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martedì 22 gennaio 2008

«Il Sessantotto, la rivincita dei giovani»


Alberoni: la sconfitta dei padri e dei tabù sessuali
Sono passati quarant'anni, ma il Sessantotto continua a far discutere. Quegli anni incredibili che la rivista Time definì «il rasoio che separò definitivamente il passato dal futuro» provocano ancora oggi profonde riflessioni. Quell'anno ha visto fiorire profonde invenzioni oppure ha dato il via a un degrado forse irreparabile? E' stato la svolta necessaria a liberare il costume e la politica dalle reti della vecchia società, oppure ha rappresentato un'epidemia di egualitarismo a tutti i costi, un'ubriacatura demagogica di cui per anni abbiamo pagato le conseguenze? E ancora: è stato l'alba di una nuova società o il soprassalto finale del vecchio mondo? Cosa resta di quegli anni che il leader maximo del Movimento studentesco milanese Mario Capanna, ha definito "formidabili"? Lo abbiamo chiesto a un altro protagonista del Sessantotto, di quel periodo fatto di utopie e di forti tensioni emotive, al sociologo piacentino Francesco Alberoni che nel 1968 era nella tana del lupo, la Facoltà di sociologia di Trento, culla di ideologie che hanno portato da un lato idee anarchiche e libertarie e dall'altro hanno acceso la miccia del terrorismo.
Professore, cosa significa oggi ricordare il Sessantotto?
«Quando si parla di quel periodo non si ricorda il 1968, l'anno che vide alcuni episodi di rivolta studentesca alla Sorbona di Parigi, alla Statale di Milano e a Valle Giulia a Roma; il Maggio Francese ha racchiuso in sé tanti movimenti pacifisti, anarchici, marxisti che si erano sprigionati già alcuni anni prima. Penso al pacifismo americano dei primi anni Sessanta, al messaggio di Martin Luther King, alle lotte contro la guerra in Vietnam, alla rivolta in Italia che prende corpo verso la metà degli anni Sessanta, attraversa le università, le fabbriche e arriva fino al 1977. E poi il megaraduno di Woodstock che è forse l'elemento più rappresentativo del Sessantotto, esprime une delle più grandi trasformazioni dal Dopoguerra agli anni Sessanta: la separazione tra i giovani e gli adulti. Il Sessantotto è il periodo in cui prende corpo l'internazionale giovanile: vengono sconfitti i padri e vengono abbattuti i tabù sessuali».
Come mai si manifesta questa separazione?
«E' il frutto del benessere che prende corpo sul sacrificio. I giovani studiano, vivono la loro condizione senza disagi particolari, cominciano ad assaporare il gusto delle vacanze estive dopo la contestazione nelle università durante l'inverno, c'è aria di cambiamento e dietro al marxismo giovanile c'è in realtà un linguaggio certamente più pregnante. Il rock che porta con sé nuovi miti e nuovi riti: i Beatles, i Rolling Stones, Janis Joplin, Jimi Hendrix e la droga. Dallo spinello all'eroina. E poi questi giovani se ne stanno lontani dalle due chiese dominanti: il Pci da un lato e la chiesa cattolica dall'altro. Questi giovani vogliono una società in cui tutto è permesso, in cui fare l'amore non per procreare ma per godere del proprio piacere. E' questa la vera rivoluzione del Sessantotto, una rivoluzione che proseguirà poi negli anni con il mutamento dei gusti e dei costumi senza perdere mai di vista il ruolo dei giovani».
Ma come: il marxismo, la rivoluzione, la contestazione?
«Vengono avanti intellettuali e filosofi come Adorno e Hockeimer di stampo squisitamente marxista ma anche intellettuali come Herbert Marcuse e Norman Brown, che per altro ho conosciuto personalmente, che teorizzano una sorta di anarchismo che confluisce nel movimento hippy. E gli hippy e Woodstoock rappresentano gli aspetti più interessanti del periodo. Da allora nulla sarà come prima. I giovani si vestiranno in modo diverso dai loro padri, accetteranno la precarietà e il precariato che sono elementi figli dell'Occidente, non faranno a meno della musica, che produce il vero linguaggio rivoluzionario della generazione che ruota attorno al Sessantotto. E saranno le canzoni a ispirare i giovani scrittori e i poeti degli anni Sessanta e Settanta. Non certamente i poeti e gli autori letti e amati dai loro padri. Sulla politica c'è molto da dire. I giovani strizzano l'occhio al Pci ma poi confluiscono nell'infinità di gruppuscoli dell'extrasinistra, da Lotta Continua a Potere Operaio, dal Manifesto al Movimento Studentesco. Si parla di rivoluzione, è vero, c'è la convinzione che l'Italia sia un Paese che finirà come il Sudamerica, si ascoltano gli Inti Illimani, ma alla fine i soli che ciecamente crederanno nella rivoluzione saranno i terroristi delle Brigate Rosse, un autentico disastro per il nostro Paese». Professore, c'è molto disincanto dietro alle sue affermazioni, come mai?
«Ho vissuto quegli anni insegnando all'università di Trento e ho poi studiato i movimenti. Quelli che ruotano attorno al Sessantotto sono movimenti che vanno alla ricerca del piacere, di una vita diversa da quella dei loro padri: certi slogan quali "Tutto il potere all'immaginazione" e "Proibito proibire", hanno attecchito tra i giovani, come dire che il Sessantotto ha avuto una "pars destruens" molto forte e molto pregnante, ma non ha saputo trasformare la protesta, la rivolta, il rifiuto dei padri e della loro morale, in politica costruttiva. E a proposito di politica, occorre sottolineare che i figli del Sessantotto oggi sono un po' dovunque: nel Pd, in An, in Forza Italia, penso a Giuliano Ferrara e a Paolo Mieli, l'attuale direttore del Corriere della Sera. Sono in gran parte classe dirigente, ma il loro potere si basa sugli affari, è privo di forza etica, di una morale. Ecco, credo che bisognerebbe inventare una morale, ma com'è possibile se chi è oggi al potere ha costruito la propria coscienza distruggendo ogni forma di morale?».
Chi sono gli eredi dei giovani del Sessantotto?
«Benché se ne dica , gli eredi sono i ragazzi di oggi, così lontani dal mondo del lavoro, così attaccati al piacere, alle pasticche di ecstasy e alla cocaina, a Vasco e a Ligabue. Non tutto ciò che è stato buttato all'aria allora ha dato buoni frutti, anzi, in molti casi è successo il contrario. Ma,inutile negarlo, dal Sessantotto è nata una società più libera, meno bacchettona ma anche più qualunquista ed egoista, proprio perché figlia del piacere e dell'anarchismo».

