Il 18 ottobre 2009 nella sede della Fondazione Alfred Lewin a Forlì si è inaugurata la Biblioteca “Gino Bianco”. Oltre a tanti amici e “soci” della Fondazione erano presenti Roberto Balzani, sindaco di Forlì, Mario Bocerani, sindaco di Tuoro sul Trasimeno, dove Gino Bianco abitava, l’assessore alla cultura di Forlì, John Patrick Leech, e quello di Tuoro, Lorenzo Borgia.
Dopo l’intervento di Rosanna Ambrogetti, presidente della Fondazione (che riportiamo qui sotto) e i saluti dei due sindaci, ha preso la parola Adriana Montini Bianco che in un breve intervento è riuscita a darci un’idea di una Londra “favolosa”, quella laburista degli anni Sessanta e Settanta, dove poteva capitare di abitare sullo stesso pianerottolo delle nipoti di Gershom Scholem ed essere invitati a una festa dove il grande intellettuale intratteneva per ore i presenti, o in un’altra casa dove Arie L. Aliev, presentava il suo libro che racconta l’odissea della Ulua, la nave carica di ebrei che attraversò mezzo mondo; era la Londra degli esuli polacchi, due dei quali, entrambi ebrei, amici di Gino, Melvin Jonah Lanski e Leo Labedz, dirigevano le prestigiose Survey ed Encounter, e degli strettissimi legami col laburismo israeliano; la Londra dell’Internazionale socialista, in cui Gino conobbe Golda Meir, in cui Willy Brandt gli affidò il rapporto sull’eurocomunismo per poi bocciarglielo perché troppo scettico, ed erano tempi di Ostpolitik...
Ringrazio e do il benvenuto a tutti i presenti. Inizio dandovi una triste notizia. Come sapete la Biblioteca è stata costituita dalla Fondazione Alfred Lewin, fondazione a lui intitolata, per la sua storia che lo lega a Forlì. Alfred, insieme alla madre Jenny e ad altri 16 ebrei, è stato fucilato nel settembre del 1944 da fascisti italiani e SS tedesche nei pressi dell’aeroporto di Forlì. La strage è stata a lungo dimenticata finché nel 1994, grazie anche all’impegno della rivista Una città, non solo “la città ha finalmente ricordato” ma si è potuto dare degna sepoltura, alla presenza del Rabbino, agli ebrei uccisi, i cui resti erano pressoché anonimi in loculi invisibili.
Lissi Pressl Lewin era la sorella di Alfred e figlia di Jenny, e nel ’38, grazie alle insistenze della madre e del fratello, li aveva lasciati per riparare in Inghilterra, dove accoglievano solo ragazze ebree giovani, per lavorare alla pari. Così si salvò. Sposatasi con un tedesco della resistenza antinazista e andata a vivere nella Germania dell’Est, non seppe più nulla della sorte di madre e fratello.
Solo nel 2000, grazie a un giovane berlinese, figlio di amici di famiglia, e venuto a fare servizio civile all’Istituto della Resistenza di Reggio Emilia, seppe che i suoi cari erano sepolti a Forlì.
Nel 2000, dopo 57 anni, Lissi poté visitarne la tomba. Restò poi in stretto contatto con noi, tornò a Forlì in occasione del Giorno della Memoria e dell’Anniversario delle Leggi razziali, per parlare della storia sua e della sua famiglia nelle scuole e nel 2003 fu felice di dare il suo permesso a intitolare la Fondazione che stavamo costituendo al fratello Alfred Lewin e di diventarne Presidente onoraria.
Purtroppo Lissi Pressl Lewin è deceduta il 25 settembre scorso. Le sue condizioni di salute andavano peggiorando da tempo ma aveva continuato a seguire con estremo interesse i progetti della Fondazione. E siamo certi che sarebbe stata molto contenta sapendo della giornata di oggi.
La Biblioteca.
Spiegare perché è intitolata a Gino Bianco è un po’ come raccontarne la storia.
Gino Bianco era giornalista e militante socialista, socialista libertario. Fu corrispondente dell’Internazionale socialista da Londra per più di vent’anni, collaboratore di Critica Sociale negli anni 60, redattore di Tempo Presente di Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte, del quale fu allievo e amico. E fu proprio per intervistarlo su Nicola Chiaromonte, e successivamente su Andrea Caffi, che ci conoscemmo. Fu, cioè, il comune interesse per “l’altra tradizione”, quella socialista e libertaria, sempre eterodossa e pluralista, del tutto misconosciuta, a farci incontrare verso la metà degli anni Novanta. Per noi fu un incontro molto fecondo. E nacque anche una bella ed importante amicizia, che si è estesa alla sua famiglia e che è durata fino alla sua morte, nel 2005. Per anni ha prestato la sua firma come direttore responsabile alla rivista Una città ed è stato fra i fondatori della Fondazione.
La Fondazione possedeva già una raccolta di testi sulla Shoà (circa 600 volumi), ma l’idea della biblioteca ha preso forma ed ha cominciato a essere più realistica quando Gino ci ha lasciato gran parte della sua biblioteca di cultura politica, il suo archivio personale, una raccolta di carte tuttora inedite di Andrea Caffi, e numeri molto rari di Giustizia e Libertà degli anni della guerra di Spagna. Altro stimolo poi ci è venuto quando Miriam Rosenthal, vedova di Chiaromonte, conosciuta sempre tramite Gino, ha donato alla biblioteca una collezione della rivista Politics (rivista americana in cui scrivevano oltre a Chiaromonte e Caffi, Hannah Arendt, Simon Veil, Albert Camus) ed una raccolta di libri appartenuti a Caffi. Alla sua morte, poi, ci ha lasciato una parte consistente della biblioteca di Nicola Chiaromonte.
Nel frattempo era arrivata la donazione, da parte di uno dei fondatori, della casa in cui ha sede la Fondazione e le donazioni, sempre da parte di soci, di collezioni di riviste, dal Mondo di Pannunzio, a Tempo Presente, a L’Unità di Gaetano Salvemini, le annate di Critica sociale dell’ultimo decennio dell’800 e del primo del 900, il Ponte di Piero Calamandrei, Preuves, l’alter ego francese di Tempo Presente, ecc. Così il sogno di una biblioteca ha preso corpo.
