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martedì 8 settembre 2009

Norberto Bobbio, un filosofo per la partitocrazia

di Fabio Massimo Nicosia



Sapete perché negli Stati Uniti hanno Posner, Dworkin, Axelrod, Rawls, Nozick, Rothbard, e noi abbiamo Bobbio? Perché gli americani hanno scelto prima. Hanno scelto, cioè, la libertà della ricerca, e non il conformismo accademico. Quando scrive di filosofia del diritto (jurisprudence) o della politica, un autore americano sa che sarà tanto più apprezzato, quanto più si interrogherà sui fondamenti ultimi della disciplina e contribuirà alla sua evoluzione; da noi invece chi propone punti di vista inediti è percepito come uno stravagante velleitario, che ignora la prima regola della nostra "ricerca": mai esprimere, se non dubitativamente e scusandosi con il lettore, un proprio pensiero, e preferibilmente illustrare il pensiero altrui. Sicchè oggi, non essendoci veruno che esprima un pur tenue pensiero proprio, non è più possibile nemmeno scrivere sul pensiero altrui!


Pensate a Bruno Leoni: l'unico nostro filosofo del diritto davvero grande e originale, nonché l'unico coerentemente liberale in questo secolo, è tuttora del tutto assente dai manuali nostrani (naturalmente negli Stati Uniti è considerato pensatore fondamentale: chiedete a James Buchanan). Ma Leoni non era bobbiano; sicchè il nostro vate si è permesso di ignorarlo, come nella sua recente autobiografia, ove si limita a una sola, ingiuriosa segnalazione come "giurista". Piccole meschinità; e dire che, in un momento di sincerità, Bobbio ammise di non essere "mai venuto a capo" delle idee di Leoni!


Sia chiaro che non mi interessa nulla della vicenda del Bobbio "fascista", che scrive a Mussolini per ottenere la cattedra. Non l'aspetto etico è preoccupante, ma quello scientifico e ideale: il fatto che Bobbio sia considerato un grande filosofo, nonché un grande liberale. Il fatto è che Bobbio non è né grande, né liberale. Chiunque di media cultura abbia letto "Destra e sinistra" (Donzelli, 1994), non può non aver provato imbarazzo di fronte a un simile Harmony della scienza politica, zeppo di massime immortali come le seguenti: "Nietzsche, ispiratore del nazismo" (pag. 23); "Gli estremi si toccano" (pag. 27); "Nel linguaggio politico i buoni e, rispettivamente, i cattivi possono trovarsi tanto a destra quanto a sinistra" (pag. 48). Per non parlare delle prese di posizioni più pensose, come quella secondo la quale gli "estremisti" essendo "autoritari" e i "moderati" "libertari", i libertari-egualitari si collocherebbero nel centro sinistra (pag. 81). Chissà come reagirebbero Bakunin e Stirner, se sapessero di essere rispettivamente di centro-sinistra e di centro-destra! Naturalmente, nello schema del "liberale" Bobbio l'elemento rappresentato dallo Stato, questo piccolo dettaglio della modernità, non trova alcuna collocazione critica, ma è visto come un dato naturale a priori, come i vulcani e i terremoti (170 milioni di morti provocati dagli Stati nel XX secolo, e la tassazione al 60%, saranno di destra o di sinistra?)


Il bijou di Destra e Sinistra si trova peraltro, come spesso capita ai capolavori, in una nota: la 5 di pagina 78, nella quale il Maestro sostiene che l'art. 3 della Costituzione, secondo il quale "Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali", non determinerebbe l'incostituzionalità di una "fantastica" normativa che discriminasse gli "estroversi"; e ciò perché l'art. 3 non indica esplicitamente l'estroversione tra i motivi di non discriminazione. Che l'"estroversione" possa farsi rientrare nella nozione di "condizioni personali e sociali" non sfiora il nostro grande filosofo del diritto (Bobbio non è mica un "giurista" qualsiasi).