lunedì 21 gennaio 2008

Tempo dei Libertari? Crolla la fiducia nelle istituzioni. Sotto il 50% anche la Chiesa


Solo un quarto degli italiani ha fiducia nel governo, meno di un quinto del Parlamento. Ma la grave crisi di sfiducia che ha travolto gli italiani negli ultimi 12 mesi, attestata da un sondaggio pubblicato oggi dall'Eurispes, travolge anche le istituzioni non politiche: meno della metà degli italiani si fida della Chiesa, che arretra di oltre dieci punti, della scuola, della magistratura. Ad aver perso fiducia nella generalità delle istituzioni è la metà degli italiani (49,6 per cento). 'Tiene' solo il presidente della Repubblica, che gode ancora della fiducia di un'ampia maggioranza dei cittadini (58,5 per cento). Le percentuali sono particolarmente basse tra i giovani.

La fiducia nelle istituzioni. Il 49,6 per cento degli italiani, secondo il sondaggio dell'Eurispes, ha perso fiducia nelle istituzioni. Per il 40,7 per cento la fiducia è invariata, solo per il 5,1 per cento è aumentata. La percentuale di chi crede meno nelle istituzioni è più alta tra gli elettori di destra e di centrodestra (rispettivamente 70,5 e 60,9 per cento). Ma anche gli elettori di sinistra (43,9 per cento) e centrosinistra (39 per cento) si fidano meno. E comunque rispetto ai dati del Rapporto precedente, il senso di sfiducia degli elettori di sinistra è aumentato di 19 punti percentuali.

Governo e Parlamento. Il 75,3 per cento degli intervistati dichiara di avere poca o nessuna fiducia nel Parlamento: rispetto al 2007 si registra un ulteriore calo del 9 per cento; i fiduciosi sono il 19,4 degli intervistati. Solo un cittadino su quattro si fida del governo (nel 2007 la percentuale era del 30,7 per cento). Solo il 14,1 per cento degli intervistati dichiara di fidarsi dei partiti. Ma non sono troppo popolari neanche i protagonisti dell'antipolitica: personaggi pubblici come Beppe Grillo o Nanni Moretti ottengono un consenso di poco superiore al 20 per cento, comunque superiore al 17 per cento medio dei politici di professione.
La magistratura. Anche la magistratura si colloca sotto il 50 per cento: si fidano di giudici e procuratori il 42,5 per cento degli intervistati, più del 2007, comunque (39,6 per cento). I giovani dai 18 ai 24 anni dimostrano ancora meno fiducia nella magistratura (17,3 per cento).

La Chiesa. Tra le istituzioni non politiche scivola sotto il 50 per cento anche la Chiesa, che raccoglie la fiducia del 49,7 per cento degli intervistati (perdendo oltre 10 punti rispetto all'anno precedente). Il 41,4 per cento degli intervistati dichiara di non fidarsi di nessuno.

I carabinieri meglio della polizia. Tra le forze dell'ordine, gli italiani si fidano dei carabinieri (57,4 per cento) più che della polizia (50,7 per cento). Il 46,3 per cento ripone fiducia nella guardia di finanza.

Arretra la scuola. Arretra moltissimo anche la fiducia nella scuola, che si attesta al 33 per cento contro il 47,1 per cento del 2007. Le associazioni di volontariato riscuotono molto consenso (71,6 per cento) ma sempre meno dell'anno scorso (78,5 per cento).

