sabato 26 dicembre 2009
mercoledì 23 dicembre 2009
Salvate Christiania
È il 1971 quando sei giovani occupano i 34 ettari di una ex base militare nel cuore di Copenaghen fondando la "città libera" di Christiania. Un esperimento riuscito talmente bene che la comune circondata dai canali si popola di gente di ogni angolo del pianeta. Ancora oggi varcando la porta della cittadella sembra di essere catapultati negli anni Settanta. A Christiania si vive seguendo le stesse regole di allora: rifiuto dello Stato e della violenza, inesistenza della proprietà privata e guerra alle droghe pesanti. Il tutto scandito dalle decisioni dell'assemblea generale che delibera con la "democrazia del consenso". E poi ci sono l'ufficio postale, l'asilo, i ristoranti, i bar, le imprese di artigianato, il cinema, i concerti, l'arte, la bandiera locale e la nazionale di calcio. Tutto rigorosamente autogestito.
A Christiania le abitazioni non sono di proprietà ma vengono affidate ai residenti per circa 200 euro al mese. I soldi finiscono nel "tesoro comune" con il quale la "città libera" paga luce, acqua e lavori di manutenzione. E chi vuole prendere un alloggio rimasto libero deve essere accettato dal severissimo comitato dei vicini.
Nel 1989 il Parlamento ha concesso a Christiania lo status di "esperimento sociale" e, aggrappandosi a questa delibera, gli avvocati degli hippy stanno negoziando un compromesso con il governo. Il 27 Maggio 2009 dopo decenni di schermaglie l'Alta Corte danese ha dato ragione al governo di centro-destra e torto all'ultima roccaforte hippie. Sfratto all'Utopia? Christiania, il posto più tranquillamente eversivo d'Europa con la sua Pusher Street ormai chiusa da anni e i tricicli dal carrello anteriore porta-bambino (uno se l'è comprato pure Angelina Jolie) e con la sua vita a misura d'uomo (auto proibite) così com'è non può andare avanti. Quei 34 ettari pittoreschi, abitati da onestissimi fuorilegge e visitati da un milione di turisti all'anno, non appartiene a chi quarant'anni fa con un'occupazione abusiva li «recuperò» dall'abbandono.
Ma adesso la «città libera» (Fristaden) divisa in 19 circoli che adottano la legge dell'unanimità (la maggioranza non è abbastanza) è meno «libera» di prima. Ma Knud Foldschak, l'avvocato che ha difeso la comunità in tribunale, sostiene che il verdetto — riconoscendo la realtà di Christiania negli ultimi 40 anni — costituisce «una vittoria morale» e «una buona base» per continuare la battaglia alla Corte Suprema.
sabato 19 dicembre 2009
Di laicità cosmetica e arredamento d'interni

di Luigi Corvaglia
Sia ben chiaro: se mi vietano gli spaghetti, faccio le barricate. Gli italiani, brava gente, nello spaghetto si riconoscono. Gli spaghetti, la pizza, la mamma, la nazionale. Abbiamo i nostri totem, i nostri simboli, le nostre griffes. L’appartenenza si fonda sul carboidrato alla pummarola e sulle mamme che ad esso ci iniziarono. E poi c’è il crocefisso. Trattasi di un complemento d’arredo costituito da una salma lignea o, sempre più spesso, in materiale plastico che raffigura, si sa, un uomo morto dopo tortura e che campeggia, generalmente ignorata dai più, in ogni dove. Ma non vuoi che ce lo vogliono togliere? Si, l’Europa, quella che decide il diametro dei piselli e la curvatura delle banane, lo ha decretato con una sentenza della Corte di Strasburgo. La folcloristica affissione del manufatto nei luoghi pubblici, responsabile dei risolini di scherno di tanti visitatori protestanti, più adusi al concetto di laicità e meno afflitti da iconolatria, è vietata perché incompatibile col rispetto delle opinioni di tutti. Che questo fatto sia banalmente vero rende il senso del mio stupore nel considerare che per definirlo sia dovuto intervenire un tribunale e, ancor di più, che da destra e da sinistra, da sopra e da sotto, si sia levata la protesta di teo-demo e psudo-laic. Onestamente, non riesco a scaldarmi. "Certo", dirà il lettore, "tu sei laico. Vorrei vedere ti levassero gli spaghetti. Chissà come gongoli". Si, è vero, sono laico, ma non gongolo. Il fatto è che una cosa sono gli spaghetti e un’altra la loro icona. I primi sono fumanti, conditi e tolgono l’appetito, la seconda è una rappresentazione simbolica. Per questa non farei alcuna barricata. Teo-dem e pseud-laic, invece, insorgono a difesa dell’effige.
Si, insomma, il lettore ha ragione, considero il concetto giusto, oserei dire “sacrosanto”, se non fosse contraddittorio. Un’istituzione sovra personale, lo Stato, rappresentante e tutore di tutti, impone simboli solo di alcuni. Laico e libertario, mi dicono i miei amici transazionali, liberali, liberisti e ibertari, così come i miei consociati agnostici e razionalisti, dovrei gioire della sentenza. Non gioisco. Non gongolo. Ghigno un po’, lo ammetto. Due i motivi. Innanzitutto, se non mi piace un’istituzione sovra personale che obbliga tutti suoi “cittadini” alla esposizione del crocefisso, diffido di un istituto sovra-statale, anche se mi ha regalato un attimo di illusione. Domani potrebbe farmi urlare di dolore. Potrebbero impormi - sacrilegio! - gli spaghetti di grano tenero, ad esempio. Summa lex, summa iniuria. Già, ma ora ammetto di ghignare allo spettacolo del teatro delle vergini violate intorno a me. Gli italiani, brava gente, si scandalizzano; i nostri ministri, bravissima gente, si mobilitano contro l’oscena sentenza. E si, dicono, sarà vero che siamo ai primi posti al mondo per consumo di cocaina (ma non abbiamo rivali nell’accoppiata fra questa e i trans), che la mafia prospera, la corruzione metastatizza il paese, però, in fondo, sapete che siamo? Brava gente, sempre pronta a una manifestazione in favore della famiglia o per una ronda. Purché si stia insieme in allegria. Gioviali e conviviali sempre, gli italiani. Ma soprattutto cristiani. Da cosa si deduce l'intima cristianità degli italiani? Ma dall’onnipresenza di salme lignee. Da cosa altrimenti? Da diffuso spirito cristiano non direi. Così, il ripristino del povero Cristo sul muro a guardare sconsolato lo stato della scuola e dei tribunali italiani non rappresenterebbe certo la vittoria dello spirito del nazareno, come l’averlo tolto non rappresenta alcuna vittoria della laicità. E questo è il secondo motivo di mancato gongolamento. E’ solo laico-cosmesi. Lo sapete che lo stato italiano versa ogni anno alla chiesa cattolica 700 milioni (700.000.000) di euro? Non mi venissero a parlare di laicità! Lascino l'arredo crucifero e ci ridiano i soldi, piuttosto.
http://disgusto.ilcannocchiale.it/
venerdì 27 novembre 2009
La giusta posizione!