Presto sarà anche aperta al pubblico, sarà in rete e speriamo che possa diventare un punto di riferimento, in un certo senso -vorremmo dire- anche “militante”, per dei giovani, ricercatori o meno, che vogliano riandare al passato per interrogarsi sul presente.
UNA CITTÀ n. 168/ novembre 2009
martedì 10 novembre 2009
Forlì, inaugurata la biblioteca Gino Bianco
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Rivista Una Città
sabato 7 novembre 2009
Conferenza stampa con Cappato a Caserta
Interventi di Marco Cappato, Letizia Domenico, Luca Bove:
http://www.radioradicale.it/scheda/290669/conferenza-stampa-sulla-presentazione-della-raccolta-delle-pre-firme-per-la-lista-bonino-pannella-alle-ele
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Radicali
giovedì 5 novembre 2009
Anarchismo Integrale ( America, Europa )
Anarchismo Americano
Ipotesi di ricerca
di Marco Perez
http://www.instoria.it/home/anarchia_america.htm
Confronto tra Anarchismo americano ed europeo
Per un Anarchismo Integrale
di Domenico Letizia
http://www.instoria.it/home/anarchismo_americano_europeo.htm
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Rivista InStoria
lunedì 2 novembre 2009
Analisi e Proudhon
Da: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/ ( A rivista Anarchica).
Il pensiero proudhoniano è stato oggetto di molteplici interpretazioni, le più diverse, le più disparate. Stroncato dai marxisti come piccolo-borghese, salutato dalla destra francese come teorico dell’autorità familiare, riconosciuto dai “socialisti liberali” come loro precursore, identificato dal sindacalismo rivoluzionario come nume tutelare e intellettuale di Sorel, riscoperto dal socialismo consiliare come iniziatore dell’autogestione operaia, infine, criticato, discusso e rispettato come uno dei fondatori del pensiero anarchico.
Alla radice di questa varietà interpretativa vi è il pensiero stesso di Proudhon, continuamente contraddittorio, dispersivo, costruito più per spunti ed intuizioni, che per schemi. La matrice di questa contraddittorietà è data dall’uso assolutamente originale del metodo dialettico: a differenza di Marx ed Hegel che definiscono la realtà nella forma triadica di una tesi e di una antitesi che si risolve sempre in una sintesi superiore, Proudhon afferma che le opposizioni e le antinomie sono la struttura stessa del “sociale”, e che il problema non sta nel risolverle in una sintesi che finirebbe per irrigidire la realtà, ma nel trovare e nel costruire un equilibrio funzionale capace di far convivere più tendenze di per sé contraddittorie.
Le opposizioni tra ordine stabilito e progresso, tra proprietà privata e proprietà collettiva, tra socializzazione e individualismo, fanno tutte parte del tessuto della vita sociale. I contenuti specifici della sua dottrina, privilegiando di volta in volta aspetti diversi della molteplicità socio-economica, possono definire Proudhon come teorico ora all’una ora all’altra tendenza, rendendo praticamente impossibile una “lettura anarchica” del suo pensiero. Quest’ultimo, inoltre, ha subito un’evoluzione continua caratterizzata da alcune fasi più inclini al democraticismo rivoluzionario o al riformismo che all’anarchismo.
Tuttavia vi è nell’opera complessiva di Proudhon un metodo d’indagine e di analisi, un modo di accostarsi e di interpretare la realtà sociale ampiamente libertario; metodo che porta alla duplice costituzione teorica di due fondamenti principali del pensiero anarchico: il pluralismo e l’autogestione. Essi costituiscono non solo una caratteristica propria dell’anarchismo storico ma anche dell’anarchismo contemporaneo, permettendoci una doppia giustificazione di una “lettura anarchica” di Proudhon: allo stesso tempo ideologica ed attuale.
L'analisi:
Dissonanze.
Quel democratico di Proudhon
di Luigi Corvaglia
Il concetto di “dissonanza cognitiva” è noto da tempo agli psicologi. Quando concetti, nozioni e credenze vissute come incoerenti o opposte sono contemporaneamente presenti nell’apparato cognitivo di un individuo, si viene a creare un disagio psicologico che necessita di esser risolto. Un esempio noto è quello del fumatore. Egli sa che fumare fa male, sa al contempo che chi fa qualcosa che lo danneggia è stupido, pertanto il tabagista dovrebbe accettare l’idea di essere stupido; questa idea, però, contrasta con la benevola autoconsiderazione che è di ogni individuo non depresso. La soluzione può essere, allora, quella di squalificare la scientificità degli studi sui danni da fumo, oppure il considerare il piacere sicuro prodotto dal suo vizio più importante di un danno incerto, come anche l’ affermare a se stessi che, “con l’inquinamento che c’è”, il fumo di sigaretta è piccola e trascurabile cosa. Tutto pur di salvaguardare la propria immagine di individuo razionale. Bene, alla dissonanza cognitiva e alle contorsioni intellettuali messe in campo per risolverla non è immune neppure il pensatore di cose politiche, l’analizzatore di grandi sistemi e neanche i tanti, troppi autori di “brevi saggi sull’universo”. Anzi. Si prendano gli anarchici, noti compendiatori di universi, tra l'altro, e il loro rapporto con il libero scambio. E’ noto che se sei per il libero scambio sei un capitalista, c’è scritto su tutti i brevi saggi. Libero scambio e anarchismo sono “dissonanti”, non possono coesistere nella stessa scatola cranica, specie se già occupata da molti altri ingombri intellettuali, quali, per esempio, quelli che fanno confondere il libero scambio col capitalismo, un sistema predatorio che nulla ha a che vedere con uno scambio realmente “libero”. Stranamente, però, anarchismo, che è per definizione libertà, e impedimento dello scambio, che è costrizione, sembrano non essere particolarmente dissonanti. Ora, intendo sottoporre al lettore un caso piuttosto lampante di risoluzione di una dissonanza cognitiva di tipo simile. L’argomento è Proudhon.