Il '68 francese raccontato da Jean-Luc Godard


Al Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa

Si guarda «Le jolie mois de mai», girato in presa diretta dal regista oggi ultrasettantenne insieme ad Alain Resnais e Chris Marker
«Sul quarantennale del '68 è gia cominciato un chiacchiericcio reducistico da un lato e dall'altro un revisionismo che tende a cancellare i veri valori di quegli anni, così abbiamo deciso di partire dal film di Jean-Luc Godard, Alain Resnais e Chris Marker che è una pietra miliare nella discussione». Così Mauro Decortes, portavoce dello storico Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, presenta una vera e propria chicca per storici e cinefili, «Le jolie mois de mai», girato in presa diretta nel maggio del '68 a Parigi. Il film, copia unica in pellicola, è stato proiettato mercoledì 16 alle 21 nella sede del circolo, in viale Monza 255. Alla macchina da presa, una 35 millimetri portata a spalla nelle strade del quartiere Latino e nella assemblee della Sorbona, in quel maggio '68 si alternarono Godard, oggi ultrasettantenne regista della Nouvelle Vague, Resnais, celebre per film come «L'anno scorso a Marienbad» e Marker, uno dei massimi esponenti del cinema-verité.
VALORI - «Partiamo da questo film, intitolato in italiano "Il dolce mese di maggio" -spiega Decortes - per introdurre nel dibattito sul '68 un documento storico di riflessione su quell'anno cruciale in cui tutto cambiò nel tessuto sociale. Perché ci interessa sottolineare come valori quali la solidarietà e l'eguaglianza, che oggi qualcuno vorrebbe cancellare, furono le vere molle di quella rivoluzione che coinvolse milioni di giovani». La serata è stata introdotta da Enrico Livraghi della Cineteca Obraz, storica sala dove il film fu proiettato nel '75.

domenica 20 gennaio 2008

Chomsky: "Barack Obama? Sembra Regan".


L'intellettuale più scomodo della sinistra Usa accusa: i candidati in corsa per il 2008 sono di plastica

Barack Obama assomiglia ad uno spot pubblicitario, Hillary Clinton non va incontro a ciò che gli americani chiedono sull’Iraq, John Edwards propone una riforma sanitaria in tempi troppo lunghi ed i repubblicani seguono George W. Bush nel promuovere politiche contrarie all’orientamento della maggioranza degli elettori. È severo il giudizio di Noam Chomsky sull’inizio della campagna elettorale per la Casa Bianca 2008. Il linguista del Massachusetts Institute of Technology, voce provocatoria della sinistra liberal dai tempi della guerra del Vietnam ed autore del libro «Hegemony or Survival» innalzato dal presidente Hugo Chavez sul podio dell’Onu, affida alle pagine de «La Stampa» uno sfogo contro l’arte della politica nell’America del XXI secolo, esprimendo la speranza che «una volta ancora il popolo si batterà con successo, rendendo più democratica questa nazione».
Quali sono i valori in palio nella corsa alla Casa Bianca?«Sarebbe bello rispondere a questa domanda se il mondo fosse diverso. Nel nostro mondo le elezioni evadono gli argomenti cruciali, importanti».
Faccia un esempio...
«Nel 2004 la maggioranza degli elettori non conosceva la posizione dei candidati su questioni-chiave. Non perché si tratta di elettori disattenti ma in quanto il sistema elettorale emargina gli argomenti».
Questo vale anche per la campagna appena iniziata?
«Se leggiamo cosa dicono e scrivono i consulenti elettorali dei candidati in campo è evidente che fanno i pubblicitari: tentano di vendere un prodotto. Il prodotto è il presidente. E lo vendono come fa la pubblicità, proprio come avviene per altri prodotti tipo le auto: niente informazioni ma immagini ed illusioni per indurti ad acquistare. Fra l’altro è l’opposto di quello che dovrebbe essere un mercato: consumatori informati che compiono scelte razionali nei loro interessi. Chi fa campagna elettorale vuole invece che gli elettori siano non-informati e facciano scelte irrazionali sulla base di illusioni. È drammaticamente vero negli Stati Uniti ma anche in altre democrazie industriali, a cominciare dall’Europa. La dimostrazione più evidente di quanto dico è il fenomeno Barack Obama».
Anche il giovane senatore afroamericano dell’Illinois è prodotto pubblicitario?
«In maniera esemplare. Attorno a lui c’è grande emozione, viene descritto come un grande candidato, una grande speranza. E lui cosa dice? "Dobbiamo avere speranza", "Superiamo il cinismo", "Trasformiamo l’America", "Svegliamo l’America" e così via. Sembra Reagan. Tentare di capire cosa vuole fare è davvero difficile. Ho ascoltato 20 minuti di programma su Obama alla Radio Npr, una emittente liberal ed intellettuale, e non ha detto nulla in merito ai programmi».

