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lunedì 10 marzo 2008

Sotto la scorza dell'Anarchico


Paolo Maurizio Bottigelli continua a vestire di nero, come gli esistenzialisti francesi e gli anarchici di allora. Scrive poesie, legge molta letteratura e parte dalla fine, quando il movimento si perse per strada, perché ognuno cercava un rifugio, un posto. Alcuni lo trovarono nel terrorismo, altri in banca. Proprio come in una canzone di Antonello Venditti, "Compagno di scuola". Che ancora oggi riporta indietro nel tempo.
Cos'hanno rappresentato, per te, quegli anni?
Tanto, tantissimo. Ma voglio partire da un libro, "Il viaggio", di Bernward Vesper, un autore tedesco che mi ha consolato quando finì la nostra voglia di rivoluzione, nel senso che il sistema ci inglobò. Ebbene, quel libro lo porto spesso con me, è stato una sorta di aiuto, di conforto. Un libro strano, diverso, che forse meglio di ogni altro ha saputo interpretare il disagio di noi giovani di allora, quando ci accorgemmo che era finito tutto e che bisognava rientrare. Qualche amico non è più rientrato, penso a Gianni Metti che nei primi anni Ottanta, dopo un percorso di droga piuttosto brutto, decise di farla finita sull'argine del Po, a bordo della sua Renault 4. Aveva attaccato il tubo del gas a quello di scappamento e si era chiuso in auto, lasciando una lettera commovente che il Comune pubblicò e distribuì nelle scuole, come monito per i giovani. Quella lettera si intitolava "Vi amo, addio", ed era dedicata in particolare al padre. E insieme a lui un altro amico, Ivano Moreno, che dagli ideali rivoluzionari finì in un tunnel da cui non uscì più e venne trovato morto in casa, una mattina. Tanti giovani sono finiti così, altri hanno abbracciato la lotta armata. E da quel giorno in cui entrarono nel terrorismo decisero di morire, per sempre, imbracciando un mitra o una pistola, rapinando una banca per finanziare una rivoluzione che non sarebbe più arrivata. Perché la vera rivoluzione la stava facendo il capitale. Questa è l'amara realtà, e parlarne oggi mi lascia tanta tristezza nel cuore.
Come iniziò la tua esperienza di anarchico?
Con alcuni amici ascoltavamo i racconti di vecchi partigiani, come Pietro Giacobbi, Giacomo Canepari, Emilio Cammi e ci iscrivemmo al circolo "Emilio Canzi". Questa piccola associazione aveva sede in via Mazzini, all'angolo con via S. Rocchino, e lì conoscemmo gli autori dell'anarchismo internazionale: da Bakunin a Cafiero, ma ascoltavamo anche Radio Montecarlo con Herbert Pagani, popolare cantautore milanese che troppo presto ci ha lasciati, che ci insegnava il ruolo dirompente della musica. Gli Who, i Rolling Stones, Bob Dylan e brani come "My generation". C'era stato, qualche anno prima, l'episodio de "La Zanzara", il giornale sfornato dagli studenti di un liceo milanese. Erano i primi segnali di una rivolta che sarebbe venuta avanti inesorabilmente. Ma quegli anni, trasversalmente, toccarono tutti noi giovani. C'erano quelli del Psiup (i fratelli Mantovani e Carlo Berra), i militanti di Lotta Continua tra i quali voglio ricordare Adriano Corsi, i ragazzi di "Servire il Popolo" di cui rammento Marioluigi Bruschini, quelli del Movimento Studentesco, penso a Ivano Tagliaferri e gli esponenti del maoismo, con il Partito Marxista Leninista d'Italia, Massimo Cardani e i fratelli Manin, ma anche Democrazia Proletaria con Gianni Gandola e Giuliano Guidi. Ma prima ancora c'erano stati quelli di Vietnam Libero e figure come Cristiano Dan, Luigi Redalelli e gli esponenti della Comunità di San Lazzaro. Ricordo che una sera, al Municipale, nel 1967, venne il poeta Raphael Alberti: un mito, per noi giovani anarchici e i ragazzi di allora. Le sue poesie erano pane per i nostri denti. Ebbene, contestammo la sua presenza perché si era esibito nel tempio della borghesia cittadina. Penso sbagliassimo, ma allora andava così. Io ero spesso insieme al mio amico Giuseppe Ranza, detto Pigi, prima in via Mazzini e poi al Circolo Enal di San Bartolomeo. A proposito di quel circolo, ricordo che una sera arrivò Lucio Dalla, voleva salutare Manolo, lo strumentista piacentino che lo accompagnava nelle tournée. Sembra molto strano, ma in fondo è tutto vero e sembra di aver vissuto un sogno.
Tu hai conosciuto anche Nello Vegezzi, che ricordo hai riferito a lui, in quegli anni?
Nello era un anarchico allo stato puro. Aveva fatto l'esperienza di scuola di cinematografia a Parigi ed era tornato a Piacenza, quando c'erano i cortei e le manifestazioni era lui a chiudere con la sua bandiera nera, bandiera anarchica. Il suo slogan era molto semplice: pane e salame. Quasi a voler racchiudere nella semplicità di queste parole concetti veri, autentici, contro il linguaggio a volte eccessivo dei tanti gruppi che appartenevano alla cosiddetta ultrasinistra. Era semplice, modesto, molto intelligente. A volte sosteneva che la salvezza avrebbe potuto essere rappresentata con la frase "Tutto il potere alla poesia", e alcuni suoi versi furono apprezzati da scrittori quali Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia e Dacia Maraini. Era un uomo molto colto e profondamente mite, con una grande vena artistica. Romano Gobbi, che oggi gestisce la Libreria Internazionale, espose i "Sassi colorati" del Nello, e penso abbia avuto delle grane con la censura.