Così, il nostro compito fondamentale è posizionarci sulle seguenti tesi:
1, la grande impresa ed il gran governo sono una maggioranza opprimente, alleati naturali contro la libertà.
2, benché i politici conservatori dicano di essere ostili al gran governo ed i progressisti vogliano fare credere di essere ostili alla grande impresa (quella monopolista) , le politiche dell'establishment economico, tanto progressiste come conservatrici, effettuano lo stesso intervento massiccio in favore delle grandi imprese e del gran governo.
3, i politici progressisti mascherano la loro posizione usando la scusa di essere per le classi deboli; i conservatori lo fanno in favore di una retorica di non intervento e libero mercato. Tuttavia, in entrambi i casi la retorica e molto differente dai fatti.
4, perfino una politica che si realizzasse realmente in favore dei deboli non funzionerebbe: la natura del potere statale la trasformerebbe per favorire le elite.
5, una politica di autentico libero mercato e non intervento funzionerebbe, poiché la libera concorrenza favorisce il consumatore e indebolisce le elite.
6, essendo che le politiche conservatrici, benché abbiano un alone di retorica liberoscambista, normalmente sono il contrario del libero mercato, i fallimenti dei conservatori rinforzano la posizione in favore del libero mercato.
domenica 22 novembre 2009
martedì 17 novembre 2009
Luca Casarini si scopre libertario!

CORRIERE DEL VENETO
- VENEZIA —
Ha deciso di fare il grande passo: iscrizione alla Cgia, la Confederazione generale italiana dell’artigianato. «Già, ho aperto un’impresa individuale di consulenza sul marketing e design pubblicitario e la scorsa settimana l’ho registrata. Non sono contrario alle partite Iva. Anzi, sto con loro e prometto di dare battaglia insieme a loro perché siamo la classe più debole di quest’epoca». Ad annunciarlo non è un artigiano, anzi, un piccolo imprenditore qualsiasi. E’ Luca Casarini, il leader dei no-global che fino a qualche tempo fa infiammava le piazze contro il potere. Ora ha famiglia, un figlio di tre anni, e questa nuova attività in proprio. E sta già lottando per la sopravvivenza, contro il Fisco «iniquo e vessatore», contro lo Stato «che impone e non garantisce», contro gli studi di settore, «la mannaia dei politici di sinistra». Insomma, parla da piccolo e arrabbiato imprenditore del Nord Est. «Parlo da chi è costretto a sostenere i costi impressionanti di un’impresa che si affaccia sul mercato. Siamo costretti a pagare senza avere un ritorno. Mi spiego: già siamo soli, non abbiamo alcun servizio da parte dello Stato perché non è che ti paga chessò, il commercialista, e siamo pure in balia delle fluttuazioni di mercato. Cioè, il lavoro devi cercartelo, non sei sicuro di averlo, te lo devi guadagnare, conquistare. E sei soggetto a una tassazione da lavoro stabile e sicuro. Tutto questo trasforma i piccoli imprenditori in schiavi del Fisco. Per esempio, perché devo pagare l’imposta sull’attività produttiva? Devo pagare perché lavoro, perché produco? Questa è una fabbrica sociale dove la partita Iva è la forma minima di lavoro. E invece di ricevere aiuti, paga».
Disobbedienza fiscale? «Io sono contro il Fisco iniquo. Dove finiscono i miei soldi delle tasse? Se mi proponesse l’asilo nido gratuito per mio figlio, o un sostegno all’università o agli ospedali, pagherei volentieri. Ma siccome finiscono per il 90% in spese di guerra, in superstipendi di manager pubblici, in emolumenti di politici, non ci sto. Ho capito che la cocaina costa ma non posso comprargliela io. Non voglio mantenere un baraccone».
Casarini sta con gli evasori? «Li capisco bene anche se io preferisco parlare di obiezione fiscale. La materia dev’essere ridiscussa dalla a alla z affinché i soldi non finiscano più a Roma per poi sparire nel nulla. E’ ipocrita la sinistra che guarda alle partite Iva come evasori. A dirlo sono soprattutto quei politici che non hanno mai fatto altro in vita loro. Si aprano una partita Iva e poi ne riparliamo. Ci provi anche Bersani».
Simpatizza per Bossi e Berlusconi? «Ma no. Quelli fingono di proteggerci, in realtà stanno a Roma. Il loro è un finto federalismo. Sono al potere, figuriamoci, sono lo Stato. Io sono per un federalismo vero, per una contrattazione più vicina con il potere».
Quanto dichiara Luca Casarini? «Vedremo, questa è la mia prima volta. Se va avanti così penso di non superare i 15 mila euro».
Dovrà fare i conti con gli studi di settore... «Altra mannaia, altro imbroglio. Serve allo Stato per mantenere i superstipendi e il resto. L’ho vista io la villetta di Visco a Pantelleria...».
Come si colloca il marxismo in questa sua scelta? «Mi considero un neomarxista critico. Francamente non ho mai avuto una grande passione per lo Stato che da noi è garantito da Fini e dalla sinistra nella forma del patriottismo costituzionale. Questo Stato che impone e non garantisce, ha 700 parlamentari pagati con soldi pubblici, e versa enormi quantità di denaro alle grandi aziende. No, preferisco l’autonomia».
Diranno: quando Casarini non lavorava urlava contro gli imprenditori, adesso che fa l’imprenditore li difende, comodo «Io sono sempre stato dalla parte dei più deboli. Ora sono contro la grande industria e a favore delle partite Iva che rappresentano il nuovo tessuto produttivo di base. Il mondo è cambiato, Marx non basta più. E poi lo diceva lui stesso: diffidare dei marxisti».