Che cosa manca ai candidati?
«Tutti dicono di avere fede ed amare i bambini ma non spiegano con quali provvedimenti vogliono realizzare ciò che la gente chiede con chiarezza quando risponde alle domande dei sondaggi: riforma della sanità pubblica, ritiro dall’Iraq, diritti dei lavoratori, integrazione economica».
In realtà John Edwards ha esposto un programma molto concreto per battere la povertà, spendendo 15 miliardi di dollari l’anno. Non le pare?
«Edwards è l’unico candidato che finora ha espresso dei contenuti. Non solo sulla lotta alla povertà ma soprattutto sull’assistenza sanitaria. Abbiamo la sanità più carente del mondo industrializzato ed è la causa di un tasso di mortalità infantile ai livelli della Malaysia».
Anche Hillary Clinton batte su questo tasto...
«L’unico è Edwards ma è interessante il fatto che la sua proposta non vada nella direzione chiesta dalla maggioranza dei cittadini, ovvero l’assistenza sanitaria universale, perché vuole semplicemente estendere l’attuale sistema di benefici. Edwards vuole arrivare nel lungo termine a quanto la gente chiede di avere subito. È un ulteriore dimostrazione di come la democrazia in America non funzioni. Nessuno propone ciò che la gente vuole. Clinton? Quando dieci anni fa propose la riforma si trattava di un sistema che salvava le assicurazioni private rimanendo dunque inefficiente».
Con l’afroamericano Obama, la donna Hillary e il mormone Romney queste elezioni si presentano come il volto di un’America dalle molte identità. Quale sarà l’impatto?
«Scarso, perché sono candidati con identità diverse ma che condividono un approccio simile ai programmi.
Prendiamo un altro tema centrale per gli americani, quello più importante nella politica estera: il ritiro dall’Iraq. Nessuno dei candidati in campo dice che vuole ritirare tutte le truppe. Se Bush ed i repubblicani vanno nella direzione opposta agli americani sostenendo l’invio di rinforzi, l’alternativa Baker-Hamilton è molto debole su cosa fare, Barack Obama è assai vago sul ritiro e gli altri democratici latitano. Prendiamo un altro tema, l’Iran: due terzi degli americani vogliono una soluzione solo diplomatica. Chi fra i candidati lo sostiene? Nel marzo 2004 Zapatero fu eletto in Spagna chiedendo di porre le truppe spagnole sotto comando Onu ma anche in America lo pensava la maggioranza degli americani solo che nessun leader lo sostenne».
Perché a suo avviso i leader politici, repubblicani o democratici, non prestano attenzione alle richieste degli elettori?
«Perché entrambi i partiti sono situati molto a destra dell’opinione pubblica. La classe politica è impossibilitata ad affrontare le richieste della base perché non le condivide. Vuole un altro esempio? Ricerche di opinione condotte in maniera scientifica, molto accurata, attestano che la maggioranza degli americani ritiene che il governo dovrebbe rinunciare al diritto di veto all’Onu, accettare il Tribunale penale internazionale e seguire gli orientamenti politici della maggioranza dell’Assemblea Generale. Quale leader politico lo sostiene? E ancora: due terzi degli americani da 30 anni sono a favore della ripresa dei rapporti diplomatici con Cuba ma è un’ipotesi della quale neanche si osa discutere».Insomma, la democrazia in America non funziona...
«È disegnata per non funzionare. Consente ai politici di governare grazie ai loro elettorati e agli opinon-makers di guidare il dibattito, al fine di conservare i capitali privati».
Quale la via d’uscita?
«La democrazia può migliorare se riuscirà a ripristinare l’efficacia delle elezioni, degenerate fino a diventare campagne pubblicitarie. Le battaglie per i diritti delle donne, delle minoranze, dei sindacati, della libertà di parola sono riuscite in passato a migliorare l’America ma al prezzo di grandi battaglie e sacrifici. La classe politica odia la democrazia, in America come in Europa, vuole solo governare e lo strumento per farlo è la definizione dell’interesse nazionale».
Insomma non si aspetta molto dal voto del 2008...
«È presto per dirlo. Sono ottimista sulla possibilità che la gente impegnandosi possa riuscire a trasformare l’America in una democrazia più solida, disinnescando il sistema di autoconservazione delle elites».