Come vi muovevate all'interno della città?
Io facevo capo a Lotta Anarchica. Si andava a volantinare davanti alle fabbriche, e a predicare l'autogestione. In particolare andavamo davanti alla Safta e all'ex Arbos, citando l'esempio di un'azienda in Belgio che riuscì a proseguire e a sopravvivere per un anno in completa autogestione. E poi mi ero specializzato in scritte sui muri, soprattutto tra la zona di via Mazzini e via Sant'Eufemia. Una sera arrivò una volante della polizia, vide che stavo scrivendo e ingoiai i gessi. Ricordo un comizio quando venne l'onorevole Caradonna a Piacenza, c'erano schierati i celerini del battaglione Padova, mentre io da solo stavo per scagliarmi contro questo esercito di elmetti e di scudi, mi fermò e credo sia il caso di dirlo, mi salvò, Lorenzo Tacinelli, col quale ho sempre avuto un ottimo rapporto. Si andava a mangiare nei posti in cui c'erano soprattutto compagni e amici: da Giulio il Rosso a Barriera Torino, alla trattoria S. Stefano dove c'era uno strano personaggio che veniva definito "il geometra", alla Muntà di Ratt. Personaggi particolari, gente semplice, uomini che credevano in un futuro migliore. E poi, al bar Taverna, conobbi partigiani quali Enrico Cademartori e anche l'avvocato Felice Trabacchi. Ci vedevamo quasi tutti i sabati nel suo studio, era bravo, Trabacchi: era stato in grado di colmare il gap generazionale esistente tra i giovani e gli adulti. Ho un ottimo ricordo di lui, ma anche di tanti altri partigiani. Avevamo rispetto per politici quali Umberto Terracini, Lelio Basso e Sandro Pertini. Per un certo periodo trasferimmo la nostra sede in via Mazzini, avevamo una biblioteca molto fornita. Tanti libri di letteratura. Volevamo mettere in piedi un centro di lettura di quartiere. In casa di Pier Giorgio Poisetti scoprii un volume che cambiò la mia vita, "Juke box all'idrogeno". Ma leggevo anche Cesare Pavese, Jean Paul Sartre e Friedrich Nietszche: l'immagine del superuomo era speculata all'immagine dell'individuo liberato dai tabù. Ma ascoltavo anche il rock, Jimi Hendrix. Ricordo che andavo ad acquistare gli ellepì sotto la galleria della Borsa, al Club 33gestito da Maurizio e Tiziano Sesenna. Quest'ultimo, purtroppo, rimase vittima di un incidente d'auto a Parigi. Molti amici di allora se ne sono andati, altri hanno fatto carriera. Io ho cercato di portare avanti le mie idee con coerenza. Ricordo che dopo gli studi all'Agrario venni assunto in banca e mi presentai con i capelli lunghi, i miei maglioni neri: fui sospeso diverse volte, fortunatamente venni sempre riammesso. Non ne volevo sapere di adeguarmi al sistema, ma ne facevo parte.
Tu hai frequentato anche Andrea Valcarenghi e hai vissuto l'esperienza di "Re Nudo"?
Sì, è vero. Era l'ala più libertaria, più freak di allora. Con Valcarenghi c'erano Fiorella Gentile e Claudio Rocchi, che qualche anno dopo ebbe una breve stagione come cantautore. Ma ho conosciuto anche l'anarchico Pinelli, era una persona onesta, leale, credeva nella solidarietà e nella giustizia. Nel '69, quando vi fu la strage di piazza Fontana, si volle far ricadere la colpa sugli anarchici, ma noi capimmo che il disegno era un altro. E lo si è scoperto, purtroppo, più avanti. Di certo, Pinelli entrò in Questura da solo e non ne è mai più uscito. Anni duri, di lotte e di scontri. Anni di diffidenza da parte dei partiti tradizionali nei nostri confronti, ma noi non eravamo violenti. Anzi, proprio l'opposto: eravamo contro la violenza per una società più giusta, impostata sull'individuo. Ho conosciuto anche Riccardo Bauer e ricordo, a Milano, una contestazione pesantissima ad Alberto Bevilacqua. Tutto ciò che era omologato non ci piaceva. Volevamo una cultura nuova, non paludata, ma soprattutto volevamo essere protagonisti. In quel tempo era forte la spinta antifascista del movimento anarchico soprattutto per il garrottamento di Puig da parte di Franco che era al governo in Spagna e l'Italia non aveva mosso un dito di fronte alla crudele esecuzione. A Parma era stato assassinato Michele Lupo, un militante di Lotta Continua, e noi anarchici eravamo considerati alla stregua dei Freak; ruotavano attorno al Movimento anche personaggi incredibili. Io mi ricordo Tamara Baroni di Parma, mantide caliente e donna spregiudicata, "pasionaria" e bellissima, capelli neri corvini e un corpo splendido, guardarla era come imboccare la via del Paradiso. Ci piacevano, poi, le belle ragazze. Una in particolare, la Leopolda, che con le sue minigonne vertiginose e il suo volto splendido aveva conquistato il cuore di tutti noi, giovani innamorati della Rivoluzione.

3 commenti:

Juliet ha detto...

credo che le tue sezioni non funzionino perchè non hai inserito i link al posto del cancelletto #...giusto?

domenico letizia ha detto...

si...vero.......

domenico letizia ha detto...

si...vero.......

"Il mio identikit politico è quello di un libertario, tollerante. Se poi anarchico l'hanno fatto diventare un termine orrendo... In realta' vuol dire solo che uno pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia, le stesse capacità" ( Fabrizio De André )