
Omossessuali si nasce o si diventa?
La regione toscana ha recentemente pubblicato una campagna a difesa dell'orientamento sessuale degli individui. Il dibattito si accende sui quotidiani giocando anche, in parte sull'equivoco generato dall'immagine di un neonato con al polso un cartellino che lo identifica come omosessuale appunto, fin dalla nascita. La domanda nasce spontanea: l'orientamento sessuale degli individui è innato, o no? Viviamo fortunatamente ad un livello di civiltà tale per cui è possibile discutere di questo argomento in buona libertà. Cogliendo magari l'occasione per scrollarci di dosso antichi pregiudizi e cercando di dare alla domanda una risposta esclusivamente laica, razionale e scientifica. Viene semplice ragionare per esclusione. Si puo escludere certamente pensare che un qualsiasi orientamento sessuale possa essere considerato una malattia. Trovo condivisibile anche il rigetto dell’idea che possiamo aver avuto in passato che una minoranza avente orientamenti sessuali differenti dalla massa, potesse rappresentare un pericolo per la auto-proclamata ‘normalità’. Sembra che i dati scientifici delle ricerche fatte in proposito non riescano ad avallare pienamente una ipotesi di orientamento sessuale innato. Cito alcuni dati letti sul giornale di oggi:” l’ipotesi secondo cui qualcuno nasce omosessuale è stata formulata nel 1897 da Magnus Hirschfeld ma non è mai stata dimostrata. Il biologo Simon Le Vay, ripetutamente indicato come scopritore del fondamento genetico dell’omosessualità, ora dichiara di «non avere mai asserito questo». Gli studi sui gemelli di Bailey e Pillard, che avrebbero dovuto dare la prova finale che omosessuali si nasce, hanno concluso che questa prova non c’è. I dati più recenti di Dean Hamer, celebrato come lo scopritore del cosiddetto «marcatore omosessuale», sottolineano che oltre il 70% degli omosessuali non presenta tale «marcatore»”. Questo però non esaurisce la nostra curiosità, perché continuiamo a chiederci…E fosse invece solo una predisposizione genetica, unita alle esperienze della vita a generare l’orientamento sessuale? La scienza ad oggi sembra indicare proprio questo: cito “….si può parlare in «casi singoli» di una «predisposizione », ma non di una determinazione genetica comune e irrevocabile. L’educazione e la socializzazione sembrano i fattori cruciali.” In fondo cambia qualcosa? L’orientamento sessuale non è innato ma esiste una predisposizione genetica condizionabile dall’ambiente. Non cambia niente. L’uomo, che non è nocivo agli altri individui, è libero di fare e essere ciò che vuole. Affrontando l’argomento, in fondo, quello che rimane di veramente interessante e formativo per noi è che è giunto il tempo di buttare nel cassonetto un bel numero di pregiudizi che hanno occupato la nostra testa per centinaia di anni. Questa consapevolezza ci rende più liberi.
sabato 19 gennaio 2008
I Libertari - Italiani e gli omosessuali
“Le 9 vite di Nestor Makhno”

L'esercito di Makhno buca gli schermi russi.
A volte può capitare che i sogni si realizzino nel loro opposto. Nell'estate del 2006 sugli schermi della TV russa è andato in onda un film a puntate su Makhno e la makhnovšcina [il popolare movimento contadino libertario in Ukraina, che agì durante la Rivoluzione Russa del 1917-1921 combattendo contro le Guardie Bianche filo-zariste, contro i nazionalisti Ucraini e contro i Bolsceviki]. I produttori del film – ed ancor più il promo TV – promettevano che sarebbe stato "il primo film veritiero sulla figura di Makhno", con cui si sarebbe finalmente onorato un uomo, su cui si era molto mentito nell'URSS, ma che il popolo non aveva mai dimenticato.
Il film "Le 9 vite di Nestor Makhno" (Devyat' Zhiznei Nestora Makhno) è con tutta probabilità la più lunga biografia di un anarchico mai apparsa sugli schermi. Divisa in 12 puntate, la fiction è stata girata in Ucraina nel 2005, ma per qualche ragione è stata trasmessa sulla rete pubblica russa Canale 1 solo nell'estate 2006. Prima ancora, tuttavia, il film era disponibile su un DVD pirata ed aveva fatto scalpore. Poco prima che la TV lo mandasse in onda e che uscisse il DVD "autorizzato", erano stati pubblicati due volumi col copione del film.