Andrea Pasqualetto
17 novembre 2009
http://www.movimentolibertario.it/home.php?fn_mode=fullnews&fn_id=426&fn_cid=4
giovedì 22 ottobre 2009
A ciascun cittadino una quota del reddito del capitale dello Stato
Oggi è il tempo in cui la confusione tra “giuridico” ed “economico” va chiarita. Attraverso questa confusione, il razionalismo marxista realizzò una concezione mitica e mistica dell'interesse sociale.
Il berlusconismo anticomunista non ha realizzato neanche quella, e neanche da’ segni di volerla superare: semplicemente continua ad usarla, credendosi anticomunista.
Insomma, la proprietà di Stato non è proprietà dei cittadini, ma proprietà del mito, del fantasma Stato che continua a proporre interesse sociale, diverso e contrapposto a quello dei soci, i cittadini.
Però solo attraverso l’interesse reale dei cittadini (tutti, non solo quelli di destra o di sinistra) la società non è fasulla o un mito, ma un organismo sociale, cioè un insieme di uomini vivi, legati da rapporto organico, vivo. Non si tratta di sopravvivere, bensì di essere capaci - ed ogni cittadino ha questa possibilità interiore - di ritornare al diritto sociale, sensato in quanto favorevole alla persona in carne ed ossa collegata al suo reale patrimonio, concepito come oggetto concreto del diritto. Solo così è possibile socializzare la moneta, cioè partecipare tutti agli utili, non solo i banchieri.
Quando oggi si parla di partecipazione agli utili, se ne parla invece solo in termini di azienda privata, e secondo i medesimi ipocriti parametri del "politicamente corretto", già denunciati da Gesù di Nazaret a proposito dell'antica questione della menta e del cumino.
Occorre allora portare il dialogo a livello di macro-economia, per offrire a tutti, in quanto siamo tutti CITTADINI, una quota di reddito di tutto il capitale amministrato dallo Stato. Io ho una quota di capitale solo quando ho diritto di pretendere la mia quota di reddito.
Solo in questo modo è possibile rompere i "rapporti" che non sono rapporti, cioè il clientelismo che, attraverso l’omertà del signoraggio, domina la politica economica, considerata sociale. Senza approfondire il rapporto fra comproprietà e signoraggio si realizza nulla, o tutt’al più uno Stato pollaio, in cui si allevano uomini il cui potere politico a propria discrezione distribuisce dall'alto il chilo di mangime a testa. Vi è un detto antico dimenticato: "Ubi societas ibi autem communio, communio datur sine societate": dove c’è società, c'è pure comproprietà, data senza società.
Ciò significa che la comproprietà è precedente e non successiva alla società, in quanto è grazie alla comproprietà che la società diventa tale. Dunque là dove c’è società, vi è pure comproprietà, ma non perché è la società a creare comproprietà, bensì perché è vero il contrario, in quanto è la comproprietà a creare società. Il potere dello Stato di diritto ha senso se garantisce giuridicamente ciò. E ciò è ben diverso dall’avere la discrezionalità nella distribuzione dei beni di consumo, come di fatto è.
Oggi si sopravvive, NONOSTANTE l’ordinamento attuale dello Stato pollaio accennato, che vorrebbe essere anticomunista solo a parole. Se vuoi essere anticomunista mi sta bene, ma non puoi essere anticomunista attraverso i medesimi parametri materialistico-giuridici della società mitica sopra accennata. Altrimenti io preferisco il comunismo russo, almeno “ho” l’orto. Anche sul piano critico del linguaggio comune la parola "comunismo", o "essere di sinistra" assume per la maggior parte della gente il significato di una specie di comproprietà. L'uomo ingenuo pensa che col sistema comunista o con le sinistre o con il centro sinistra, si debba dividere qualcosa.
È ovvio pertanto che il povero è oggi tendenzialmente comunista. Ma si deve chiarire che comunismo non è comproprietà, perché comproprietà è un modo di essere della proprietà privata. Comunismo vuol dire invece coincidenza del potere politico col potere patrimoniale, cioè "governo proprietario", non "popolo proprietario". La domanda chiave da proporre ai politici di sinistra o di destra dovrebbe allora essere: diteci se volete realizzare proprietà di popolo o proprietà di governo.
La risposta a questa domanda dovrebbe essere chiara, perché la storia ha insegnato che il comunismo è proprietà di governo.
Occorre allora battersi per la proprietà dei cittadini! Ma i deboli di pensiero imperano... Il dilemma per tutti i politici è dunque: Stato sovrano rispetto ai cittadini, o cittadini sovrani rispetto allo Stato?
O meglio: Stato, padrone dei cittadini, o cittadini, padroni dello Stato? O meglio ancora: comunismo o sovranità cittadina? Cos'è che è vero per voi? Per quale verità optate? Per quale pensiero?
Optate per il pensare meramente logico (del cumino e dei trattati universitari di economia), o per quello conforme alla realtà?
domenica 18 ottobre 2009
La prospettiva “Empirica” libertaria
Proviamo a seguir dei punti:
- Astensione! Niente voti, niente soldi: voi praticate l’astensione e i politici andranno in bancarotta.
- Praticare l’Agorismo, cioè affidarsi alla counter-economics che consiste nel passaggio naturale del commercio dai mercati regolamentati e tassati, ai mercati deregolati e non tassati, ovvero i mercati neri. Insomma abbattiamo lo stato attaccandolo sul lato economico, affidiamoci quando compriamo ai mercati non regolati, alle ‘bancarelle’, agli ‘abusivi’ e a tutti quei piccoli commercianti che esercitano la professione alle spalle della burocrazia e della tassazione dello stato, nessun scontrino, nessuna tassazione, nessuna estorsione mafiosa del fisco. Insomma quando compriamo esercitando lo scambio compriamo dove sappiamo che lo stato non vi è quindi non ne ricava vantaggi economici, immaginate che il 90% della popolazione compri sul mercato nero attraverso un accordo volontario oppure esercitando forme di mutualismo e di contro economia, immaginate quindi che di questo 90% risulta che nessuno ha attività commerciali e quindi l’evasione fiscale diviene legittima difesa, come pensate che sopravviva lo stato? Come un azienda fallirà.