Il Bobbio più noto è quello degli ultimi anni, ulivista e veltroniano, sempre intento a meditare sulle sorti della Democrazia, della Repubblica e della Stampa. Ma il Bobbio davvero importante, che "rimarrà", è quello delle dispense universitarie e dei saggi gius-filosofici. Bobbio non ha mai scritto un libro che sia uno (i suoi sono tutte raccolte di saggi o di lezioni), e questo non è detto sia un difetto; mi fa specie piuttosto -devo ripetermi- che Bobbio sia considerato un filosofo del diritto liberale. Del liberalismo di Bobbio si doveva già dubitare ai tempi di Politica e cultura: per anni i nostri maggiori ci hanno additato come esempio di rigore anticomunista gli scritti raccolti negli anni '50 in quell'antologia. Senonchè quel poco di cultura liberale che si aggira nel nostro Paese ha ben poco di che inorgoglirsi di fronte a genuflessioni al cospetto togliattiano, del tipo "sulle divergenze tra il compagno Viscinskij e noi", quali le seguenti: "Le dichiarazioni di Stalin sul movimento dei Partigiani della Pace... confermano alcuni dubbi che sono stati più volte formulati sulla natura e sull'efficacia di questo movimento. Data l'autorità della voce da cui questi dubbi traggono conferma,..." (pag. 72); "...nonostante le tesi ufficiali sembra che siano stati fatti dal regime sovietico grandi passi verso lo stato di diritto via via che esso si è venuto consolidando" (pag. 155). E così via. Ciò che più in generale colpisce è la timidezza, l'atteggiamento subalterno, con il quale Bobbio va compitando le sue banalità "liberali" (della serie "la libertà è un valore universale") rivolte ai suoi ben più agguerriti e motivati interlocutori comunisti.


Ma torniamo al filosofo del diritto. Bobbio è anzitutto considerato, con riferimento soprattutto alla sua prima fase, un "filosofo analitico", sostenitore di un approccio linguistico al diritto. In realtà, chi pretendesse di rinvenire nel Nostro le sottigliezze argomentative dei veri filosofi analitici (da Austin a Searle), sbaglierebbe indirizzo. In Bobbio, l'"analisi" si riduce a una generica invocazione al "rigore" nell'approccio linguistico-normativo; ma non riesce a evitare cadute grossolane, come quando nega il carattere empirico della norma giuridica, in quanto regola sul comportamento "futuro" e non rappresentazione di un evento accaduto (Scienza del diritto e analisi del linguaggio, in Riv. Trim. Dir. Proc. Civ., 1950, pag. 354): quasi che il riferimento al "futuro" fosse elemento incompatibile con il carattere empirico di una proposizione. La confusione tra "empiricità" e "attualità" di un enunciato è un vero e proprio strafalcione: non occorre infatti la volumetria cranica di Wittgenstein o di Carnap, per comprendere che "Domani pioverà" è enunciato empirico non meno di "Oggi piove", pari essendo la verificabilità di entrambi: basta un po' più di pazienza nel primo caso.


