera forza produttrice e progressista; 2) il capitalista non statalista (neutrale), relativamente poco innovatore; 3) il capitalista statalista (cattivo) definito “il più grande male del regno politico”. Non siamo molto distanti dal pensiero del “socialista” Carson. Bene, quella di Konkin non sarà la ricchezza del dizionario Innuit alla voce neve, ma è già ben più del costrutto elementare di capitalista - sempre cattivo “a sinistra” e sempre buono “a destra” - generalmente utilizzato. La semplificazione del pensiero, si ricordi, era il fine della neolingua orwelliana.
Preservare costrutti inadeguati è possibile tramite l’elusione (“non ci guardo nel cannocchiale”), l’immunizzazione (“sarà una deformazione della lente”) e l’ostilità (“Il cannocchiale te lo do in testa”). Crescere in complessità, invece, prevede la disponibilità all’esplorazione, la tendenza a mettere a rischio i proprio costrutti, invalidarli, creandone di nuovi più articolati, più comprensivi, più fini, che rendano le successive invalidazioni più rare e meno traumatiche. Significa, insomma, creare incessantemente sé stessi ed il mondo anche a costo di dolorosi riaggiustamenti (gli “accomodamenti” di Piaget). Non è facile, certo, ma è il minimo che si possa chiedere a chi si definisca “libertario”. Altrimenti, diceva Korbinzsky - “Ci sono due modi di attraversare facilmente la vita: credere ad ogni cosa o dubitare di ogni cosa. Entrambi ci salvano dal pensare.”

martedì 14 ottobre 2008

Distruggere la scuola? Magari!



Articolo da: http://www.buraku.net/

La questione della scuola italiana è molto complicata, così complicata che la soluzione definitiva più semplice sarebbe quella di cancellare tutto; purtroppo non lo faranno mai e ci dobbiamo accontentate di riformette o inutili o ancora più dannose o omeopatiche. La scuola italiana è così appesantita da decenni di malgestione a tutti i livelli che francamente solo un pazzo potrebbe pensare di ricavarci qualcosa di buono.
Personalmente sono sempre più convinto che dei tutor privati che vengano a casa ad insegnare all’alunno (o a gruppetti di pochi alunni) siano la soluzione ideale. Se anche lo Stato dovesse sovvenzionare in parte la maggioranza delle famiglie per aiutarle nella spesa dei tutor, risparmierebbe di molto rispetto all’attuale situazione; e la qualiità sarebbe di gran lunga superiore. Ogni famiglia (o gruppetti di famiglie), potrebbe scegliere tra l’enorme mercato dei tutor privati a disposizione ed ogni alunno imparerebbe molto di più. Non venite fuori con la faccenda della socializzazione mancata perchè secondo me è una stronzata, basta andare al parco e gli amichetti te li trovi.
Mi rendo conto che questa è un’idea un po’ troppo radicale, e vabbeh, amen. Tuttavia una via di mezzo più facilmente concretizzabile deve esserci. Viriamo sul personale per far capire dove voglio arrivare: al liceo avevo un professore di italiano e latino che era un fervente cattolico ed un mezzo fascio. Passava metà delle sue lezioni a fare comizi politici con una dialettica molto violenta e a parlare della "nostra religione", poi a fine anno ci si lamentava che eravamo arrivati a metà del programma. Io un professore simile non lo vorrei per mio figlio, proprio per niente. Certo, direte voi, è più facile che tuo figlio si becchi un prof compagno tutto "solidarietà al popolo palestinese" e "diritto al lavoro", ecco, appunto. Io, sempre per il mio ipotetico figlio, non vorrei nemmeno un professore alla Leonardo; stando al suo blog, mi sveglierei di notte con gli incubi pensando a Leonardo che insegna a mio figlio (in simpatia, s’intende). Quindi, mi chiedo, perchè lo Stato mi obbliga a sovvenzionare una istituzione che io reputo dannosa per la salute mentale del mio ipotetico figlio? A parte il non trascurabile fatto che di figli non ne ho ma sono costretto a sovvenzionare la scuola lo stesso…E’ davvero così folle l’idea di lasciare completamente alla libera intraprendenza di istituti privati l’educazione delle persone? Avremmo di tutto e potremmo scegliere secondo il nostro portafoglio e la nostra sensibilità: istituti d’elite e istituti normali, scuole con una retta mostruosamente alta e scuole con una retta accettabile, istituti religiosi, istituti castristi, istituti liberali, istituti neutri, etc etc etc. Il baraccone infame che è la scuola italiana odierna sarebbe un brutto ricordo e le famiglie, liberate dalla tassazione statale sulla scuola, potrebbero scegliere liberamente.
E’ davvero così folle essere pro-choice su tutto, anche sulla scuola?