Altro punto importante è la partecipazione alle elezioni: sono scettico su questo punto ma non del tutto avverso. Mi spiego: si potrebbero formare liste civiche libertarie di disobbedienza civile da presentare nei comuni con singoli obbiettivi e una volta raggiunti dimettersi immediatamente, il movimento in questo caso vigila che gli eletti ‘libertari’ si sbrighino a risolvere in fretta la singola problematica e ad uscire appena finito dalle logiche di potere. Se un partito come quello svedese: Partito dei Pirati, è riuscito ad ottenere il 7.1% nazionale solo sulla tematica della libertà informatiche perché non dovrebbe essere possibile cercar di affrontar singoli punti ove possibile partecipando alla porcheria elettorale. Penso di essere uscito dalla logica: Aspettando la rivoluzione, praticando l’anarchismo empirico quello che come illustra Colin Ward è sempre esistito alle spalle dello stato e della gerarchia, diffondere certe pratiche antistataliste non potrà che giovare alle forze libertarie.
domenica 11 ottobre 2009
martedì 8 settembre 2009
Norberto Bobbio, un filosofo per la partitocrazia
di Fabio Massimo Nicosia
Sapete perché negli Stati Uniti hanno Posner, Dworkin, Axelrod, Rawls, Nozick, Rothbard, e noi abbiamo Bobbio? Perché gli americani hanno scelto prima. Hanno scelto, cioè, la libertà della ricerca, e non il conformismo accademico. Quando scrive di filosofia del diritto (jurisprudence) o della politica, un autore americano sa che sarà tanto più apprezzato, quanto più si interrogherà sui fondamenti ultimi della disciplina e contribuirà alla sua evoluzione; da noi invece chi propone punti di vista inediti è percepito come uno stravagante velleitario, che ignora la prima regola della nostra "ricerca": mai esprimere, se non dubitativamente e scusandosi con il lettore, un proprio pensiero, e preferibilmente illustrare il pensiero altrui. Sicchè oggi, non essendoci veruno che esprima un pur tenue pensiero proprio, non è più possibile nemmeno scrivere sul pensiero altrui!
Pensate a Bruno Leoni: l'unico nostro filosofo del diritto davvero grande e originale, nonché l'unico coerentemente liberale in questo secolo, è tuttora del tutto assente dai manuali nostrani (naturalmente negli Stati Uniti è considerato pensatore fondamentale: chiedete a James Buchanan). Ma Leoni non era bobbiano; sicchè il nostro vate si è permesso di ignorarlo, come nella sua recente autobiografia, ove si limita a una sola, ingiuriosa segnalazione come "giurista". Piccole meschinità; e dire che, in un momento di sincerità, Bobbio ammise di non essere "mai venuto a capo" delle idee di Leoni!
Sia chiaro che non mi interessa nulla della vicenda del Bobbio "fascista", che scrive a Mussolini per ottenere la cattedra. Non l'aspetto etico è preoccupante, ma quello scientifico e ideale: il fatto che Bobbio sia considerato un grande filosofo, nonché un grande liberale. Il fatto è che Bobbio non è né grande, né liberale. Chiunque di media cultura abbia letto "Destra e sinistra" (Donzelli, 1994), non può non aver provato imbarazzo di fronte a un simile Harmony della scienza politica, zeppo di massime immortali come le seguenti: "Nietzsche, ispiratore del nazismo" (pag. 23); "Gli estremi si toccano" (pag. 27); "Nel linguaggio politico i buoni e, rispettivamente, i cattivi possono trovarsi tanto a destra quanto a sinistra" (pag. 48). Per non parlare delle prese di posizioni più pensose, come quella secondo la quale gli "estremisti" essendo "autoritari" e i "moderati" "libertari", i libertari-egualitari si collocherebbero nel centro sinistra (pag. 81). Chissà come reagirebbero Bakunin e Stirner, se sapessero di essere rispettivamente di centro-sinistra e di centro-destra! Naturalmente, nello schema del "liberale" Bobbio l'elemento rappresentato dallo Stato, questo piccolo dettaglio della modernità, non trova alcuna collocazione critica, ma è visto come un dato naturale a priori, come i vulcani e i terremoti (170 milioni di morti provocati dagli Stati nel XX secolo, e la tassazione al 60%, saranno di destra o di sinistra?)
Il bijou di Destra e Sinistra si trova peraltro, come spesso capita ai capolavori, in una nota: la 5 di pagina 78, nella quale il Maestro sostiene che l'art. 3 della Costituzione, secondo il quale "Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali", non determinerebbe l'incostituzionalità di una "fantastica" normativa che discriminasse gli "estroversi"; e ciò perché l'art. 3 non indica esplicitamente l'estroversione tra i motivi di non discriminazione. Che l'"estroversione" possa farsi rientrare nella nozione di "condizioni personali e sociali" non sfiora il nostro grande filosofo del diritto (Bobbio non è mica un "giurista" qualsiasi).
Il Bobbio più noto è quello degli ultimi anni, ulivista e veltroniano, sempre intento a meditare sulle sorti della Democrazia, della Repubblica e della Stampa. Ma il Bobbio davvero importante, che "rimarrà", è quello delle dispense universitarie e dei saggi gius-filosofici. Bobbio non ha mai scritto un libro che sia uno (i suoi sono tutte raccolte di saggi o di lezioni), e questo non è detto sia un difetto; mi fa specie piuttosto -devo ripetermi- che Bobbio sia considerato un filosofo del diritto liberale. Del liberalismo di Bobbio si doveva già dubitare ai tempi di Politica e cultura: per anni i nostri maggiori ci hanno additato come esempio di rigore anticomunista gli scritti raccolti negli anni '50 in quell'antologia. Senonchè quel poco di cultura liberale che si aggira nel nostro Paese ha ben poco di che inorgoglirsi di fronte a genuflessioni al cospetto togliattiano, del tipo "sulle divergenze tra il compagno Viscinskij e noi", quali le seguenti: "Le dichiarazioni di Stalin sul movimento dei Partigiani della Pace... confermano alcuni dubbi che sono stati più volte formulati sulla natura e sull'efficacia di questo movimento. Data l'autorità della voce da cui questi dubbi traggono conferma,..." (pag. 72); "...nonostante le tesi ufficiali sembra che siano stati fatti dal regime sovietico grandi passi verso lo stato di diritto via via che esso si è venuto consolidando" (pag. 155). E così via. Ciò che più in generale colpisce è la timidezza, l'atteggiamento subalterno, con il quale Bobbio va compitando le sue banalità "liberali" (della serie "la libertà è un valore universale") rivolte ai suoi ben più agguerriti e motivati interlocutori comunisti.