Il fatto è che, negando il fondamento empirico della norma giuridica, Bobbio vuole salvaguardare la sovranità del legislatore, svincolandolo da ogni limite di contenuto: da qui il suo malinteso "positivismo giuridico". Bobbio è infatti considerato, almeno per una certa sua fase, un kelseniano (poi ha seguito tutte le mode, dal funzionalismo al neo gius-naturalismo in nome dell'O.N.U.). Un formalista-realista come Kelsen, peraltro, non si sarebbe mai sognato di scrivere: "La nostra vita si svolge in un mondo di norme. Crediamo di esser liberi, ma in realtà siamo avvolti in una fittissima rete di regole di condotta, che dalla nascita sino alla morte dirigono in questa o quella direzione le nostre azioni" (Teoria della norma giuridica, Giappichelli, 1958, 3). Come si vede, abbiamo qui l'idea di un diritto un po' Mago Merlino e un po' new age; affascinante, ma il liberalismo che c'entra? La verità è che l'impostazione di Kelsen, pur con le sue rigidità, era assai più liberale di quella di Bobbio; per Kelsen non v'era sovranità possibile al di fuori del diritto, e su questo si scontrò con Schmitt; ora, da un punto di vista "realistico", Schmitt era dalla parte della ragione; ma in termini di cultura liberale il tentativo kelseniano di costruire lo Stato-tutto-diritto, benchè utopico e fallace, merita rispetto. Bobbio invece continua a dirsi "liberale" e "kelseniano", ma è in realtà schmittiano, o meglio, ciellennistico. Bobbio insomma si cura che l'idea del diritto e del costituzionalismo non si spinga sino a mettere in discussione la supremazia dei partiti e delle classi politiche dominanti, che hanno "fatto" e "custodiscono" la Costituzione repubblicana. Si veda come Bobbio massacra il delicato concetto logico-empirico kelseniano di "norma fondamentale" (Grundnorm): "La norma fondamentale... stabilisce che bisogna ubbidire al potere originario (che è lo stesso potere costituente). Ma che cosa è il potere originario ? E' l'insieme delle forze politiche che in un determinato momento storico hanno preso il sopravvento e hanno instaurato un nuovo ordinamento giuridico... Parlando di potere originario parliamo di forze politiche che hanno instaurato un determinato ordinamento giuridico" (Teoria dell'ordinamento giuridico, Giappichelli, 1960, 61). Insomma, in nome della gius-filosofia, è obbligatorio ubbidire alla partitocrazia. E sempre così sia.

4 commenti:

Marco ha detto...

mai visto un sito anarchico dove si esaltano economisti liberisti,imprenditori,e la proprietà nel puro concetto di profitto.mai visto un anarchico difendere il padrone come una persona x bene contro il pezzente che chiaramente è una persona x male.il tutto mi sembra molto borghese,ma della peggior specie.come diceva malatesta;tutti gli anarchici sono x definizione individualisti,ma non è detto che un'individualista sia un'anarchico.

Domenico Letizia ha detto...

mai visto commento iù semplice e poco pensato.
mi permetto, esaletare certa economia è antistatalismo cosa che certi anarchici molti di quella matrice europea avvolti dal loro marxismo che non è anarchia hanno dimenticato che il male assoluto è lo stato.

qui si difende la proprietà e il mercato se voluti in un sistrema possibilista come si difende il collettivismo se voluto liberamente, non si esaleta nessun capitalista corporativista e non si definisce pezzente nessun operaio. se cercavi uno dei tanti siti fasciolibertari quello si qua non lo troverai.
saluti

Marco ha detto...

certo che il commento è semplice,ma xche risulta subito chiaro l'ambiguita di certe teorie,diciamo di stampo libertariano.un capitalista che sappia io è sempre dalla parte del profitto,e anche se a parole è antistatalista di fatto non lo è,perche in qualcha modo cerchera sempre di mantenere il suo status e chi meglio dello stato puo farlo?detto queso domenico il tuo sito lo conosco e trovo anche delle cose interessanti,ma non condivido certe posizioni.saluti

Domenico Letizia ha detto...

un capitalista che sappia io è sempre dalla parte del profitto,e anche se a parole è antistatalista di fatto non lo è,perche in qualcha modo cerchera sempre di mantenere il suo status e chi meglio dello stato puo farlo?

è così perchè il ''capitalista'' corporativista e statalista vive nei sussidi e la tutela dello stato. il capitalismo è nato con lo stato come ci insegna la storia da Bismark e Mussolini.
consideri il piccolo artigiano o il commerciante abusio alla stessa tragua del grande imprenditore appoggiato dallo stato? penso di No, eppure i primi stanno esercitando libero mercato.
ecco. c'è da superare l'idea negativa di mercato.
ti rimando all'articolo di pietro adamo: rivoluzione o antitrust? leggilo poi ne riparliamo.
passa quando vuoi
domenico

"Il mio identikit politico è quello di un libertario, tollerante. Se poi anarchico l'hanno fatto diventare un termine orrendo... In realta' vuol dire solo che uno pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia, le stesse capacità" ( Fabrizio De André )