Per una strana coincidenza, sull'ultimo numero di "A Rivista Anarchica" (n. 348, novembre 2009), Mirko Roberti sembra quasi rispondere al mio invito(http://tarantula.ilcannocchiale.it/?r=19435), pubblicato su vari fogli e noto anche a quella redazione, a leggere Proudhon. Egli, infatti, si produce in una singolare argomentazione proprio proponendo una "Lettura di Pierre Joseph Proudhon". Nell'introdurre alcuni brani del francese, estrapolati qua e là, l’autore parte dalla constatazione che “Il pensiero proudhoniano è stato oggetto di molteplici interpretazioni, le più diverse, le più disparate.” Ciò è senz’altro vero e, del resto, era proprio tale constatazione a motivare la mia proposta di approfondimento dell’opera proudhoniana. Tale approfondimento, in altri termini, avrebbe dovuto far cogliere al lettore la profonda coerenza interna del suo pensiero, onde far miseramente crollare una serie di luoghi comuni di pronto utilizzo, appunto, per le più diverse e contrastanti posizioni. Già, ma l’invito del più noto magazine libertario italiano sembra procedere in vista di ben altro fine. Si, perché Roberti scrive che “Alla radice di questa varietà interpretativa vi è il pensiero stesso di Proudhon, continuamente contraddittorio, dispersivo, costruito più per spunti ed intuizioni, che per schemi”. La posizione di Roberti è rispettabile come quella di qualunque studioso e, in un dibattito intellettuale, la differente interpretazione è per definizione una necessità, pena l’assenza del dibattito stesso. Senonché, ad un certo punto diventa piuttosto chiaro che l’autore tende a risolvere il disagio psicologico che proprio la lettura dell’autore di “Che cos’è la proprietà?” procura al suo anarchismo. Proudhon, con la sua ostinazione a non sclerotizzare le posizioni in dogmi e a considerare mobile ogni cosa viva, a vedere, cioè, come necessarie ed ineliminabili perfino le “contrapposizioni e le antinomie”, incluse quelle “tra proprietà privata e proprietà collettiva, tra socializzazione e individualismo”, perché “fanno tutte parte del tessuto della vita sociale”, provoca qualche vertigine. Manca un saldo parapetto. Ecco allora che avviene l’impensabile: l’uomo che per primo osò definirsi “anarchico” viene espulso dal novero degli anarchici! Scrive, infatti, Roberti: “I contenuti specifici della sua dottrina, privilegiando di volta in volta aspetti diversi della molteplicità socio-economica, possono definire Proudhon come teorico ora all’una ora all’altra tendenza, rendendo praticamente impossibile una “lettura anarchica” del suo pensiero. Quest’ultimo, inoltre, ha subito un’evoluzione continua caratterizzata da alcune fasi più inclini al democraticismo rivoluzionario o al riformismo che all’anarchismo.”
Uno scoop, direi, che non solo finisce con l’ accreditare le letture fantasiose da cui si era partiti, ma che, nel cercare di risolvere una serie di dissonanze cognitive con l’espulsione di tanto autore dall’esclusivo club, finisce col rivelare un pericoloso sfondo intellettuale. Infatti, il motivo della scarsa coerenza anarchica dell' uomo di Becancon Roberti la vede nell’ “’uso assolutamente originale del metodo dialettico: a differenza di Marx ed Hegel che definiscono la realtà nella forma triadica di una tesi e di una antitesi che si risolve sempre in una sintesi superiore, Proudhon afferma che le opposizioni e le antinomie sono la struttura stessa del “sociale”, e che il problema non sta nel risolverle in una sintesi che finirebbe per irrigidire la realtà, ma nel trovare e nel costruire un equilibrio funzionale capace di far convivere più tendenze di per sé contraddittorie.”In altri termini, sembra che la colpa del fondatore dell’anarchismo moderno sia quella di considerare l’identità anarchica come qualcosa di anarchico. Ecco, questo non è dissonante….
Il pensiero proudhoniano è stato oggetto di molteplici interpretazioni, le più diverse, le più disparate. Stroncato dai marxisti come piccolo-borghese, salutato dalla destra francese come teorico dell’autorità familiare, riconosciuto dai “socialisti liberali” come loro precursore, identificato dal sindacalismo rivoluzionario come nume tutelare e intellettuale di Sorel, riscoperto dal socialismo consiliare come iniziatore dell’autogestione operaia, infine, criticato, discusso e rispettato come uno dei fondatori del pensiero anarchico.
Alla radice di questa varietà interpretativa vi è il pensiero stesso di Proudhon, continuamente contraddittorio, dispersivo, costruito più per spunti ed intuizioni, che per schemi. La matrice di questa contraddittorietà è data dall’uso assolutamente originale del metodo dialettico: a differenza di Marx ed Hegel che definiscono la realtà nella forma triadica di una tesi e di una antitesi che si risolve sempre in una sintesi superiore, Proudhon afferma che le opposizioni e le antinomie sono la struttura stessa del “sociale”, e che il problema non sta nel risolverle in una sintesi che finirebbe per irrigidire la realtà, ma nel trovare e nel costruire un equilibrio funzionale capace di far convivere più tendenze di per sé contraddittorie.
Le opposizioni tra ordine stabilito e progresso, tra proprietà privata e proprietà collettiva, tra socializzazione e individualismo, fanno tutte parte del tessuto della vita sociale. I contenuti specifici della sua dottrina, privilegiando di volta in volta aspetti diversi della molteplicità socio-economica, possono definire Proudhon come teorico ora all’una ora all’altra tendenza, rendendo praticamente impossibile una “lettura anarchica” del suo pensiero. Quest’ultimo, inoltre, ha subito un’evoluzione continua caratterizzata da alcune fasi più inclini al democraticismo rivoluzionario o al riformismo che all’anarchismo.