Allontanare i genitori dalle menzogne il vero pericolo


Genitori, il problema non è il porno
Se davvero il problema risiedesse nel porno, saremmo tutti in un grande pantano. Poiché c’è più porno che mai là fuori.
E c’è più isteria che mai sul porno. È un “PornPanic“, (siamo) stufi di una macchina da guerra operante 24 ore su 7 giorni composta da sedicenti gruppi “per la moralità”, trasmissioni sul crimine, gruppi di estremisti di destra in TV, neo-femministe disorientate così come di quotidiane storie di mogli e mariti i cui rapporti s’incrinano nel prosperare dei siti porno.In America, ad esempio, ha appena avuto termine la settimana del WRAP (nastro bianco contro la settimana della pornografia) (usato come simbolo di consapevolezza sulla settimana della pornografia, finchè i rivenditori del porno non hanno cominciato ad usarlo come strumento di marketing per aumentare le vendite. Siamo insomma in pieno teatro di guerra degno di Paul Krassner).
Come per tutti gli sforzi dell’antiporno, l’obiettivo del WRAP è di spaventare la gente, particolarmente i genitori, su un presunto mostro che inavvertitamente starebbe invadendo la nazione e sui presunti danni che ciò starebbe comportando.
L’ultima settimana, lo sponsor “Moralità nei Media” (MIM) ha presentato la tipica miscela di fatti e finzioni:
* (MIM) Fatti: Il porn è quasi dappertutto, molte persone ne consumano, e molte coppie gravate da rapporti sessuali poveri vedono un uomo che utilizza il porno. Ciò è vero. Dunque?
* (MIM) Finzioni: Gli uomini che guardano il porno commettono violenza sessuale contro donne ed bambini; uomini in spaventose relazioni sono stati sedotti dal porno; la maggior parte del porno ritrae violenza; guardare il porno fa pensare cose errate a riguardo delle donne; No, queste sono bugie. Non opinioni, b-u-g-i-e.

Le forze antiporno sono poi particolarmente pericolose quando parlano dell’esposizione dei bambini al porno. Non vi è ALCUNA prova che vedere dei seni nudi o coppie in atteggiamenti sessuali arrechi loro del danno; ancora meno provato è che la visione di immagini con tali soggetti sia loro dannosa. Quattro generazioni di bambini europei hanno trascorso le loro estati sulle spiagge topless e visto il sesso in TV senza diventare affatto peggiori dei nostri bambini (americani), ossessivamente protetti persino da un semplice sguardo ai capezzoli.
Dunque, genitori: il porno è un pericolo per i vostri bambini?
NO.
A meno che si pensi che i bambini siano matti e che siano danneggiati anche se solo inciampano sul porno, vederlo non li danneggerà. Se sono molto giovani lo ignoreranno; gli adolescenti più giovani ne andranno in ricerca da soli; gli adolescenti più maturi o ne otterranno una certa eccitazione oppure spegneranno del tutto e andranno avanti normalmente con la loro vita culturale (telefoni cellulari, tatuaggi, e quel rumore che chiamano musica).

Ecco invece cosa è pericoloso per i vostri bambini:

* L’idea che la loro sessualità è una cosa cattiva
* Che non dovrebbero parlare del sesso
* Che Dio o Gesù o voi conoscete e giudicate le loro fantasie sessuali
* Che i profilattici non funzionano
* Che c’è un sacco di gente fuori desiderosa di rapirli o toccarli nelle zone erogene


Questi pericoli non sono teorici, sono reali. Essi ci conducono alla vergogna, al senso di colpa, alla rabbia, alla confusione ed al terrore. E conducono a gravidanze indesiderate, al timore dell’intimità, all’incapacità di comunicare e al pensare che la sessualità sia un problema che sta insidiando le loro vite.
E conducono ad un maggior pericolo: quello di genitori che non vogliono discutere onestamente sul sesso con i loro ragazzi, perché si sentono presi dal panico sull’intero argomento.
Ci sono maniaci là fuori, persone che desiderano danneggiarne altre. Fortunatamente, non sono tanti. Naturalmente, quando i canali TV, show notturni e il vostro quotidiano locale ossessivamente si concentrano sui crimini sessuali, è difficile ricordarsi che quei maniaci sono una stretta minoranza.
Ed è duro ricordare che il tasso dei crimini sessuali (negli USA) è andato diminuendo ogni anno dal 1993.
È spaventoso pensare che la maggior parte degli adulti che hanno contatti sessuali con i bambini siano loro conoscenti. Non sono sconosciuti che incontri agli angoli delle strade con la (classica) caramella. E non sono nelle chatroom di Internet facendosi passare per adolescenti.
Sono persone fidate per entrambi: genitori e bambini.
È così spaventoso pensare a questa realtà che la maggior parte dei genitori preferisce concentrarsi su spaventosi sconosciuti, anche se la minaccia reale è bassissima.
Attualmente, qui non sono i bambini i più vulnerabili. Sono i genitori spaventati i più vulnerabili a essere danneggiati dagli sconosciuti (associazioni antiporno, ed altri che passano la loro vita a mentire e/o spaventare i genitori).
Allontanare i genitori da tali menzogne, e aiutarli a nutrire i propri bambini con le informazioni, le rassicurazioni, proteggendoli dalla propaganda antisesso: questo è oggigiorno realmente pericoloso.