Sign for legalizziamola

domenica 12 ottobre 2008

Potere politico ed ignoranza economica


"Il recente discorso di George Bush in difesa del suo programma di salvataggio è stato un vero tour de force. In effetti, è riuscito a spiegare che l'incombente recessione economica degli Stati Uniti deriva da una situazione precedente di "credito facile" senza menzionare la politica enormemente inflazionista della Riserva Federale – che ha raggiunto il suo punto culminante nel 2003 e nel 2004, quando ha prestato dollari ad un tasso di interesse a breve termine negativo, ed ha provocato la creazione, in un periodo di sette anni (2000-2007), di più dollari di quanti ne fossero stati creati cumulativamente nei due secoli dalla fondazione degli Stati Uniti.
Secondo il quarantatreesimo presidente, la colpa ricade interamente sugli "investitori stranieri" che vogliono approfittare della competitività dell'economia statunitense. Logicamente, l'allungamento della struttura di produzione portata dall'investimento netto avrebbe dovuto risultare in profitti aggregati e sviluppo economico – ma non questa volta. Per qualche motivo (che il presidente ritiene inutile spiegare) i bassi tassi d'interesse sono stati una maledizione che ha condotto in qualche modo tutti gli imprenditori finanziari a dissipare il loro capitale in imprese e prestiti senza speranza.
A causa di politiche a riserva frazionaria e del de facto standard internazionale del dollaro, persino i miliardi di unità della valuta degli Stati Uniti spesi all'estero vengono duplicati e rispediti in America, dove incoraggiano il credito. Ma tutto ciò George Bush non l'ha menzionato.

Alla fine, ha concluso che:

1. la riserva federale dovrebbe avere i suoi poteri estesi molto al di là della loro attuale portata, specialmente su tutte le imprese finanziarie, non solo le banche, e

2. è necessario un massiccio prestito di fondi tassati – come intervento eccezionale e un certo tipo di investimento pubblico che aiuterebbe l'economia a recuperare, da restituire in seguito.


Non tutti gli "esperti" si sono trovati d'accordo. Un commentatore sulla CNN ha persino riconosciuto che l'imminente recessione è una conseguenza della "negligente politica monetaria" di Alan Greenspan.
Tuttavia, anche se alcuni hanno afferrato il collegamento fra questi effetti presenti e quella causa passata, pochi di loro sembrano afferrare che ricorrere adesso alle stesse politiche necessariamente avrà le stesse conseguenze in futuro: ritarderanno la recessione e la peggioreranno.
C'è qualcosa che possiamo imparare da simili dimostrazioni di ignoranza?
Come spiegò Carl Menger, la conoscenza degli uomini dei collegamenti causali fra i fenomeni naturali determina il limite entro cui controllano le loro vite.
Il risultato delle loro azioni è soltanto in parte il prodotto degli individui. Dipende anche da altri fattori che non sanno come (o che non hanno il potere di) impiegare come mezzi per i loro fini. Effettivamente, la loro conoscenza determina soltanto il limite entro cui gli uomini teoricamente controllano le loro vite. In pratica, il loro controllo reale dipende dal capitale che hanno accumulato.
Il collegamento causale fra il crescente utilizzo di merci di più alto ordine e la crescente quantità (o qualità) di merci di primo ordine prodotte si trova nel fatto che le prime aumentano il numero dei fattori di un dato processo causale di produzione che hanno carattere di merce – ovvero, estende a quelli meno prossimi il nostro potere di dirigere i suoi vari fattori verso la soddisfazione dei nostri bisogni.
Per contro, l'ignoranza degli uomini dei collegamenti causali fra i fenomeni naturali – come pure la loro preferenza, ceteris paribus, per le soddisfazioni presenti, che limita il loro risparmio – determina il limite entro cui non controllano le loro vite, ma piuttosto dipendono per la soddisfazione dei loro bisogni dalle cause collaterali presenti nel loro ambiente.
Possiamo estendere questa analisi mengeriana e dire che l'ignoranza degli uomini dei collegamenti causali fra le azioni umane determina il limite entro cui il loro controllo sulle loro vite e lo sforzo verso il suo miglioramento è limitato dagli effetti secondari presenti degli interventi politici del passato.
Effettivamente, meno afferrano le loro conseguenze future, più tendono a favorire politiche che sembrano consentire il raggiungimento immediato dei loro fini – con la coercizione.
C'è una pubblicità televisiva che dice, "immagina se i pompieri governassero il mondo." Vediamo il Congresso, pieno di pompieri, uno che propone politiche, gli altri che le sostengono all'unanimità. Sembra così ovvio!
"Volete più scuole?"