Quando il film è andato in onda nel luglio 2006, ha avuto un ampio successo TV. Ciò si spiega solo in parte con la massiccia pubblicità, mentre è vero che si trattava del primo film mai dedicato a Makhno (sebbene il suo personaggio fosse apparso come "ragazzo cattivo" in ruoli marginali nei film dell'epoca sovietica). La televisione russa trasmette un sacco di fiction a puntate – infatti è una delle TV più noiose oggi giorno – ma nessuna di quelle fiction ha ricevuto una simile audience come il film su Makhno. La qualità delle soap opera è spesso molto buona, ma in questo caso i telespettatori sono stati molto coinvolti dalla storia in sé.
E' il caso di citare una delle recensioni, che spesso sono state molto positive: "In questa serie TV l'idea anarchica, così come la interpretava Makhno, appare come la più pura e la più etica fra tutte le idee che attraversavano il popolo russo in quei tempi burrascosi". Neanche vi immaginate su quale giornale sia apparsa tale recensione. Si tratta infatti della "Krasnaya Zvezda" (Stella Rossa), il giornale del Ministero della Difesa russo!
Diversi mesi dopo la trasmissione della serie TV, ci sono ancora dibattiti sul film su Internet – e non solo sui media o sui blogs, ma anche sui siti anarchici e di sinistra. Molto spesso i giudizi sul film non derivano dalle opinioni politiche dei critici – dal momento che risulta piacere sia agli anarchici che ai loro più aspri detrattori. I giudizi variano dalla più totale simpatia ed accettazione del film a recensioni molto critiche e del tutto negative.
Quel che è triste e fuorviante, tuttavia, è che il film spesso non aiuta la reale comprensione delle tendenze interne alla rivoluzione russa ed alla guerra civile, non esclusi lo stesso Makhno e gli anarchici che vi sono rappresentati. A volte persino gli anarchici si sono fatti affascinare dal ritratto "fortemente empatico" che il film fa di Makhno, rifiutando di vedere come in questo modo si creano ancora più miti e false concezioni su questo eroe anarchico.
In base alla mia modesta opinione, "Le Nove vite di Nestor Makhno" è una serie TV di scarsa qualità simile alle tante altre fiction che girano sulla TV russa. Le produzioni in serie sono gestite in base a rigidi criteri di budget – girare a costi bassi e in tempi brevi (e questa è una delle ragioni del perché il film è stato girato in Ucraina, dal momento che lì i costi di produzione sono molto bassi). Inoltre è una costante che gran parte del budget se ne va via per le spese di pubblicità e di promozione. Un'altra conseguenza delle limitazioni imposte dal budget si rinviene nella poco convincente ricostruzione storica – dai costumi alle poco realistiche scene di battaglie, ai carri armati. E tuttavia tutto ciò non sarebbe stato un disastro, se solo la storia fosse stata raccontata correttamente, ma nei fatti gli autori del copione sono riusciti a mettere insieme verità e falsità storiche sulla vita di Makhno. Probabilmente l'unica grande bugia su Makhno che non compare nel film è che sia lui che i Makhnovisti fossero antisemiti.
Posso dire che gran parte della recitazione nel film è molto scarna e che i registi del film non sono riusciti a dargli consistenza storica – dal momento che gli anarchici, i Bolsceviki o i nazionalisti Ucraini vengono rappresentati in una veste "comica" , mentre la nobiltà russa, le Guardie Bianche e la polizia politica zarista appaiono più "seri" (e gli ebrei vengono rappresentati come un misto di personaggi comici e tragici vittime del turbinio della guerra civile). In breve, siamo davanti ad uno stereotipo politico, che risale al cinema ideologico sovietico, e che si può molto facilmente riconoscere nel film – mischiato con qualche novità – eppure ancora presente.
Tuttavia, ho molto spesso avuto la sensazione che il film fosse veramente epica rivoluzionaria riconosciuta. Infatti, sebbene i registi mostrino spesso Makhno ed i suoi rivoluzionari come tipi divertenti, mai essi vengono dipinti come dei pessimi soggetti. Si mostra Makhno ed i suoi come non abbastanza saggi da comprendere la "grande politica", ma almeno non vengono dipinti come malefici assassini ed appiccatori di pogroms. Sarebbe sbagliato dire che i produttori del film puntavano a dare una visione storicamente corretta, bilanciata ed imparziale della makhnovšcina. In realtà si tratta soprattutto e per prima cosa di uno show da intrattenimento per fare audience.