Ma torniamo al filosofo del diritto. Bobbio è anzitutto considerato, con riferimento soprattutto alla sua prima fase, un "filosofo analitico", sostenitore di un approccio linguistico al diritto. In realtà, chi pretendesse di rinvenire nel Nostro le sottigliezze argomentative dei veri filosofi analitici (da Austin a Searle), sbaglierebbe indirizzo. In Bobbio, l'"analisi" si riduce a una generica invocazione al "rigore" nell'approccio linguistico-normativo; ma non riesce a evitare cadute grossolane, come quando nega il carattere empirico della norma giuridica, in quanto regola sul comportamento "futuro" e non rappresentazione di un evento accaduto (Scienza del diritto e analisi del linguaggio, in Riv. Trim. Dir. Proc. Civ., 1950, pag. 354): quasi che il riferimento al "futuro" fosse elemento incompatibile con il carattere empirico di una proposizione. La confusione tra "empiricità" e "attualità" di un enunciato è un vero e proprio strafalcione: non occorre infatti la volumetria cranica di Wittgenstein o di Carnap, per comprendere che "Domani pioverà" è enunciato empirico non meno di "Oggi piove", pari essendo la verificabilità di entrambi: basta un po' più di pazienza nel primo caso.
Il fatto è che, negando il fondamento empirico della norma giuridica, Bobbio vuole salvaguardare la sovranità del legislatore, svincolandolo da ogni limite di contenuto: da qui il suo malinteso "positivismo giuridico". Bobbio è infatti considerato, almeno per una certa sua fase, un kelseniano (poi ha seguito tutte le mode, dal funzionalismo al neo gius-naturalismo in nome dell'O.N.U.). Un formalista-realista come Kelsen, peraltro, non si sarebbe mai sognato di scrivere: "La nostra vita si svolge in un mondo di norme. Crediamo di esser liberi, ma in realtà siamo avvolti in una fittissima rete di regole di condotta, che dalla nascita sino alla morte dirigono in questa o quella direzione le nostre azioni" (Teoria della norma giuridica, Giappichelli, 1958, 3). Come si vede, abbiamo qui l'idea di un diritto un po' Mago Merlino e un po' new age; affascinante, ma il liberalismo che c'entra? La verità è che l'impostazione di Kelsen, pur con le sue rigidità, era assai più liberale di quella di Bobbio; per Kelsen non v'era sovranità possibile al di fuori del diritto, e su questo si scontrò con Schmitt; ora, da un punto di vista "realistico", Schmitt era dalla parte della ragione; ma in termini di cultura liberale il tentativo kelseniano di costruire lo Stato-tutto-diritto, benchè utopico e fallace, merita rispetto. Bobbio invece continua a dirsi "liberale" e "kelseniano", ma è in realtà schmittiano, o meglio, ciellennistico. Bobbio insomma si cura che l'idea del diritto e del costituzionalismo non si spinga sino a mettere in discussione la supremazia dei partiti e delle classi politiche dominanti, che hanno "fatto" e "custodiscono" la Costituzione repubblicana. Si veda come Bobbio massacra il delicato concetto logico-empirico kelseniano di "norma fondamentale" (Grundnorm): "La norma fondamentale... stabilisce che bisogna ubbidire al potere originario (che è lo stesso potere costituente). Ma che cosa è il potere originario ? E' l'insieme delle forze politiche che in un determinato momento storico hanno preso il sopravvento e hanno instaurato un nuovo ordinamento giuridico... Parlando di potere originario parliamo di forze politiche che hanno instaurato un determinato ordinamento giuridico" (Teoria dell'ordinamento giuridico, Giappichelli, 1960, 61). Insomma, in nome della gius-filosofia, è obbligatorio ubbidire alla partitocrazia. E sempre così sia.
lunedì 24 agosto 2009
IDIOZIA PATRIOTTICA!
Gianfranco Fini, ex fascistello coi raiban a specchio ed oggi presidente della Camera (mortuaria) dei deputati: "L'educazione al patriottismo costituzionale inteso come moderno amor di Patria è uno degli strumenti privilegiati per promuovere un moderno sentimento di unità del Paese".
Rispondiamo con Samuel Johnson: "Il patriottismo? L'ultima arma dei mascalzoni"!
da: http://www.movimentolibertario.it/home.php
venerdì 14 agosto 2009
venerdì 19 dicembre 2008
I Mangiasoldi parassiti...una buona notizia e consiglio

-Ben 4 assessori ed ex assessori del Comune di Napoli e un parlamentare del pd sono sotto inchiesta a Napoli
-Il Presidente della Regione Campania Bassolino è inquisito ed è sotto processo con vari capi d'accusa
-Il Presidente dell'autorità portuale di Napoli Nerli è accusato di aver preteso soldi dagli imprenditori campani per girarli ai DS
-Il Presidente della Regione Calabria Loiero è indagato nell'inchiesta Why Not
-L'ex Presidente della Regione Abruzzo Del Turco è stato arrestato ed è tuttora sotto inchiesta
-Il Presidente della Regione Sardegna Soru è sotto inchiesta per abuso d'ufficio
-Il sindaco di Pescara e coordinatore regionale del PD abruzzese è stato arrestato
-Due assessori del comune di Firenze sono indagati
-Un deputato del PD è sotto inchiesta in Basilicata
-Due assessori, un collaboratore del sindaco e due funzionari del PD sono indagati nel filone d'inchiesta detto "Mensopoli" a Genova
-Un assessore e diversi funzionari della provincia di Perugia sono sotto inchiesta per una questione di appalti in Umbria
Mania Pd o mania di pazzi?
Ecco la superiorità culturale del progressismo post e neo-socialista di sinistra.
A quanto la liberazione dai tiranni parassiti?
e........
una buona notizia:
ABRUZZO, VINCE L'ASTENSIONE (http://www.movimentolibertario.it/home.php)
Ha votato solo il 52,98% degli aventi diritto. Una persona su due. Complimenti agli abruzzesi, che non recandosi alle urne hanno delegittimato il neo-presidente del PDL, quello che ha promesso posti di lavoro ad hoc, in cambio di voti.