"Yeah!"

"Volete la sanità per tutti?"

"Yeah!"

Ci vogliono solo trenta secondi. Allora il capo conclude allegro, "questo è il lavoro più facile che abbia mai avuto…"

Non è così ovvio e così facile? Vogliamo un lavoro per tutti? Allora rendiamo illegale licenziare gli impiegati. Vogliamo che tutti siano ricchi? Allora distribuiamo la ricchezza…
Sì, possiamo in effetti condividere tutti gli stessi obiettivi, nel senso che Ludwig von Mises ha precisato: gli interventisti ed i sostenitori del "laissez faire" cercano gli stessi generali e "ovvi" fini. Ma come il celebre autore dell'Azione Umana notò, i sostenitori del laissez-faire non sostengono gli stessi mezzi, perché le politiche promosse dagli interventisti trascurano due cose:

1. le cause dei mali che pretendono di combattere
2. le loro conseguenze future


Le cause dei mali presenti sono gli effetti di simili politiche interventiste del passato. Le conseguenze future delle attuali politiche interventiste sono simili (ma peggiori) ai mali presenti che combattono.
Eppure, una così completa mancanza di comprensione è fin troppo comune – non solo da parte "dell'uomo qualunque," ma anche fra coloro che pretendono di insegnare economia.
Non credereste a cosa ho trovato in un test di economia di livello avanzato per le scuole superiori, soltanto alcuni giorni fa.
Ciò che segue è la numero 7 di una serie di domande di "macroeconomia" a scelta multipla:
1. alzare il requisito di riserva ed il tasso di sconto
2. vendere titoli sul mercato libero ed alzare il tasso di sconto
3. vendere titoli sul mercato libero ed abbassare il tasso di sconto
4. comprare titoli sul mercato libero e alzare il tasso di sconto
5. comprare titoli sul mercato libero ed abbassare il tasso di sconto

E la risposta giusta è, presumo, la 5.
Notate che la domanda non è, "se la Riserva Federale deve fare qualcosa, e in caso affermativo, che cosa?"
No, la domanda assume che la Riserva Federale dovrebbe fare qualcosa.

Ciò che questa domanda realmente chiede è, quale intervento della Fed avrà l'effetto immediato di arrestare la recessione? Non chiede, quali sono le cause delle recessioni? Non chiede, quali saranno gli effetti a lungo termine delle azioni della Fed?
Da una tale prospettiva, sembra evidente che perdite aggregate oggi significano diminuzione dell'attività economica, confrontata al periodo precedente, e una politica di inflazione che pompa nell'economia l'equivalente della perdita aggregata ci permette di mantenere un livello di attività economica uguale a prima. E una tale politica è "facile": la Riserva Federale deve soltanto tirar fuori più biglietti verdi.
Ma questo potrà soltanto "contrastare la recessione" e mantenere l'attività economica, nell'immediato – ovvero, non la manterrà affatto. Al contrario, provocherà una nuova recessione – più distante nel tempo, ma peggiore di quella attuale – che una politica simile ha provocato nel passato.
Conclusione: la legge di ferro dell'ignoranza economica

Peggiore e più diffusa sarà l'ignoranza dei collegamenti causali fra le azioni umane, più elevato sarà il livello di intervento politico nella società. Più si capiscono i collegamenti causali fra le azioni umane ed afferrano gli effetti degli interventi politici, più ci si oppone alle politiche "più ovvie" e "più facili."

George Bush era certamente il portavoce di una comune attitudine quando ha sostenuto che, anche se si è opposto all'interventismo "come regola generale," ha favorito (come eccezione) un massiccio programma di inflazione e di tasse, a causa delle circostanze eccezionali. Ciò dimostra soltanto una mancanza di comprensione del fatto che un collegamento causale è una necessità – anche in circostanze "anormali." Una volta che capiamo che le cause dello stesso tipo hanno sempre e ovunque lo stesso tipo di effetti, dobbiamo estendere a tutti i casi il principio prasseologico secondo cui un'ulteriore quantità dello stesso tipo di intervento può soltanto ritardare e peggiorare i mali che si presume debba contrastare.
C'è una triste ironia nell'ignoranza economica – al di là dei suoi effetti disastrosi. Chiamiamola Legge di Ferro dell'Ignoranza Economica: il valore della conoscenza economica aumenta con la sua scarsità. Ovvero la conoscenza economica diventa più importante come l'economia peggiora; ma l'economia peggiora secondo il livello di intervento politico – che è una funzione dell'ignoranza economica."

http://www.movimentolibertario.it/home.php

di Jérémie T.A. Rostan

giovedì 9 ottobre 2008

Tra gli alti papaveri afgani...