I personaggi storici nel film appaiono perlopiù come delle caricature. Makhno, interpretato dall'attore Pavel Derevyanko (a volte la recitazione non è male, ma molto spesso è sotto tono), è un misto di giovanotto dal cuore gentile e di rivoluzionario non tanto intellettuale, carne e sangue del suo popolo. Egli non brilla abbastanza nei discorsi intellettuali, ma sa capire il suo popolo a cui sa dire veramente le parole giuste per condurli alla lotta popolare contro ogni genere di oppressori. E' un uomo pragmatico, ma non è uno stronzo, ed inoltre è pieno di saggezza contadina. Il Makhno messo in scena in questo modo può risultare diverso dal Makhno "storico". Ma non era forse Makhno fatto proprio così in fondo? Nel film viene mostrato a volte come un tipo psicotico, come un bevitore accanito o come un desperado rivoluzionario, ma lui resta sempre "il bravo ragazzo".
Anche gli altri tanti personaggi storici che affollano il film non somigliano molto all'originale storico. Aršinov, il famoso militante e storico della makhnovšcina, un rivoluzionario di professione che sapeva veramente come rapinare le banche ed uccidere gli sbirri, nel film diventa il sognatore anarchico imbranato che compariva nei film dell'epoca sovietica, totalmente a disagio in un mondo intellettuale. Per qualche ragione Vsevolod Volin è completamente assente nel film. Kropotkin appare solo per poche sequenze, ma come un tipo del tutto lunatico, ossessionato dai suoi libri ed incapace di accorgersi della presenza di Makhno. Lenin, che Makhno incontrò a Mosca, è un tipo piuttosto noioso con la voce della concreta "saggezza" politica in contrapposizione sia col romanticismo rivoluzionario di Makhno che con la "grettezza" contadina. Mentre Trotsky viene giustamente presentato come un malevolo ed aspro oppositore della makhnovšcina, ha però molto del demone da cartoni animati, più che del dittatore opportunista quale egli era.
I comandanti in campo di Makhno sono perlopiù invenzioni dei registi – a rappresentare le diverse tipologie psicologiche necessarie a coinvolgere i telespettatori, e risultano molto abbozzati rispetto al loro prototipo. Ma soprattutto è la recitazione che gioca un ruolo decisivo nel rendere un personaggio simpatico o no. Per esempio, Leva Zadov, capo della "polizia politica" di Makhno nonché personaggio molto contraddittorio, nel film appare come un ragazzo carino ed anarchico leale. Il capo di stato maggiore di Makhno, Viktor Belaš, è un tipo di rivoluzionario operaio e simpaticone, ma gli autori del film gli hanno cambiato il nome in Cernyš, probabilmente per creare un collegamento scenico alla bandiera nera dell'anarchia ("cerny" in russo significa nero, mentre "bely" vuol dire bianco).
Anche gli eventi storici non sembrano molto fondati nel film. Se la rappresentazione della makhnovšcina è in generale abbastanza corretta, ci sono nel film alcune importanti questioni che vengono stravolte. Gli autori simpatizzano non poco per i Bolsceviki, dipinti ancora come portatori di saggezza politica nel governo delle cose (e tuttavia, non sono allo stesso tempo essi stessi quei demoni istigatori di una rivoluzione sanguinaria e di una guerra civile, come la propaganda nella Russia odierna continua a ripetere?). La difficile alleanza tra i Bolsceviki ed i Makhnovisti contro i Bianchi viene rappresentata nel film dal punto di vista dei Bolsceviki. Alcuni eventi importanti sono stati omessi, come la battaglia di Peregonovka, che fu la batosta più grossa per i Bianchi e che per certi versi decise il seguito della guerra civile in Russia, mentre altri eventi – come l'omicidio della prima moglie di Makhno e di suo figlio da parte degli anarchici per far entrare Makhno in politica – sono pure invenzioni dei registi per creare un effetto da thriller!La mancanza di una minima consulenza storica appare del tutto evidente in alcune parti del film. Le prigioni zariste ed i reclusi sembrano essere della Russia di oggi. Makhno a volte fa delle strane uscite xenofobe sugli americani, i cinesi o gli estoni – un evidente tentativo dei registi di fare un collegamento con la politica contemporanea, che però suona molto ridicolo.. Uno dei comandanti di campo di Makhno canta persino un paio di versi di una canzone punk russa degli anni '80 che si chiama "Black Flag", invece di cantare un canto anarchico con lo stesso nome ed ormai dimenticato!