Tuttavia vi è nell’opera complessiva di Proudhon un metodo d’indagine e di analisi, un modo di accostarsi e di interpretare la realtà sociale ampiamente libertario; metodo che porta alla duplice costituzione teorica di due fondamenti principali del pensiero anarchico: il pluralismo e l’autogestione. Essi costituiscono non solo una caratteristica propria dell’anarchismo storico ma anche dell’anarchismo contemporaneo, permettendoci una doppia giustificazione di una “lettura anarchica” di Proudhon: allo stesso tempo ideologica ed attuale.
L'analisi:
Dissonanze.
Quel democratico di Proudhon
di Luigi Corvaglia
Il concetto di “dissonanza cognitiva” è noto da tempo agli psicologi. Quando concetti, nozioni e credenze vissute come incoerenti o opposte sono contemporaneamente presenti nell’apparato cognitivo di un individuo, si viene a creare un disagio psicologico che necessita di esser risolto. Un esempio noto è quello del fumatore. Egli sa che fumare fa male, sa al contempo che chi fa qualcosa che lo danneggia è stupido, pertanto il tabagista dovrebbe accettare l’idea di essere stupido; questa idea, però, contrasta con la benevola autoconsiderazione che è di ogni individuo non depresso. La soluzione può essere, allora, quella di squalificare la scientificità degli studi sui danni da fumo, oppure il considerare il piacere sicuro prodotto dal suo vizio più importante di un danno incerto, come anche l’ affermare a se stessi che, “con l’inquinamento che c’è”, il fumo di sigaretta è piccola e trascurabile cosa. Tutto pur di salvaguardare la propria immagine di individuo razionale. Bene, alla dissonanza cognitiva e alle contorsioni intellettuali messe in campo per risolverla non è immune neppure il pensatore di cose politiche, l’analizzatore di grandi sistemi e neanche i tanti, troppi autori di “brevi saggi sull’universo”. Anzi. Si prendano gli anarchici, noti compendiatori di universi, tra l'altro, e il loro rapporto con il libero scambio. E’ noto che se sei per il libero scambio sei un capitalista, c’è scritto su tutti i brevi saggi. Libero scambio e anarchismo sono “dissonanti”, non possono coesistere nella stessa scatola cranica, specie se già occupata da molti altri ingombri intellettuali, quali, per esempio, quelli che fanno confondere il libero scambio col capitalismo, un sistema predatorio che nulla ha a che vedere con uno scambio realmente “libero”. Stranamente, però, anarchismo, che è per definizione libertà, e impedimento dello scambio, che è costrizione, sembrano non essere particolarmente dissonanti. Ora, intendo sottoporre al lettore un caso piuttosto lampante di risoluzione di una dissonanza cognitiva di tipo simile. L’argomento è Proudhon.
Per una strana coincidenza, sull'ultimo numero di "A Rivista Anarchica" (n. 348, novembre 2009), Mirko Roberti sembra quasi rispondere al mio invito(http://tarantula.ilcannocchiale.it/?r=19435), pubblicato su vari fogli e noto anche a quella redazione, a leggere Proudhon. Egli, infatti, si produce in una singolare argomentazione proprio proponendo una "Lettura di Pierre Joseph Proudhon". Nell'introdurre alcuni brani del francese, estrapolati qua e là, l’autore parte dalla constatazione che “Il pensiero proudhoniano è stato oggetto di molteplici interpretazioni, le più diverse, le più disparate.” Ciò è senz’altro vero e, del resto, era proprio tale constatazione a motivare la mia proposta di approfondimento dell’opera proudhoniana. Tale approfondimento, in altri termini, avrebbe dovuto far cogliere al lettore la profonda coerenza interna del suo pensiero, onde far miseramente crollare una serie di luoghi comuni di pronto utilizzo, appunto, per le più diverse e contrastanti posizioni. Già, ma l’invito del più noto magazine libertario italiano sembra procedere in vista di ben altro fine. Si, perché Roberti scrive che “Alla radice di questa varietà interpretativa vi è il pensiero stesso di Proudhon, continuamente contraddittorio, dispersivo, costruito più per spunti ed intuizioni, che per schemi”. La posizione di Roberti è rispettabile come quella di qualunque studioso e, in un dibattito intellettuale, la differente interpretazione è per definizione una necessità, pena l’assenza del dibattito stesso. Senonché, ad un certo punto diventa piuttosto chiaro che l’autore tende a risolvere il disagio psicologico che proprio la lettura dell’autore di “Che cos’è la proprietà?” procura al suo anarchismo. Proudhon, con la sua ostinazione a non sclerotizzare le posizioni in dogmi e a considerare mobile ogni cosa viva, a vedere, cioè, come necessarie ed ineliminabili perfino le “contrapposizioni e le antinomie”, incluse quelle “tra proprietà privata e proprietà collettiva, tra socializzazione e individualismo”, perché “fanno tutte parte del tessuto della vita sociale”, provoca qualche vertigine. Manca un saldo parapetto. Ecco allora che avviene l’impensabile: l’uomo che per primo osò definirsi “anarchico” viene espulso dal novero degli anarchici! Scrive, infatti, Roberti: “I contenuti specifici della sua dottrina, privilegiando di volta in volta aspetti diversi della molteplicità socio-economica, possono definire Proudhon come teorico ora all’una ora all’altra tendenza, rendendo praticamente impossibile una “lettura anarchica” del suo pensiero. Quest’ultimo, inoltre, ha subito un’evoluzione continua caratterizzata da alcune fasi più inclini al democraticismo rivoluzionario o al riformismo che all’anarchismo.”
Uno scoop, direi, che non solo finisce con l’ accreditare le letture fantasiose da cui si era partiti, ma che, nel cercare di risolvere una serie di dissonanze cognitive con l’espulsione di tanto autore dall’esclusivo club, finisce col rivelare un pericoloso sfondo intellettuale. Infatti, il motivo della scarsa coerenza anarchica dell' uomo di Becancon Roberti la vede nell’ “’uso assolutamente originale del metodo dialettico: a differenza di Marx ed Hegel che definiscono la realtà nella forma triadica di una tesi e di una antitesi che si risolve sempre in una sintesi superiore, Proudhon afferma che le opposizioni e le antinomie sono la struttura stessa del “sociale”, e che il problema non sta nel risolverle in una sintesi che finirebbe per irrigidire la realtà, ma nel trovare e nel costruire un equilibrio funzionale capace di far convivere più tendenze di per sé contraddittorie.”In altri termini, sembra che la colpa del fondatore dell’anarchismo moderno sia quella di considerare l’identità anarchica come qualcosa di anarchico. Ecco, questo non è dissonante….