del dr.Marty Klein

Il 68 europeo visto dagli Usa aveva già i colori del declino


di Giuseppe Pennisi
Premessa. Ricorrono quaranta anni dal 1968. In Italia, ed in certa misura in Francia, sono programmate varie iniziative per ricordare gli avvenimenti di quell’anno che, per molti aspetti, hanno segnato la vita (e le carriere) di molti di coloro che oggi anziani sono in posizioni di rilievo. Non si programmano (che io sappia) importanti manifestazioni in Germania, dove, in particolare all’Università di Francoforte, del “Sessantotto” vennero poste le premesse e formulata una teoria; non per nulla, alcuni dei leader del “maggio francese” erano tedeschi.
Non parteciperò alle iniziative in programma per vari motivi. Per uno soprattutto: a 25 anni, ero un graduate student italiano negli Stati Uniti (a Washington D.C.) in un’università internazionale, la School for Advanced International Studies (Sais) della Università Johns Hopkins. Quindi, unitamente ai miei altri due colleghi italiani (oggi ambedue Ambasciatori d’Italia), nonché ad altri giovani europei che completavano il ciclo di studi alla Sais, vidi il “Sessantotto” europeo con il cannocchiale, mentre ebbi modo di osservare da vicino il “Sessantotto” Usa. Sotto il profilo personale, ero privilegiato (rispetto ai colleghi europei) in quanto in un periodo in cui a Washington la stampa italiana arrivava in ritardo e poteva essere acquistata solamente in un negozietto di pubblicazioni internazionali (spesso nascosta dietro riviste porno francesi o latino-americane), collaboravo regolarmente con “Il Sole-24 Ore” e lo ricevevo via aerea. Quindi, anche gli altri due italiani ed i colleghi che leggevano italiano avevamo più informazioni di quelle (scarse) che arrivavano sul “New York Times” e sul “Washington Post”.
Il “Sessantotto” inoltre è stato per me soprattutto anno di avvenimenti personali importanti; in febbraio incontrai la persona che da allora è mia moglie, ci sposammo in agosto in Provenza ma (dato che lei è francese) ci trovammo a Parigi all’inizio di giugno, proprio mentre infuriava quella che viene ricordata come la “battallie de l’Odéon”. Vinsi, in aprile, un concorso in Banca Mondiale dove presi servizio a metà settembre. Queste vicende private si intrecciavano più con il “Sessantotto” degli Stati Uniti, Paese in cui ho vissuto per oltre tre lustri e puntavo necessariamente gli occhi più su ciò che mi circondava che su ciò che richiedeva inforcare un cannocchiale.
Il Sessantotto americano. Molti dimenticano che in parallelo con il “Sessantotto” europeo, ci fu un “Sessantotto” americano. Iniziò convenzionalmente il 21 ottobre del 1967 con la marcia al Pentagono di un milione di persone, gestita principalmente dalla Students for a democratic society (Sds - organizzazione che allora si proponeva il rinnovamento della società Usa) ed ebbe come suoi momenti importanti: in aprile, l’assassinio di Martin Luther King e successivamente i moti che misero a ferro e fuoco la capitale ed altre città americane, in maggio l’omicidio di Robert Kennedy e in parallelo l’annuncio del Presidente Lyndon Johnson di non ricandidarsi alla Casa Bianca, nonché in estate la difficile contesa per la scelta del candidato del Partito Democratico (con i disordini al Lincoln Park a Chicago), in novembre la vittoria (a larga maggioranza) di Nixon nelle elezioni alla Presidenza della Repubblica. Due i temi di fondo del “Sessantotto” americano: la guerra in Vietnam e il non facile completamento del processo di integrazione razziale richiesto dalla normativa sulla “Grande Società” approvata alla metà degli Anni 60.
Paradossalmente, i teorici tedeschi del “Sessantotto” (in primo luogo Hebert Marcuse, negli Usa dal 1930 ma in stretto contatto con la maggiore università sulle rive del Meno) e gli intellettuali francesi vicini al “maggio” (quali Edgard Morin e Jean-François Revel, a cui si giustapponeva l’ironia di Romain Gary, due volte Premio Groncourt ed allora console generale di Francia a Los Angeles - nonché sposato con un attrice che si definiva appartenente alla sinistra radicale) guardavano agli Usa , in particolare alla California, come al modello di società libera e moderna (“senza Marx e senza Gesù”, secondo il titolo di un saggio di successo di Revel) a cui avrebbe dovuto aspirare l’Europa vecchia, parruccona e polverosa. Alcuni di loro leggevano avidamente un settimanale che si produceva a Washington D.C. (la redazione era in un piccolo appartamento di Thomas Circle), il “Quicksilver Times” – il “Times dell’Argento Vivo” che con articoli frizzanti e foto di nudi integrali era diventato uno dei vessilli del Sessantotto “made in Usa”.
In Europa e in Italia in particolare, si usava e si usa, mitizzare il “Sessantotto” Usa dipingendolo con tratti analoghi a quelli dei miti costruiti sui “Sessantotto” del Vecchio Continente (quello nostrano in primo luogo). Lo si tratteggia come pacifista in quanto contrario all’intervento in VietNam. E’ un’immagine che non ha riscontro nella realtà. L’opposizione alla guerra nel Sud Est asiatico sarebbe cresciuta soprattutto negli anni Settanta (a ragione dell’inconcludenza del conflitto e delle sempre maggiori perdite), ma nell’ultimo scorcio degli Anni Sessanta, accanto ad un movimento di opposizione alla guerra, ma non necessariamente alla presenza Usa nel Sud-Est asiatico (quello, ad esempio, della marcia del 21 ottobre 1967), c’erano un vasto strato di “sessantottini” che vedevano la vittoria delle libertà contro il comunismo in Asia come elemento essenziale per affermare maggiori libertà (per gli afro-americani, per gli ispano-americani, per le fasce a basso reddito) nella stessa società americana. In tal senso, i “guerrafondai” erano “sessantottini” alla stessa stregua dei pacifisti, si vestivano e si comportavano allo stesso modo, partecipavano agli stessi parties dove gli happenings o lo streaking (allora di moda) erano talvolta ai confini con l’orgia. Molti colleghi americani alla Sais partirono volontari alla volta del Vietnam: uno, patriota di ferro per tutta la vita, ha successivamente fatto la sua intera carriera alla Cia ed è padrino di nostra figlia; un altro, vincitore di numerosi premi di giornalismo, è stato sei settimane prigioniero dei Viet-Cong e, riuscito a scappare, è tornato a Saigon come corrispondente del “Washingon Post”, restando immortalato nella foto del reporter attaccato all’elicottero che lascia l’Ambasciata Usa il giorno della caduta della capitale del Vietnam del Sud.