È di questi giorni la notizia del sospetto coinvolgimento di Ahmed Wali Karzai, fratello del presidente afgano, Hamid Karzai, nel traffico di eroina che è tornato ad essere il commercio più importante dell'Afghanistan. Scrive il New York Times:
Quando nel 2004 le forze di sicurezza afgane trovarono una quantità enorme di eroina nascosta sotto blocchi di calcestruzzo in un rimorchio fuori Kandahar, il locale comandante afgano confiscò il camion ed informò rapidamente il suo capo.
Non molto tempo dopo, il comandante, Habibullah Jan, ricevette une telefonata dal fratello del presidente Hamid Karzai, che gli chiedeva di rilasciare il veicolo e la droga ... Jan disse di aver obbedito dopo aver ricevuto una telefonata da un aiutante del presidente Karzai che gli ordinava di rilasciare il camion.
Due anni dopo, le forze dell'antidroga americana ed afgana bloccarono un altro camion, questa volta vicino a Kabul, trovando più di 110 libbre di eroina. Poco dopo il sequestro, gli investigatori degli Stati Uniti comunicarono ad altri funzionari americani di aver scoperto dei collegamenti fra la spedizione di droga e una guardia del corpo che credevano essere un mediatore per Ahmed Wali Karzai, secondo quanto rivelato da un partecipante al briefing.
L'accusato nega qualsiasi coinvolgimento, anche se le voci su un suo coinvolgimento nel traffico di droga circolano da tempo in Afghanistan. Per il fratello del presidente, che è ora tra l'altro capo del Consiglio provinciale di Kandahar, seconda città per estensione dell'Afghanistan, si tratta solo di attacchi politicamente motivati di vecchi nemici.

“Non sono un trafficante di droga, non lo sono mai stato e non lo sarò mai,” ha detto il fratello del presidente in una recente intervista telefonica. “Sono vittima di una politica viziosa.”
Ma persino alti funzionari dell'ambasciata americana e della Casa Bianca, pur mantenendo l'anonimato, si dicono convinti che i collegamenti tra Karzai e il traffico di droga ci siano, e siano anche un serio problema politico per il governo fantoccio guidato dal fratello e sostenuto dagli USA.

È bene ricordare a questo punto che la produzione di eroina in Afghanistan al tempo dei taliban, grazie al programma di eradicazione da loro messo in atto nel 2000, era crollata, in un risultato senza precedenti riconosciuto anche dall'Assemblea Generale dell'ONU:
Guardando in primo luogo verso il controllo di droga, ho pensato di concentrare le mie osservazioni sulle implicazioni del divieto di coltivazione del papavero dei taliban nelle zone sotto il loro controllo… Ora abbiamo i risultati della nostra indagine annuale al suolo sulla coltivazione del papavero in Afghanistan. Quest'anno la produzione [2001] è di circa 185 tonnellate. Questa è scesa dalle 3300 tonnellate dell'anno scorso [2000], una diminuzione di oltre il 94 % In confronto alla raccolta record di 4700 tonnellate due anni fa, la diminuzione è ben oltre il 97 %.
Ogni diminuzione nelle coltivazioni illecite è accolta favorevolmente, particolarmente nei casi come questo dove non c'è stato alcun spostamento, localmente o in altri paesi, ad indebolire il successo.”
La produzione riprese a tutto vapore subito dopo l'invasione delle forze alleate guidate dagli USA, e l'instaurazione del governo fantoccio proprio di Hamid Karzai. Se con i taliban la produzione annua era scesa a 185 tonnellate nel 2001, un anno dopo era schizzata al livello record di 3400 tonnellate. Considerato che
Karzai è stato un agente coperto della CIA fin dagli anni 80. Collaborò con la CIA per indirizzare aiuti USA ai taliban come nel 1994 quando gli americani, segretamente e per mezzo dei pakistani [specificamente l'ISI] supportarono la presa del potere da parte dei taliban (citato in “U.S. Energy Giant Unocal Appoints Interim Government in Kabul,” Karen Talbot, Global Outlook, No. 1, primavera 2002. p. 70. Vedi anche BBC Monitoring Service, 15 dicembre 2001)
questo affiorare da parte americana delle accuse per il fratello di Karzai sembrano essere un sistema per ripulirsi delle responsabilità proprie, scaricando tutta la colpa sul capro espiatorio più facile da sacrificare. Ma è un sacrificio che, al fine di salvare il fragile potere di Karzai, potrebbe rivelarsi persino inutile, se è vero che, come ha dichiarato il generale Mark Carleton-Smith, comandante della 16 Air Assault Brigade britannica, “la guerra in Afghanistan non si può vincere.” Nel frattempo, quella contro la droga è già una disfatta.