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domenica 25 ottobre 2009
Samuel Edward Konkin III (1947-2004)
di Jeff Riggenbach
Non ci sono errori : abbiamo perso un grande libertario, e probabilmente non vedremo mai una figura simile.
Samuel Edward Konkin III è nato nel Saskatchewan, in Canada l'8 luglio 1947. La sua famiglia si trasferì ad Alberta, mentre era ancora un ragazzo, crescendo intorno a Edmonton, finito il liceo frequenta l’ University of Alberta, dove si è laureato, con lode, nel 1968. Successivamente raggiunge l’ University of Wisconsin per iniziare gli studi universitari in Chimica, fu un grande fan di fantascienza e fu particolarmente innamorato delle opere di Robert A. Heinlein.
Samuel Edward Konkin III è nato nel Saskatchewan, in Canada l'8 luglio 1947. La sua famiglia si trasferì ad Alberta, mentre era ancora un ragazzo, crescendo intorno a Edmonton, finito il liceo frequenta l’ University of Alberta, dove si è laureato, con lode, nel 1968. Successivamente raggiunge l’ University of Wisconsin per iniziare gli studi universitari in Chimica, fu un grande fan di fantascienza e fu particolarmente innamorato delle opere di Robert A. Heinlein.
Uno dei romanzi di Heinlein, in particolare, lo avevano impressionato -- La Luna è una severa maestra (1966) - in cui un gruppo di coloni ribelli sulla Luna, sotto la guida di un computer rinnegato e un filosofo politico di nome Bernardo de la Paz, fondano un qualcosa che egli chiama "Rational Anarchy," una rivoluzione riuscita. Sam era già impegnato in politica, ma non in formazioni libertarie - in formazioni populiste. Presso l'Università di Alberta divenne capo del giovane partito del credito sociale, partito politico fondato ad Alberta a metà degli anni 1930 sulla base delle teorie del economista britannico Clifford Douglas.
Come dice l'edizione online dell'Enciclopedia Britannica , "la teoria Douglas ', prima promossa nel 1919 nella pubblicazione socialista inglese: Il New Age, ha cercato di porre rimedio alla cronica carenza di potere di acquisto mediante l'emissione di ulteriori finanziamenti per i consumatori, al fine di liberare la produzione dal sistema dei prezzi, senza alterare l'impresa privata e senza scopo di lucro. Il movimento di credito sociale ha avuto un breve seguito in Gran Bretagna nel 1920 e ha raggiunto il Canada occidentale negli anni '30. "
Nel 1935, appena costituito, il Partito del credito sociale "ha vinto 56 dei 63 seggi all'Assemblea in Alberta’’.
In una delle ultime cose che ha scritto, un messaggio inviato alla sinistra libertaria, un e-mail list di discussione del Giovedì 5 febbraio 2004, Sam ha lasciato il seguente commento riguardo il movimento di credito sociale:
Paradossalmente, come con i vari movimenti populisti negli Stati Uniti, ho il sospetto che il successo del partito del credito sociale in Canada riflette in realtà un radicato anti-statalismo della popolazione. Essi giustamente percepiscono il capitalismo delle multinazionali, come un sistema di potere, e allo stesso modo il sistema bancario che è l’essenza del potere organizzato del capitale. Ma non riescono a percepire pienamente il ruolo di intervento dello Stato capitalista, in questo potere, e sono ingannati dai rimedi statalisti.
"Stranamente il primo governo provinciale di Alberta, 1905-1919, è stato Georgist (cioè il Partito Liberale di allora), il secondo governo è stato eretto dai Coltivatori Uniti di Alberta, 1919-1935, la cui ala federale è stata considerata il ' gruppo di elite' del Partito Progressista del Canada, e il terzo governo è stato sostenuto dal partito del credito sociale (1935-1971). "
A Madison, inizia ad allargare i suoi orizzonti politici. In primo luogo la sua nuova coinquilina, la chimica Ph.D. è ex devota di Ayn Rand. Tony Warnock, lo presentò al Wisconsin Conservator Club dove incontrò Robert Lefèvre. Sam fu selezionato come delegato alla convention nazionale degli YAF a St. Louis nel mese di agosto del 1969.
St. Louis è stata una tappa importantissima per lo sviluppo di Sam come libertario. Egli venne all’assemblea pensando se stesso come un giovane conservatore, anche se ciò che aveva letto e appreso durante l'anno da e su Rand, Lefevre, Ludwig von Mises e Murray Rothbard cambiarono molte sue idee. "Il passo finale," Sam disse ad un intervistatore nel 2002, "è stato fornito da un anarchica di mercato anticomunista di nome Dana Rohrabacher presso il St. Louis YAF convenzion. Era un attivista carismatica ,che fornì a Sam piccoli finanziamenti per viaggiare per il paese per convertire le YAF in Libertarian Alleance. Ahimè, poi cadde in politica. "Ma nel 1969-71, Dana Rohrabacher è stata la più amata attivista libertaria, e, a mio parere, non ci sarebbe stato un movimento senza di lei. Ed era una cara amica fino a quando ha tagliato il traguardo con la sua campagna per il Congresso. "
Se la convention di St. Louis YAF è stato uno spartiacque nello sviluppo personale di Sam come libertario, lo è stato anche per il movimento libertario.
Nel 1969, sia l'SDS che gli Young Americans for Split Liberty nel corso di una conferenza storica a New York ove erano presenti Murray N. Rothbard e Karl Hess le due formazioni raggiunsero un accordo. Nel febbraio del 1970, vari attivisti che lavoravano per Robert LeFevre organizzarono una conferenza ancora più grande a Los Angeles alla USC, ove parteciparono Hess e Carl Oglesby ex- presidente degli SDS e quasi tutte i grandi nomi del movimento di allora.