Molte discussioni che avvengono nel film parlano del progetto anarchico. Ma sfortunatamente per i telespettatori, non se ne capisce niente. Ci sono molte sequenze nel film in cui gli anarchici cercano di spiegare il loro progetto, ma il tutto si riduce a dialoghi costruiti sostanzialmente senza costrutto come si usava fare nei film dell'era sovietica: "Cosa proponete? Voi non avete nessuna proposta da fare! Voi sapete dire solo che tutto dovrebbe essere abolito". Gli anarchici nel film appaiono come impediti nel parlare, incapaci di spiegare le loro idee, oppure fanno discorsi infantili, danno spiegazioni trite. Alla fine, non si capisce assolutamente per quale ragione quei contadini così pragmatici avevano dato il loro appoggio a Makhno ed agli anarchici nonostante la dura repressione e le fucilazioni che dovevano subire da parte dei Bolsceviki, dei Bianchi e dei nazionalisti ucraini.
Senza dubbio, ognuno vede il film secondo le proprie simpatie politiche (ma alcuni anarchici russi tendono a prendere il Makhno TV per il suo valore di facciata). In quanto telespettatore critico verso il film, per certi versi non posso nascondere che nonostante tutte le lacune che vi sono, il film è un tributo alla tragica storia della makhnovšcina e della rivoluzione fallita in Russia. E ciò dipende dal fatto che la storia della makhnovšcina è di per sé una saga molto tragica e quindi una sua tenera ed empatica trascrizione per la TV non può che commuovere. Per cui chiedo ancora, ci vuole una fiction in TV per ricordare i compagni caduti?
Infine, occorre dubitare della "verità storica" del film, anche se sul tema della verità è stata fatta la campagna promozionale de "Le Nove vite". Eppure, nonostante questo, il film ha suscitato un vero e proprio interesse popolare verso Makhno. Le sue memorie ed il classico di Aršinov "Storia del Movimento Makhnovista", libri popolari su Makhno o anche occasionali studi storici su di lui, erano stati pubblicati in Russia di recente, ma la messa in onda in prima serata TV della serie su Makhno ha creato un vastissimo interesse verso la sua storia. E se una persona spinta dal film cerca almeno uno dei libri più o meno validi scritti su Makhno, non può che essere un buon inizio per iniziare a saperne di più sul famoso enfant terrible della rivoluzione russa. Basta solo essere consapevoli che non si può giudicare una serie TV come un buon libro di storia.
Mikhail Tsovma
venerdì 18 gennaio 2008
Morto russo bandiera su Reichstag

Sua foto diventata uno dei simboli della II guerra mondiale
BERLINO, 18 GEN - E' morto Mikhail Petrovic Minin, il soldato sovietico che innalzo' la bandiera rossa con la falce e martello sulle rovine del Reichstag.La morte, riferisce il quotidiano tedesco Die Welt, e' avvenuta la scorsa settimana a Pskov.Aveva 85 anni. La foto della bandiera innalzata da un soldato dell'Armata Rossa nel '45 e' diventata uno dei simboli della II guerra mondiale, come quella dei soldati Usa che innalzano la bandiera a stelle e strisce sull'isola giapponese di Iwo Jima.
Le palline a piazza di Spagna e il "rosso Trevi".Graziano Cecchini

«Così ho illuminato l’Italia sepolta dal buio dei rifiuti».
Meglio che rotolino le palline.
CECCHINI, ORA SONO UN 'FUTURPALLA'.