Articolo da: http://gongoro.blogspot.com/

martedì 7 ottobre 2008

Ah! Dannate tasse...


Dibattito tra libertari sulla questione tassazione:

Massimo Ortalli su Rivista ''A'' (http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/337/113.htm#1)

Risposta:

Gentile redazione,
ho trovato equilibrato l´intervento di Massimo Ortalli sulla questione tributaria del punto di vista dell´anarchico.
Tuttavia il discorso è incompleto. Si omette di precisare che lo Stato è ricchissimo (il deficit di bilancio è una bufala, come ho argomentato altrove), e che le tasse non servono affatto ai "servizi", ma a tenere soggiogato il cittadino, non solo con il prelievo, ma anche con adempimenti sanzionati.
È inutile che vi ricordi che tutte le rivoluzioni e i moti della storia hanno avuto una radice fiscale, ma proprio la retorica dei "servizi" ha attenuato la percezione del carattere coercitivo del fisco, instillando un senso di colpa nell´evasore ( parte che non può evadere chi è soggetto a ritenuta d´acconto).
Nella tradizione americana la questione è più sentita che da noi (Thoureau, Tucker), il che non significa che gli evasori vadano santificati: è gente che, molto spesso, ai più alti livelli, dallo Stato ci guadagna con concessioni e prerogative. Evadere. Per loro, è solo un arrotondamento nel rapporto con lo Stato.
Fabio Nicosia

Risposta:
Nella lettera di Fabio Nicosia la "questione tasse" viene affrontata partendo da una nuova prospettiva, tale da spostare significativamente i termini del discorso. Se nella precedente risposta alla lettera di Luca Mioli discutevamo su quale dovesse essere la risposta del singolo individuo alla domanda "evasione sì evasione no", ora veniamo a parlare di ciò che potremmo definire come "rivolta fiscale" o anche, per paradosso, "evasione di massa organizzata".Nella cultura nordamericana il tema della tassazione e del ruolo dello Stato nella società è particolarmente sentito, e ne è esempio la scintilla fiscale che scatenò la Rivoluzione americana contro gli inglesi. Al tempo stesso è innegabile la centralità che hanno, nel dibattito politico, la necessarietà e la presunta invadenza dell´intervento statale nella vita dei cittadini. Tucker e Thoreau, mi pare, contestavano la legittimità di una certa imposizione fiscale, imputando allo Stato la mancanza di quella funzione etica che avrebbero voluto attribuirgli. Quindi la loro non era una opposizione alle tasse in quanto tali, ma piuttosto al loro cattivo, o presunto tale, utilizzo. In un certo senso a loro si ispiravano gli obiettori fiscali che, in tempi recenti, si rifiutavano di versare allo Stato italiano l´equivalente delle spese militari. Diversa la posizione degli anarcocapitalisti, i quali contestano tout court la legittimità delle tasse in quanto atto autoritario, affermando però, pur se nascondendosi dietro raffinati sofismi, la legittimità di un atto ben più autoritario quale lo sfruttamento "egoistico" delle risorse naturali e della forza lavoro altrui.Dove stare dunque? Cosa scegliere? Personalmente ritengo che l´unica risposa "anarchica" sia quella che le tasse non si pagano solo abbattendo lo Stato che le esige e costruendo una società talmente solidale e collaborativa che di tasse non ne abbia più bisogno. In mancanza, o nell´attesa, che fare? E allora torno alle conclusioni della mia precedente risposta.
Massimo Ortalli

Anarcoliberali.

"Il mio identikit politico è quello di un libertario, tollerante. Se poi anarchico l'hanno fatto diventare un termine orrendo... In realta' vuol dire solo che uno pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia, le stesse capacità" ( Fabrizio De André )