Dopo la conferenza di Los Angeles, i campus della Libertarian Alliance sorsero in tutto il paese. Io personalmente ne ho organizzato cinque nel Wisconsin nel 1970 e una dozzina in Downstate New York (New York City e dintorni), 1971-73. Il Libertarian Party fece la prima "vera" campagna con Fran Youngstein e fu l'unica campagna in cui l’anti-politica era protagonista (ciò che gli europei chiamano anti-parlamentarismo) ove i libertari hanno lavorato insieme agli anarchici.
Da quel momento il movimento libertario era cresciuto da migliaia di militanti nel 1970 a decine di migliaia nel 1971 e centinaia di migliaia (alcune all'estero, come in Gran Bretagna e Australia) nel 1972. Il tasso di crescita del movimento venne livellato con l'aumento della visibilità del partito libertario.
Sam trascura di menzionare il ruolo cruciale degli oggettivisti nella fondazione del Libertarian Party. È certo che Ayn Rand ha influito sul libertarismo e la gente di più di Murray N. Rothbard e Robert LeFevre.
Questi precisazioni sono in ultima analisi, di poca importanza, comunque. Nelle sue linee essenziali, e per quanto riguarda la maggior parte della sua ‘’documentazione’’, Sam tiene un resoconto delle origini del movimento alla rapida crescita con precisazioni in particolare quando riguarda il giornalismo . Ed è come un giornalista libertario che Samuel Edward Konkin III è ricordato e meglio compreso. Dopo la convention YAF, è tornato a Madison per un anno, poi si trasferì a New York. (Dopo tutto, Mises e Rothbard erano entrambi lì.) Finiti gli studi in Chimica Teorica, ha iniziato a lavorare a Manhattan incontrando Rothbard ed ha frequentato il famoso seminario economico di Ludwig von Mises in economia austriaca alla New York University, egli fu coinvolto coinvolto nella nascita del Partito Libertario.
In qualità di delegato di New York City nel 1973 e nel 1974 al Cleveland e Dallas Sam ha organizzato l'originale "caucus radicale" all'interno del partito. Ma alla fine nel 1974, Sam aveva abbandonato l'idea che il partito fosse autenticamente libertario . Pubblicamente uscì dal partito, portando con se un pezzo considerevole di militanti. Successivamente, pensò a se stesso come "nemico del Libertarian Party".
Di maggiore importanza è stata la decisione di Sam di assumere la direzione del NYU Libertarian Notes, una newsletter universitaria, rapidamente rinominata New Libertarian Notes mirando ad abbracciare un pubblico ampio. La sua missione, secondo lui, era quella di "coprire" il neonato movimento libertario a riferire sulle sue questioni e gli eventi, e offrire commenti volti a guidare il nuovo movimento in quello che Sam riteneva la direzione corretta. Nei primi anni '70, il movimento vive un grande fermento ed è in crescita. A Mercer Street fonda la Laissez Faire Books una libreria autenticamente libertaria.
Sam si trasferì prima a Long Beach, California (la quinta città più grande della California, con mezzo milione di persone, a circa venticinque miglia dal centro di Los Angeles). Da lì si trasferì a Culver City, un sobborgo di Los Angeles. Poi, dopo un paio d'anni a Las Vegas e al sorgere del nuovo secolo è tornato a Los Angeles.
New Libertarian Notes divenne New Libertarian Weekly e infine New Libertarian, Un "mensile" che effettivamente non rispettò del tutto le scadenze (fu un mensile a singhiozzo). Tuttavia, New Libertarian è stato oggetto di attenzione per più di venti anni magnificamente. E’ stato il periodo ove vi sono tra le pubblicazioni le più divertenti, provocatorie e stimolanti argomentazioni libertarie mai pubblicate . Molti dei migliori scrittori del movimento sono stati contribuenti ed editori, giornalisti regolari o collaboratori frequenti come Robert Anton Wilson, James J. Martin, Wendy McElroy, Murray Rothbard, Jeffrey Rogers Hummel, Sharon Presley, Robert Lefevre, Eric Scott Royce , George H. Smith e, naturalmente, lui che era lì, numero dopo numero, con i suoi commenti, spesso bizzarri, ma quasi sempre penetranti e incisivi sui temi e gli eventi del movimento libertario.
Sam era convinto che tutto il giornalismo, come tutta la storia, si basa su alcuni presupposti sulla condizione umana e sulla quale le esperienze sono più e meno importanti. Sapeva anche che ci sono due, e solo due tipi di giornalismo: la natura in cui queste ipotesi sono consapevolmente detenuti ed esplicitamente individuate, e la natura, nelle quali non sono mai identificate. Sam è stato un nuovo tipo di giornalista.
Sam non ha mai preteso che i suoi collaboratori, anche i suoi giornalisti e redattori fossero d'accordo con lui su tutto. Al contrario: la testata New Libertarian proclamò che tutti quelli che figurano in questa pubblicazione non sono d'accordo! In un momento (anni '70 e '80), in cui il frazionismo all'interno del movimento è stato più virulento di quello che è oggi (che ricorda a volte delle lotte intestine tra i vari concorrenti gruppi palestinesi), Sam ha perseguito una politica di fermezza per dar voce ad ogni fazione.
Egli non faceva mistero delle sue opinioni, naturalmente e quando pubblicava un articolo di chi era in completo disaccordo con lui, si sentiva libero di annotare l'articolo con i commenti tra parentesi.
Qual è stata la serie di ipotesi che hanno guidato Samuel Edward Konkin III nella sua pratica del giornalismo libertario? In una parola, Rothbardianism. Sam ha seguito fedelmente Rothbard nelle sue posizioni non-interventiste in politica estera. Ha seguito fedelmente Rothbard nella sua denuncia della "pubblica" istruzione.