Arresto confermato e immediata remissione in libertà poiché non sussistono esigenze cautelari. È già libero di progettare la terza mossa (pare parigina) quella volpe di Graziano Cecchini, l’artista «futurista» che mercoledì pomeriggio aveva gettato lungo la scalinata di Trinità dei Monti mezzo milione di palline colorate. Un tesoro già all’asta su E-bay. Il giudice Tiziana Gualtieri, che ha convalidato anche l’arresto di altri due «complici» di Cecchini, Michael Rosselli e Daniele Pint, ha fissato per il 21 aprile il processo per direttissima. L’accusa ipotizzata è interruzione di pubblico servizio poiché le palline lanciate «hanno invaso il suolo pubblico di piazza di Spagna, impedendo il transito di due autobus».
Subito dopo la liberazione Cecchini si è sfogato come suo solito: «Signori questa è l’Italia. Nello stesso giorno in cui un indagato eccellente accusato di collusione con la mafia ottiene i domiciliari, io, arrestato per lancio di palline, sono stato per dodici ore trattenuto dai carabinieri. Ho dormito per terra perché le coperte che erano nella cella erano puzzolenti, inavvicinabili».
«La mia è stata un’azione non violenta, pop art e basta».
E a proposito delle plasticose palline, l’opera del futurista Cecchini sono già diventate un oggetto acquistabile su E-Bay, il mercato on line mondiale dove si trova qualsiasi cosa. Sul sito è possibile trovarle a prezzi variabili. La meno gettonata è naturalmente la rossa, quella più comune, utilizzata per fare effetto e dar colore alle prime pagine dei giornali. «Vendo palline colorate utilizzate il 16 gennaio 2008 a piazza di Spagna, a Roma, da Graziano Cecchini. Ogni pallina viene venduta in una elegante confezione», recita l’annuncio d’esordio, messo fulmineamente on line alle 14,53 di mercoledì. Il secondo annuncio, appena due ore dopo, garantisce: «Vendo le famose palline fatte scendere dalla scalinata di piazza di Spagna, già sono diventate delle star, non fatevele scappare. Ne ho raccolte solo 38. L’asta parte da un euro e si riferisce ad una sola pallina, ma avendone 38, credo di potervi accontentare in molti».
Spunta il Supertopo: 4 Milioni di anni fa in Uruguay...

Trovato dei fossili Era lungo 3 metri, pesava 1 tonnellata o più.
C'era una volta sulla Terra, 4 milioni d'anni fa, un roditore lungo 3 metri e alto 150 centimetri, del peso di una tonnellata (tra i 468 e i 2.500 chili, è il range indicato). Il topo-ippopotamo è la scoperta di due paleontologi uruguaiani e non ha paragoni con i suoi discendenti nè con altre specie simili del passato.
Gli scienziati, Andres Rindernecht e Ernesto Blanco, hanno ricostruito le dimensioni del super-roditore sulla base del cranio - lungo 53 centimetri e di altri resti fossili da loro trovati. Ipotizzando anche le sue abitudini. Era erbivoro - è la conclusione esposta nel saggio pubblicato oggi sulla rivista della British Society - e gli incisivi lunghi una trentina di centimetri li usava probabilmente per tagliare piante acquatiche con cui nutrirsi.
In Argentina vive il più grande roditore arrivato ai giorni nostri, del peso di circa 60 chili. In Venezuela erano stati trovati i resti di quello che era finora l'antenato preistorico di dimensioni maggiori, un roditore di forse 700 chili.
"Il ’68? Amavamo gli Usa, non Marx"

Guccini sulla rivista di An: Dylan ed Hemingway i miti, l’eskimo una necessità
Quando canta La Locomotiva, al momento di «trionfi la giustizia proletaria» tutti alzano il pugno al cielo. E’ inevitabile, come lo sono le nostalgie per quell’«eskimo innocente », le invettive contro «portaborse, ruffiani e mezze calze,/ feroci conduttori di trasmissioni false» coll’invito ai «liberisti» di turno: «buttate giù le carte/ tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese/ in questo benedetto assurdo bel paese».
Francesco Guccini ha anticipato il ‘68 fornendo una parte notevole di colonna sonora, è andato avanti malmostoso e indignato tra poeti maledetti e osti generosi, forse ha precorso (per esempio con gli ultimi versi citati, che vengono da Cyrano) persino Beppe Grillo. Per molti dei suoi fans la delusione sarà cocente, se leggeranno l’intervista a Charta Minuta, rivista vicina a Alleanza Nazionale, che ha dedicato un numero monografico al quarantennale del ‘68. Guccini parla con la destra, quelli che un tempo erano i «fasci» e da anni lo corteggiano un poco, per dire qualcosa di pesante. Non è neanche la prima volta: la sede gli conferisce però un risalto speciale.