Mentre si svolgevano le elezioni, tra l'altro, è finito agli arresti domiciliari il sindaco di Pescara, inseguito da una sequela di capi d'accusa da far spavento, tanto da rafforzare la teoria che "i politici sono ladri".
Chiodi, il neoeletto, dovrebbe solo ritirarsi e dire - nel nome di quella democrazia che tanto predicano i suoi simili - "non ho il diritto di decidere delle vite della maggioranza delle persone che non mi hanno scelto"! Invece, assisteremo al solito teatro, un teatro fatto di comparse e manigoldi, sfruttatori delle vite altrui.
Il miglior governo è quello che governa meno, sosteneva Thomas Jefferson. Se Chiodi evitasse ci governare di guadagnerebbero tutti gli abruzzesi.
Un consiglio: Tutte le balle sul capitalismo di Robert Murphy
domenica 30 novembre 2008
Con dl anti-crisi torna la "pornotax"

Rocco Siffredi: «Peccato per le donne» Eva Henger: «Sarà una vera mazzata»
Dopo anni che esiste solo su carta (è stata varata qualche Finanziaria fa ma non è mai uscito il regolamento attuativo) il porno in Tv e sulla carta stampata sarà stangato. Torna infatti con il decreto anti-crisi la "pornotax" (articolo 31). L’addizionale prevista sui produttori dalla manovra del 2005 si abbatterà dal periodo di imposta in corso sui programmi televisivi di contenuto pornografico e sulla carta stampata. La norma viene leggermente modificata: non ci sarà addizionale sul materiale «di incitamento alla violenza» ma solo su quello pornografico.
Viene inoltre ridefinito il concetto di materiale pornografico: «si intendono i giornali quotidiani o periodici, con i relativi supporti integrativi, e ogni opera letteraria, teatrale e cinematografica, audiovisiva o multimediale, anche realizzata o riprodotta su supporto informatico o telematico, in cui siano presenti immagini o scene contenenti atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti come determinati con decreto del presidente del consiglio su proposta del Ministro dei beni culturali entro due mesi dall’entrata in vigore del decreto.
«Peccato per le donne - scherza il pornoattore Rocco Siffredi - che almeno nei sexy-shop potevano trovare conforto in questo momento di crisi del maschio». C’è però ancora tempo per ragionare: ci sarà infatti il passaggio parlamentare del decreto mentre, a cura del ministro per i beni e le attività culturali, Sandro Bondi, ci sarà l’arduo compito di individuare in due mesi cosa è esattamente porno e cosa no.
«Trovo la pornotax una cosa un pò ipocrita - dice Henger - in Italia non si potrebbe neanche produrre il porno e allora non si possono neanche pretendere le tasse. Se invece si fa del porno un’attività totalmente legittima allora si può anche tassare».
lunedì 10 novembre 2008
USA: Risultato dei libertarian
Per quanto riguarda gli altri presidenziabili d’area, Charles Jay (Boston Tea Party) ha ottenuto circa 2.300 voti nei 3 stati in cui compariva in ballottaggio,Tom Steve (Objectivist Party) raccoglie pocopiù di 1.000 voti tra Colorado e Florida. Infine Ron Paul,presente nel Montana ed in Luisiana ha ottenuto 19.000 consensi,superando di poco il 2% nel primo stato e classificandosi terzo alle spalle dei due principali contenders.
Tempi duri, insomma, per i libertari d’oltreoceano…ma anche certi numeri, così piccoli dinanzi ai milioni di elettori statunitensi, sono testimoni di una realtà che pur fra mille problemi e divisioni interne, è viva, vegeta e pronta a dar battaglia…proprio come il Movimento Libertario da questa parte dell’Atlantico.
giovedì 6 novembre 2008
Il nostro nemico, il partito

Una buona lettura da: http://liberteo.wordpress.com/010/
di Samuel E. Konkin III
a cura di Wally Conger
Nel 1935 uno dei pionieri del libertarismo, Albert J. Nock, scrisse la sua fondamentale analisi sulla natura del governo e della società: “Il nostro nemico, lo stato”. Durante gli anni bui del libertarismo, tra la caduta di Benjamin Tucker (nel 1908) e l’ascesa di Murray Rothbard (tra il 1965 e 1970) i principali pensatori libertari avevano messo in guardia gli amici libertà dalla partecipazione nel processo politico, dai cercatori di voti, e dagli assetati di potere. Nock, e il suo discepolo Frank Chodorov, H.L. Mencken, Isabel Patterson, Rose Wilder Lane, Leonard Read e Robert LeFevre assieme cercarono di istruire, illuminare e possibilmente far suonare il campanello d’allarme. Chodorov e LeFevre contribuirono entrambe ad organizzare attivisti libertari: il primo negli anni ‘50, attraverso la Intercollegiate Society of Individualists (ISI), il secondo negli anni ‘60 con la Libertarian Alliance. Tutti erano stati messi in guardia dall’appoggiare i politici, in qualsiasi caso.
Ora, nel 1980, la piaga del libertarismo politico, un assurdo ossimoro basato sull’abolizione delle regole dello stato, ma anche sull’accettazione delle regole di un partito politico – partitocrazia – come capo. I nostri pensatori e saggisti di riferimento hanno finalmente ammesso che ogni attività partitocratica fino ad oggi è stata una frode ed è fallita. Ma il concetto continua a sopravvivere. Questa “eresia” autodistruttiva probabilmente durerà fino a quando lo stato non sarà abolito dall’immaginario dell’uomo, ma può essere confinata nell’immediato futuro ad una minoranza insignificante e priva di influenza, grazie ad un attivismo vigoroso e ad una energica smentita. A questo scopo, per risparmiarci altri vent’anni bui per la libertà, ho scritto questo pamphlet.
Il nostro nemico, lo stato
Per quanti conseguono l’utopia senza speranza di un governo “limitato” (la miniarchia), c’è poco da dire. In breve, lo stato è il monopolio della coercizione, dell’inizio dell’uso della forza. Ogni atto di difesa è conseguente alla sua essenza. Per un libertario l’unica immoralità sociale è la coercizione (le immoralità personali sono problemi degli individui). Di conseguenza lo stato è la monopolizzazione istituzionale di ogni immoralità, male, altruismo, irrazionalità, e/o qualsiasi altro modo hai di chiamarlo nel tuo sistema di pensiero.