Sam ha continuato a pubblicare una serie di altri periodici, oltre a New Libertarian, ci fu New isolationist, Strategy of the New Alliance Libertarian, The Smart Set & Notes Libertarian Calendario, il trimestrale Agorist e molti altri. Sul finire del 1980, Sam aprì una serie di uffici per l’ Agorist Institute (fondato nel 1984) in un centro di Long Beach e ha proceduto ad ospitare una serie di classi, conferenze e lezioni. In precedenza, nello stesso decennio aveva completato e pubblicato la sua principale dichiarazione strategica: The New Libertarian Manifest.
Sam aveva a lungo invidiato libertari che avevano coniugi e figli e ha voluto, ha detto, allevare libertari nuovi. Nel 1991 ha ottenuto la sua chance. Un matrimonio breve con Sheila Wymer da cui ha avuto un figlio, Samuel Edward Konkin IV, che ora è, da tempo amico di famiglia J. Neil Schulman ha tredici anni e la passione per il punk rock ". Il suo matrimonio però finì presto. Fino al momento della sua morte, ha annunciato la resurrezione imminente di New Libertarian e la creazione dei siti web: http://www.agorist.org/ e http://www.newlibertarian.com/ . Sarebbero stati costantemente aggiornati.
Sam è stato un leader e, come tale, un membro della seconda generazione di leadership nel "moderno" movimento libertario - che è, il movimento che venne alla luce nel 1940 con le pubblicazioni di Ayn Rand : La fonte meravigliosa, Isabel Paterson Il Dio della Macchina le pubblicazioni di Friedrich Hayek'e di Ludwig von Mises: Human Action, La seconda generazione è costituita da intellettuali nati negli anni 1930, '40 e '50. Di questa seconda generazione vi sono stati due grandi giornalisti libertari: Roy A. Childs, Jr. (1949-1992) e Samuel Edward Konkin III (1947-2004). Entrambi erano troppo giovani per morire.
(Traduzione di Domenico Letizia)
giovedì 22 ottobre 2009
A ciascun cittadino una quota del reddito del capitale dello Stato
di Nereo Villa
Come nello Stato socialista la proprietà è dello Stato e non dei cittadini, così nello Stato dei fantasmi (società anonime, persone giuridiche, ecc.) la proprietà è dello Stato dei fantasmi (società anonime, persone giuridiche, ecc.) e non dei soci, ed anche tutte le banche centrali, in quanto persone giuridiche, sono fatte credere pubbliche, mentre sappiamo tutti che pubbliche non sono.
Oggi è il tempo in cui la confusione tra “giuridico” ed “economico” va chiarita. Attraverso questa confusione, il razionalismo marxista realizzò una concezione mitica e mistica dell'interesse sociale.
Il berlusconismo anticomunista non ha realizzato neanche quella, e neanche da’ segni di volerla superare: semplicemente continua ad usarla, credendosi anticomunista.
Insomma, la proprietà di Stato non è proprietà dei cittadini, ma proprietà del mito, del fantasma Stato che continua a proporre interesse sociale, diverso e contrapposto a quello dei soci, i cittadini.
Però solo attraverso l’interesse reale dei cittadini (tutti, non solo quelli di destra o di sinistra) la società non è fasulla o un mito, ma un organismo sociale, cioè un insieme di uomini vivi, legati da rapporto organico, vivo. Non si tratta di sopravvivere, bensì di essere capaci - ed ogni cittadino ha questa possibilità interiore - di ritornare al diritto sociale, sensato in quanto favorevole alla persona in carne ed ossa collegata al suo reale patrimonio, concepito come oggetto concreto del diritto. Solo così è possibile socializzare la moneta, cioè partecipare tutti agli utili, non solo i banchieri.
Quando oggi si parla di partecipazione agli utili, se ne parla invece solo in termini di azienda privata, e secondo i medesimi ipocriti parametri del "politicamente corretto", già denunciati da Gesù di Nazaret a proposito dell'antica questione della menta e del cumino.
Occorre allora portare il dialogo a livello di macro-economia, per offrire a tutti, in quanto siamo tutti CITTADINI, una quota di reddito di tutto il capitale amministrato dallo Stato. Io ho una quota di capitale solo quando ho diritto di pretendere la mia quota di reddito.
Solo in questo modo è possibile rompere i "rapporti" che non sono rapporti, cioè il clientelismo che, attraverso l’omertà del signoraggio, domina la politica economica, considerata sociale. Senza approfondire il rapporto fra comproprietà e signoraggio si realizza nulla, o tutt’al più uno Stato pollaio, in cui si allevano uomini il cui potere politico a propria discrezione distribuisce dall'alto il chilo di mangime a testa. Vi è un detto antico dimenticato: "Ubi societas ibi autem communio, communio datur sine societate": dove c’è società, c'è pure comproprietà, data senza società.
Ciò significa che la comproprietà è precedente e non successiva alla società, in quanto è grazie alla comproprietà che la società diventa tale. Dunque là dove c’è società, vi è pure comproprietà, ma non perché è la società a creare comproprietà, bensì perché è vero il contrario, in quanto è la comproprietà a creare società. Il potere dello Stato di diritto ha senso se garantisce giuridicamente ciò. E ciò è ben diverso dall’avere la discrezionalità nella distribuzione dei beni di consumo, come di fatto è.
Oggi si sopravvive, NONOSTANTE l’ordinamento attuale dello Stato pollaio accennato, che vorrebbe essere anticomunista solo a parole. Se vuoi essere anticomunista mi sta bene, ma non puoi essere anticomunista attraverso i medesimi parametri materialistico-giuridici della società mitica sopra accennata. Altrimenti io preferisco il comunismo russo, almeno “ho” l’orto. Anche sul piano critico del linguaggio comune la parola "comunismo", o "essere di sinistra" assume per la maggior parte della gente il significato di una specie di comproprietà. L'uomo ingenuo pensa che col sistema comunista o con le sinistre o con il centro sinistra, si debba dividere qualcosa.