«Il ‘68 è stato il proseguimento di una vicenda umana, non soltanto mia, ma di tutta quella generazione che veniva dagli anni Cinquanta, piena di desiderio, a volte inconscio, di cambiamento. Dunque prima che politico, direi che il ‘68 è stato un fatto propriamente umano. Insomma, un fenomeno di costume». I suoi miti, rivela, non erano Marx e Marcuse (mai letti) ma Bob Dylan, Hemingway, l’America. E l’eskimo «non era politicizzato, non aveva significato ideologico». Infine, il colpo del ko: «L’ideale libertario è sempre esistito nell’uomo e non ha colori o etichette, non può essere fatto proprio dall’ideologia e va ben al di là degli schieramenti di destra e di sinistra».
E la fiaccola dell’anarchia?E le bandiere che si è sempre pensato dovessero garrire lì intorno? Deposte, abbandonate incanalandosi nel fiume del tempo, a pochi giorni dalle dichiarazioni di Lucio Dalla che si professa ammiratore dell’Opus Dei? Crollano i miti, a uno a uno? Sono casi diversi, fa notare Enrico Deaglio, «perché uno è un frutto del ‘77, l’altro no. L’anno che verrà è stata una canzone del movimento. Anche la Locomotiva, beninteso, ma Guccini c’era già prima. E credo sia sempre stato impolitico. Ricordo che dopo la strage di Bologna lo intervistammo per il quotidiano di Lotta Continua. Si stupì, non coglieva il nesso».
Lucio Dalla ha parzialmente rettificato, qualche giorno fa, parlando al Tg1. Il «modenese volgare», spiega invece da tempo che le sue canzoni sono esistenziali, perché fare una canzone politica è come comporre l’inno per la propria squadra di calcio. Ma l’effetto rimane. Chi ha fermato la locomotiva? Nessuno, risponde Edmondo Berselli, le cui tesi sul ‘68 (in Adulti con riserva, Mondadori) non sono poi così lontane. In quel libro, un «Guccio» immaginario - ma verosimile - elogia prima gli inglesi e poi gli americani, in due discorsi di tre pagine, nella Bologna degli anni Sessanta.
In realtà, spiega Berselli, c’è un grande fraintendimento: «Guccini è stato unanimemente considerato un vessillifero della rivoluzione, mentre non lo era affatto. Semmai è da sempre un tranquillo riformista, arrabbiato soprattutto per via letteraria. Ha letto più libri dei suoi colleghi». La differenza è però che «gli altri cantautori raccontavano favole, intrecciavano metafore, poesie simboliste, lui raccontava storie, narrava la vita della gente». Ivi compresa quella del ferroviere anarchico che si immola in un attentato suicida.
La Locomotiva ha avuto ammiratori insospettabili. Dicono le cronache dell’ormai lontana estate ‘94 che Umberto Bossi, durante una serata a Ponte di Legno, chiese di cantare «quella canzone lì di Guccini, come si chiama, il treno? ». E’ come un poster di Che Guevara: ognuno ci vede quel gli pare. Ed è del resto assolutamente vero, ci assicura Berselli, che al momento della «bomba proletaria », nei concerti, «alzano il pugno e inneggiano anche quelli che adesso votano Forza Italia». L’eskimo è innocente, la Locomotiva è metafisica. E Guccini è sempre lì.