A questo punto, ci si deve chiedere se si è maledetti ad obbedire a questo mostro fino a quando accetterà di limitarsi ed abolirsi da solo, e di rimanere complici dei suoi rapinatori e assassini, o se si possa rompere immediatamente con esso (tenendo ben presenti le ovvie minacce per alla vita che ciò comporta) e quindi proseguire una vita senza stato. L’“anarchia filosofica”, gradualista e conservatrice compie la prima scelta; il resto sceglie la via morale. Ma c’è ancora un’altra scelta di fronte a cui si trova un libertario: preferendo l’abolizionismo al gradualismo, si deve scegliere un meccanismo mediante il quale ottenere la società libera. Viene ad essere un mezzo politico o economico? Potere o mercato?
Questione di coerenza
Possono dei mezzi essere incoerenti con il fine che vogliono raggiungere? Può la violenza ottenere la pace, può la schiavitù ottenere la libertà, può la rapina proteggere dal furto? Gli statisti, che perseguono guerra, coscrizione e tassazione dicono di sì. Il libertario risponde di no. Allora perché un anarchico abolizionista persegue mezzi politici per abolire la politica? Il fine del libertario è una società volontaria dove il mercato rimpiazzi il governo, dove l’economia funzioni senza la politica. Lo scopo della politica è il mantenimento, l’estensione e il controllo del potere dello stato. Il mercato non si trova sulla strada del potere.
La coerenza per un libertario non significa astrazione, non significa la non contraddizione di una filosofia, ma la coerenza della teoria con la realtà, dell’ideologia e della pratica, di quello che dovrebbe essere fatto e di quello che viene fatto. Conformarsi alle leggi e alle procedure è necessario per il percorso politico; la psicologia entra in sintonia con il parlamentarismo, la procedura e il compromesso, le coalizioni e i tradimenti, le strette di mano e le pugnalate alla schiena, l’ebbrezza per l’effimera l’approvazione degli altri piuttosto che per la propria realizzazione personale. E’ così che vive chi cerca il successo attraverso lo stato.
Perseguendo direttamente l’anarchia di libero mercato attraverso la contro-economia, la psicologia entra in sintonia con il calcolo di domanda e offerta, l’assunzione di rischi, il commercio con persone che abbiano interessi analoghi – quindi intrinsecamente affidabili, e la soddisfazione per i risultati personali (i profitti) o l’autocorrezione degli errori che hanno portato alla perdita. E’ così che una persona può programmare con successo da sé come vivere nel mercato.
La coerenza, o contro-economia, libertaria e agorista – non soffre di nessuna delle frustrazioni che derivano dalle contraddizioni della politica libertaria – partitocratica. Lo stato perde qualcosa per ogni transazione libera, commessa in violazione o in evasione delle sue leggi, dei suoi regolamenti, e delle sue tasse; mentre guadagna da ogni accettazione delle, e pagamento alle, sue istituzioni. E’ così che l’agorismo crea l’anarchia, e la partitocrazia preserva lo stato.
Il nostro nemico, il partito
Ogni partito “libertario” è immorale, incoerente, antistorico (si vedano le descrizioni revisioniste di partiti similari nel passato: i radicali filosofici, il Liberty Party, il Free Soilers, e molti altri), psicologicamente frustrante ed estremamente controproducente. Un LP può, ancor peggio degli altri, essere il salvatore dello stato.
Si supponga, come nel caso del 1980, che la maggioranza dei voti di cui possono beneficiare i cittadini (come accade negli Stati Uniti ) siano pronti a non votare. E come la contro-economia cresce e le sanzioni dello stato si allontanano, il mostro della fame fiscale barcolla in mezzo alla diserzione dei suoi servitori non pagati, fino al collasso finale. Le Alte Sfere dello stato sono prossime a perdere i loro poteri, i loro privilegi e secoli di guadagni ottenuti con l’ingiustizia. Quando all’improvviso arriva un “L”P a salvarli.
Quelli che volevano cacciare l’esattore delle tasse, ora pagano e tengono al loro privilegio di voto, e cercano di tenere il loro passato pulito per la corsa alla poltrona. Quelli che volevano violare la legge ed evadere le regole ora mantengono il sistema e vanno avanti con esso sperando in un futuro migliore. E quanti vorrebbero evitare o difendersi dai servi dello stato ora “accettano il risultato di elezioni democratiche”.
Considerate il destino di una eroica agorista che, in un primo momento di fiducia degli “amici libertari” abbia incautamente parlato delle sue attività per essere usate da altri, e la sua azione sul mercato nero venga fermata da un libertario il quale sente che “i tempi non sono ancora maturi per la rivoluzione”.
Viene arrestata da un libertario all’interno del sistema per riformarlo – come poliziotto. Viene rinchiusa da un libertario che lavora all’interno del sistema per riformarlo – come secondino. Viene processata da un libertario che lavora all’interno del sistema per riformarlo – come giudice. E viene giustiziata da un libertario che lavora all’interno del sistema per riformarlo – come boia. Così finisce la partitocrazia e la sua logica conclusione.
Il ruolo dell’attivismo
L’agorista – il libertario coerente – ha molte alternative per perdere tempo aiutando lo stato e il suo sistema a conservarsi attraverso la politica. Indubbiamente ci sono premi per molti (anche se non per tutti) nel circuito politico dove le Élite del Potere coprono di ricompense chi avrà meglio cooptato le opposizioni e ne avrà meglio sfruttato il furore rivoluzionario per mantenere lo stato e i suoi privilegi a vantaggio di alcuni. Ma l’agorista può essere ampiamente ricompensato nella contro-economia, sia dal punto di vista materiale che da quello personale, dalla sua abilità imprenditoriale. E c’è un ruolo vitale degli attivisti agoristi, questa cellula tanto acclamata.
Ci sono dieci milioni di contro-economisti nel Nordamerica, e ancor di più nel resto del mondo. Pochi capiscono o hanno mai sentito parlare di una filosofia di vita coerente e morale che potrebbe liberare questi onesti commercianti dai loro residui sensi di colpa che gli intellettuali hanno riversato su di loro. Illuminando e mettendo in comunicazione questi milioni di persone, si avrà una comunità cosciente, efficace e in espansione, radicata tra i malfunzionamenti statalisti, i collassi delle guerre, il terrorismo, l’inflazione galoppante e la burocrazia che abbrutisce. E in breve diventerebbe la società.