È ovvio pertanto che il povero è oggi tendenzialmente comunista. Ma si deve chiarire che comunismo non è comproprietà, perché comproprietà è un modo di essere della proprietà privata. Comunismo vuol dire invece coincidenza del potere politico col potere patrimoniale, cioè "governo proprietario", non "popolo proprietario". La domanda chiave da proporre ai politici di sinistra o di destra dovrebbe allora essere: diteci se volete realizzare proprietà di popolo o proprietà di governo.
La risposta a questa domanda dovrebbe essere chiara, perché la storia ha insegnato che il comunismo è proprietà di governo.
Occorre allora battersi per la proprietà dei cittadini! Ma i deboli di pensiero imperano... Il dilemma per tutti i politici è dunque: Stato sovrano rispetto ai cittadini, o cittadini sovrani rispetto allo Stato?
O meglio: Stato, padrone dei cittadini, o cittadini, padroni dello Stato? O meglio ancora: comunismo o sovranità cittadina? Cos'è che è vero per voi? Per quale verità optate? Per quale pensiero?
Optate per il pensare meramente logico (del cumino e dei trattati universitari di economia), o per quello conforme alla realtà?
Oggi è il tempo in cui la confusione tra “giuridico” ed “economico” va chiarita. Attraverso questa confusione, il razionalismo marxista realizzò una concezione mitica e mistica dell'interesse sociale.
Il berlusconismo anticomunista non ha realizzato neanche quella, e neanche da’ segni di volerla superare: semplicemente continua ad usarla, credendosi anticomunista.
Insomma, la proprietà di Stato non è proprietà dei cittadini, ma proprietà del mito, del fantasma Stato che continua a proporre interesse sociale, diverso e contrapposto a quello dei soci, i cittadini.
Però solo attraverso l’interesse reale dei cittadini (tutti, non solo quelli di destra o di sinistra) la società non è fasulla o un mito, ma un organismo sociale, cioè un insieme di uomini vivi, legati da rapporto organico, vivo. Non si tratta di sopravvivere, bensì di essere capaci - ed ogni cittadino ha questa possibilità interiore - di ritornare al diritto sociale, sensato in quanto favorevole alla persona in carne ed ossa collegata al suo reale patrimonio, concepito come oggetto concreto del diritto. Solo così è possibile socializzare la moneta, cioè partecipare tutti agli utili, non solo i banchieri.
Quando oggi si parla di partecipazione agli utili, se ne parla invece solo in termini di azienda privata, e secondo i medesimi ipocriti parametri del "politicamente corretto", già denunciati da Gesù di Nazaret a proposito dell'antica questione della menta e del cumino.
Occorre allora portare il dialogo a livello di macro-economia, per offrire a tutti, in quanto siamo tutti CITTADINI, una quota di reddito di tutto il capitale amministrato dallo Stato. Io ho una quota di capitale solo quando ho diritto di pretendere la mia quota di reddito.
Solo in questo modo è possibile rompere i "rapporti" che non sono rapporti, cioè il clientelismo che, attraverso l’omertà del signoraggio, domina la politica economica, considerata sociale. Senza approfondire il rapporto fra comproprietà e signoraggio si realizza nulla, o tutt’al più uno Stato pollaio, in cui si allevano uomini il cui potere politico a propria discrezione distribuisce dall'alto il chilo di mangime a testa. Vi è un detto antico dimenticato: "Ubi societas ibi autem communio, communio datur sine societate": dove c’è società, c'è pure comproprietà, data senza società.
Ciò significa che la comproprietà è precedente e non successiva alla società, in quanto è grazie alla comproprietà che la società diventa tale. Dunque là dove c’è società, vi è pure comproprietà, ma non perché è la società a creare comproprietà, bensì perché è vero il contrario, in quanto è la comproprietà a creare società. Il potere dello Stato di diritto ha senso se garantisce giuridicamente ciò. E ciò è ben diverso dall’avere la discrezionalità nella distribuzione dei beni di consumo, come di fatto è.
Oggi si sopravvive, NONOSTANTE l’ordinamento attuale dello Stato pollaio accennato, che vorrebbe essere anticomunista solo a parole. Se vuoi essere anticomunista mi sta bene, ma non puoi essere anticomunista attraverso i medesimi parametri materialistico-giuridici della società mitica sopra accennata. Altrimenti io preferisco il comunismo russo, almeno “ho” l’orto. Anche sul piano critico del linguaggio comune la parola "comunismo", o "essere di sinistra" assume per la maggior parte della gente il significato di una specie di comproprietà. L'uomo ingenuo pensa che col sistema comunista o con le sinistre o con il centro sinistra, si debba dividere qualcosa.
È ovvio pertanto che il povero è oggi tendenzialmente comunista. Ma si deve chiarire che comunismo non è comproprietà, perché comproprietà è un modo di essere della proprietà privata. Comunismo vuol dire invece coincidenza del potere politico col potere patrimoniale, cioè "governo proprietario", non "popolo proprietario". La domanda chiave da proporre ai politici di sinistra o di destra dovrebbe allora essere: diteci se volete realizzare proprietà di popolo o proprietà di governo.
La risposta a questa domanda dovrebbe essere chiara, perché la storia ha insegnato che il comunismo è proprietà di governo.
Occorre allora battersi per la proprietà dei cittadini! Ma i deboli di pensiero imperano... Il dilemma per tutti i politici è dunque: Stato sovrano rispetto ai cittadini, o cittadini sovrani rispetto allo Stato?
O meglio: Stato, padrone dei cittadini, o cittadini, padroni dello Stato? O meglio ancora: comunismo o sovranità cittadina? Cos'è che è vero per voi? Per quale verità optate? Per quale pensiero?
Optate per il pensare meramente logico (del cumino e dei trattati universitari di economia), o per quello conforme alla realtà?
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lunedì 19 ottobre 2009
Suggerimento dal L.P.
WASHINGTON - Il Partito Libertario ha suggerito che, in futuro, la data di annuncio per i Premi Nobel debba essere spostata al 1 aprile.
http://www.lp.org/news/press-releases/libertarians-suggest-nobel-announcements-should-be-moved-to-april-fools-day
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