Il cannocchiale sul Sessantotto europeo. I “settantottini” americani si interessavano, necessariamente, più ai problemi del loro Paese che a ciò che stava avvenendo in Europa, malgrado che i miei colleghi Usa fossero un campione molto particolare: non solamente erano impegnati in un programma di studi internazionali, ma parlavano tutti o francese o spagnolo (oltre all’inglese e spesso altre lingue, anche orientali). Una cinquantina di loro parlava italiano anche in quanto aveva passato un anno accademico al Bologna Centre della Johns Hopkins University. Il “Sessantotto” europeo veniva da loro percepito come un episodio dell’ormai lungo ma inevitabile declino dell’Europa ( che pure era, allora, il secondo pilastro dell’Alleanza e della Comunità Atlantica e veniva invitato ad acquistare obbligazioni del Tesoro Usa, i “Roosa Bonds”, dal nome del Sottosegretario americano, per saldare i conti degli Stati Uniti con il resto del mondo).

Anche se gli “europei” alla Sais (una ventina – austriaci, belgi, francesi, inglesi, tedeschi, ed i tre italiani, me compreso) contro-argomentavano che si trattava invece di un segno di modernizzazione, con il senno del poi occorre dire i nostri colleghi americani non avevano tutti i torti. Il “Sessanta” fu, al tempo stesso, la svolta verso il declino e la svolta verso un lungo processo di perdita di produttività comparata dell’Europa rispetto sia agli Stati Uniti sia all’Asia (che allora cominciava a galoppare, ma pochi se ne accorgevano). In privato, sulle sponde del Potomac, si condivideva, infatti, l’analisi di molti coetanei americani che studiavano nella medesima università. Ricordo, in particolare, le preoccupazione di un collega tedesco (che ha successivamente seguito una carriera bancaria nella Repubblica Federale ed in parte negli Usa) non tanto per ciò che avveniva nella Repubblica Federale (e che si sarebbe presto spento, nonostante l’attività di alcuni gruppi terroristi sino alla seconda metà degli Anni Settanta), ma per gli “avvenimenti” in Francia dove, a suo parere, si metteva a repentaglio il riassetto dell’amministrazione dello Stato in corso di realizzazione (nella prima parte della Quinta Repubblica) e soprattutto si indeboliva un management imprenditoriale che (allora) era il più moderno ed il più innovativo in Europa occidentale. Timori analoghi veniva espressi da colleghi belgi, olandesi ed austriaci (i cui Paesi, soprattutto l’Austria, sono stati solamente sfiorati dal Sessantotto). Noi tre italiani accoglievamo con incredulità le notizie che venivano dalla Francia trovando anomala e di breve durata l’alleanza di studenti ed operai, come punta del rinnovamento (tema di un libro di Maria Antonietta Macciotti pubblicato all’inizio degli Anni Settanta): gli studenti francesi erano, a nostro giudizio, tra i più privilegiati al mondo – a ragione della carriere brillanti che si schiudevano automaticamente a coloro che frequentavano “les grandes écoles” e del carico relativamente leggero per coloro che invece andavano nella Facultés (in ogni caso con rette universitarie più figurative che nominali). Maggio (il mese dell’esplosione del “Sessantotto” francese) era comunque per noi periodo di esami finali dopo due anni di studi post-universitari, di colloqui con potenziali futuri di lavoro (li organizzava la stessa Sais con le maggiori multinazionali, specialmente del settore finanziario), di preparazione a concorsi (per coloro che li avrebbero fatti nei loro rispettivi Paesi), di scelte di vita (come il matrimonio). Gli “évenements” francesi, quindi, venivano visto con distacco e distanza; quelli italiano sarebbero scoppiati alcuni mesi più tardi – in effetti nel 1969 ed ha la data convenzionale del suo inizio al 12 dicembre di quell’anno, l’eccidio di Piazza Fontana con cui cominciò “la notte della Repubblica”.