giovedì 17 gennaio 2008
L'INTERROGAZIONE DELL'ON. KATIA BELILLO SUL CASO BRUSHWOOD

BELLILLO. Al Ministro della Giustizia. Per sapere - premesso che:
il procedimento penale, attivato in seguito all'operazione denominata "Brushwood", dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Perugia, nei confronti di Michele Fabiani ed Andrea Di Nucci, tratti in arresto il 23 ottobre 2007
insieme a Fabrizio Reali Roscini (ora libero), Polinori Dario e Corrias Damiano, (entrambi ora agli arresti domiciliari), ha destato viva perplessità nell'opinione pubblica per le modalità di arresto degli indagati (sono stati impegnati molti Carabinieri dei ROS, supportati da elicotteri) e per la gravità delle accuse;
agli indagati è contestato il delitto di associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico (art. 270-bis del codice penale), in quanto accusati di appartenenza ad una cellula della Federazione Anarchica Informale (più volte accusata di aver provocato attentati incendiari in varie regioni italiane); organi di stampa riportano che il principale elemento di criticità dell'indagine deriva dalla discrasia tra le contestazioni mosse agli indagati (che si professano innocenti ed estranei alle accuse elevate nei loro confronti) e le risultanze probatorie; il Tribunale del Riesame ha riconosciuto il presunto "carattere rudimentale" di tale cellula anarchica, che, come tutti i gruppi anarchici, sarebbe caratterizzata dall'assenza di un leader, mentre, in evidente contraddizione, si attribuisce tale ruolo proprio a Fabiani; pur trattandosi di reato di opinione, nonché di "pericolo presunto", nel testo dell'ordinanza del Tribunale del Riesame di Perugia, non solo sono spesso attaccati e censurati il pensiero, la filosofia e l'ideologia anarchica, ma anche quelli delle varie associazioni ambientaliste che si battono per la salvaguardia e la difesa della natura e dell'ambiente; infine, non si rinvengono nel fascicolo processuale, sia del Gip che della Procura della Repubblica, alcune prove documentali fondamentali a cui pure fa riferimento l'ordinanza di custodia cautelare, e in particolare, il riferimento alla spedizione di una missiva al Presidente della Regione Umbra, Maria Rita Lorenzetti, contenente proiettili e lettera minatoria; le indagini relative a procedimenti penali in materia di reati associativi, e in particolare, di delitti contro la personalità dello Stato, sono molto delicate e complesse, anche perché vi è coinvolto l'esercizio di libertà costituzionalmente garantite (in questo caso, libertà di opinione e manifestazione del pensiero), e impongono all'autorità giudiziaria di delineare il confine tra condotte penalmente rilevanti e comportamenti espressivi di diritti e libertà sanciti dall'ordinamento; in ragione della complessità di tali indagini, è necessario che le valutazioni compiute dall'autorità giudiziaria rispetto agli eventuali indizi di colpevolezza, siano il più possibile circostanziate, oltre ogni ragionevole dubbio, e, soprattutto, siano condotte nel rispetto dei fondamentali diritti umani degli indagati; Michele Fabiani ed Andrea Di Nucci si trovano tuttora detenuti nel carcere perugino di Capanne in regime di elevato indice di vigilanza (EIV), consistente nel totale isolamento diurno e notturno, compresa l'ora d'aria, e sottoposti a visto di censura per ogni tipo di corrispondenza;l'udienza del Tribunale del Riesame di Perugia, tenutasi il 12 novembre scorso, si è svolta all'interno dello stesso carcere perugino, senza che ne venissero specificati i motivi, con una precauzione inconsueta anche per i processi di mafia e di camorra, e per i detenuti soggetti al 41 bis che di norma vengono collegati tramite video-conferenza; il comportamento processuale degli indagati stessi (interrogatori del GIP, del P.M. e dichiarazioni spontanee nel corso dell'udienza del riesame) è sempre stato imperniato sul pieno rispetto nei confronti dell'Autorità Giudiziaria (verso la quale hanno espresso piena fiducia), dello Stato e delle sue Istituzioni democratiche; in solidarietà agli indagati, in particolare a Fabiani e Di Nucci detenuti in E.I.V., è sorto e si è sviluppato in questi mesi un vasto movimento di cittadini comuni, di ogni età ed appartenenza politica, che ha dato vita anche a fiaccolate ed alla raccolta di sottoscrizioni; inoltre un ordine del giorno è stato approvato dal Consiglio comunale di Spoleto il 29 ottobre 2007, in cui si auspica che la magistratura accerti in tempi brevi la verità, restituendo certezza, serenità e fiducia all’intera comunità cittadina;
una interpellanza che solleva tali questioni è stata presentata al Senato dai senatori Russo Spena, Zuccherini, Emprin; - quali provvedimenti intenda adottare il Ministro della giustizia in difesa delle garanzie costituzionali degli indagati affinché immediatamente si arrivi alla conclusione dell’indagine e ai due giovani incensurati venga almeno cancellato lo stato di totale isolamento.
BELLILLO




