C’era comunque qualcosa che ci interessava molto. I colleghi francesi si procuravano copie della stampa del “Sessantotto” nella loro Patria. Il lessico, il linguaggio era straordinariamente involuto e, per certi aspetti, di difficile comprensione. Ciò non poteva attribuirsi unicamente o principalmente al fatto che tra noi la “lingua franca” era l’inglese (notoriamente lineare, semplice e secco). Una componente era verosimilmente il fatto che i “sessantottini” del maggio francese avevano difficoltà a comunicare le loro idee, le loro strategie (ove fossero esistiti) e soprattutto i loro programmi (ove ci fossero stati). Una difficoltà che contrassegnava confusione di pensiero più che di parola.

Ebbi pure io un contatto diretto con il “maggio” francese. Rientrando in Europa (con la mia futura moglie) ci fermammo a Parigi mentre viaggiavamo alla volta della Borgogna (dove andavo a farmi conoscere dai suoceri). Venimmo ospitati dal prozio di mia moglie che allora aveva un appartamento sull’Ile Saint Louis: vedevamo gli scontri tra dimostranti e forze dell’ordine nel quartiere latino, era in corso la “battaglia dell’Odéon”; dai giornali ci sembrava difficile comprendere cosa volesse chi (in breve quale fosse il nolo del contendere). Soprattutto trovammo fastidioso (nonché faticoso) arrivare a piedi (e con le valigie) alla Gare de Lyon (oggi Gare Bercy) - da dove andavamo in Borgogna - a ragione di uno sciopero di tutti i mezzi di trasporto. Ci fu, però, un curioso aspetto positivo: il sindaco di Colonzelle (piccolissimo comune della Provenza occidentale) ci sposò “sulla parola” (a causa di uno sciopero al Comune di Roma i documenti che mi riguardavano arrivarono con numerosi mesi di ritardo rispetto alla data delle nozze) sia a ragione del clima libertario (si era nell’agosto 1968) sia in quanto in dieci anni nelle vesti di primo cittadino non aveva celebrato alcun matrimonio (a causa dell’invecchiamento dei concittadini e del progressivo spopolamento del villaggio).
Epilogo Dall’autunno del 1968 (rientro negli Usa per prendere servizio in Banca Mondiale), presi raramente il cannocchiale per guardare al “Sessattotto” italiano: l’autunno caldo, i primi cenni di terrorismo erano rumori di fondo per una giovane famiglia che viveva negli Usa in cui nasceva la nostra prima figlia ed il lavoro portava me per diversi mesi l’anno in Estremo Oriente (dove il “Settantotto” italiano era ancora più lontano). Le vacanze in Italia (ed in Francia) erano una corsa da congiunto a congiunto per farsi vedere e mostrare la prole (normale per chi vive all’estero). All’inizio dell’estate del 1972, passai tre settimane in Italia. Si era nella “notte della Repubblica”, ma non lo avvertivo. Dopo ormai cinque anni negli Usa, Roma mi sembra délabrée e malmessa in un’atmosfera da Europa centro-orientale. Incrociai Adriano Sofri, che avevo conosciuto ai tempi dell’Università in quanto frequentavamo lo stesso stabilimento balneare. Ci parlammo senza che l’uno capisse quello che diceva l’altro; il “Sessantotto” – dissi a me stesso – era stato un potente strumento di incomunicabilità. Il ricordo mi tornò al 1968 alla Sais- al Professore di Economia Internazionale Isiah Frank (morto quasi centenario pochi anni fa e docente brillante sino all’età di 90 anni). Iniziava qualsiasi lezione con un cordiale “Buon giorno a tutti” e la terminava (anche dopo le spiegazioni più astratte) con “Arrivederci e soprattutto non fatevi mai illusioni!” . Adriano ed altri -pensai - se ne erano fatte. A sproposito.

Come va il Blog

ShinyStat™ - Statistiche Account domenicol: "Ultime 15 visite

Ore 2.48 del 20 gennaio 2008, proviamo a lanciare qualche statistica sulle visite al blog:
Nelle ultime 15 visite (da vedere in ultime 15 visite) riveliamo che abbiamo avuto visite anche dall'università di Roma La Sapienza e dall' università di Rotterdam.
Il numero delle visite è abbastanza buono. Collegamenti al blog anche da paesi dell'Unione Europea come la Spagna o l'Olanda e la Finlandia, un collegamnto anche dall'Asia e uno dal Senegal. Ad un paio di mesi dalla creazione di questo blog ritengo stia andando abbastanza bene.
Un grande saluto libertario,
Domenico Letizia.

"Il mio identikit politico è quello di un libertario, tollerante. Se poi anarchico l'hanno fatto diventare un termine orrendo... In realta' vuol dire solo che uno pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia, le stesse capacità" ( Fabrizio De André )