Questo è l’obiettivo delle cellule rivoluzionarie agoriste, operatori della contro-economia e teorici libertari. E il movimento della Libertarian Left sta lavorando per costruire questa alleanza. Unisciti a noi. O ricerca la società libera alla tua, coerente, maniera.
Ma non dare mai alcun aiuto al nostro nemico, il partito.
lunedì 3 novembre 2008
Qualche parola a sostegno dell’evasione fiscale

di
Pierre Lemieux
Quando i giorni della finanziaria si avvicinano, i politici di tutti i colori ci mettono in guardia contro la crescente evasione fiscale da parte dei Canadesi. Prima di parlare dell’aumento della pressione fiscale, il Ministro delle finanze Paul Martin ha affermato che “centinaia di migliaia di persone altrimenti oneste (…) hanno negato il proprio consenso a essere governate”, rifugiandosi nell’economia sommersa.
Il problema è che, a quanto pare, i politici non riescono a dedurre le giuste conclusioni. Bisognoso di liquidi – in realtà, prossimo alla bancarotta – il governo federale, come del resto i governi di alcune province, ha deciso di debellare il nero. Il Ministro del tesoro David Anderson ha dichiarato guerra agli evasori fiscali.
Dopo che i commercianti di Saint-Eustache (nel Québec) si sono opposti alla legge vendendo apertamente sigarette di contrabbando, il leader del Bloc Québécois Lucien Bouchard ha attaccato quella che vede come una nuova cultura dell’imbroglio ai danni dello stato. Evidentemente egli pensa che i cittadini dovrebbero sempre obbedire a chi detta le regole. In effetti, la classe politica mostra una rara unanimità di intenti quando si tratta di ricondurre i canadesi sotto la mazza ferrata del governo.
Tre domande sorgono spontanee.
Primo, come si è sviluppata l’evasione fiscale in un popolo così mansueto come quello canadese? La risposta, naturalmente, va cercata nella pressione fiscale che esso deve sopportare. Il tabacco, sul quale le tasse federali sono cresciute del 150% negli ultimi cinque anni, è solo la punta dell’iceberg. Il prelievo fiscale complessivo da parte di tutti i livelli di governo oggi raggiunge il 40% del prodotto interno lordo del Canada. Se consideriamo anche i debiti, che in fondo rappresentano semplicemente delle tasse future, il governo si prende circa la metà di quanto la gente produce e guadagna in questo paese. In due parole, l’evasione fiscale è una risposta all’invasione del fisco.
E’ possibile trovare un interessante elemento di paragone nel lavoro di William Fogel, Premio Nobel per l’economia nel 1994. Inventore della cliometria, Fogel ha calcolato (nel suo libro del 1974, Time on the Cross) che i proprietari di schiavi del XIX secolo dovevano spendere circa l’88% del prodotto dei loro schiavi per il mantenimento di loro stessi e delle loro famiglie. In altre parole, gli schiavi erano soggetti a un esproprio effettivo del 12% del frutto del proprio lavoro. Ne è passata di acqua sotto i ponti, ragazzi.
La crescita esponenziale della leggi è un altro fattore. Alcune di esse arrivano di pari passo con le tasse: i piccoli imprenditori devono ora dedicare molto tempo alla compilazione di moduli per tasse sulle vendite, e preparare complicati rapporti trimestrali. Non so se la nostra è mai stata una nazione di commercianti, ma di certo stiamo diventando un paese di esattori e ragionieri. Altre forme di regolamentazione – la legislazione sul lavoro, per esempio – rendono il mercato nero assai più semplice ed economico, tanto per i consumatori quanto per gli imprenditori.
La seconda domanda è: come possiamo sopportare una tale pressione fiscale? Cento o duecento anni fa, i grandi pensatori occidentali a cui dobbiamo quella libertà che stiamo abbandonando non avrebbero mai immaginato che questo potesse accadere in un paese libero.
Nella sua famosa Wealth of Nations (1776), Adam Smith scrisse, riferendosi all’Inghilterra: “E’ sottinteso che le tasse sui negozi devono essere identiche per tutti i tipi di negozio. Non potrebbe essere altrimenti. Sarebbe impossibile immaginare un criterio di proporzionalità sufficientemente equo tra la tollerabilità di una tassa e il volume di affari di un negozio, senza contestualmente mettere in atto una forma di inquisizione che sarebbe essa stessa inaccettabile in un paese libero”. Sulla possibilità dell’imposta sul reddito, egli scrisse: “un’indagine nelle faccende private di ogni uomo, e un’indagine che, allo scopo di determinare il giusto livello di tassazione, si impicciasse di ogni cambiamento del vento, sarebbe fonte di continue e infinite vessazioni, tali e tante che nessuna persona potrebbe argomentare a loro favore”.
Quando, recentemente, ho mostrato queste citazioni ai miei studenti, aspiranti funzionari pubblici, all’Ecole Nationale d’Aministration Publicque, uno di loro ha commentato che Adam Smith oggi farebbe scoppiare una rivoluzione. Nonostante il tipico e onesto Canadese faccia fatica distinguere un tiranno da una sedia a dondolo, l’economia sommersa è una forma di pacifica rivolta fiscale.
Nelle sue Lectures on Jurisprudence, Smith aggiungeva: “Non c’è dubbio che la crescita delle tasse a livelli esorbitanti, in pace come in guerra, del 50 o del 500%, in quanto massiccio abuso di potere, sarebbe una giustificazione sufficiente per la resistenza da parte del popolo”.
La terza domanda è relativa alla reazione dello Stato. I politici fanno notare che gli individui che non contribuiscono per “quanto è giusto” concorrono ad aumentare la pressione fiscale a carico degli altri cittadini. La principale critica ai prossimi bilanci federali e provinciali può ben essere di accrescere la pressione fiscale effettiva sotto la copertura del “contributo equo”.
Questo è un ritornello semplicistico, che presuppone che i processi politici e burocratici conducano naturalmente alla determinazione della pressione fiscale ottimale necessaria a finanziare alcuni servizi pubblici richiesti unanimemente. Quello che in realtà accade (almeno se si condivide l’approccio all’economia della Public Choice) è che il governo prenderà tutto quello che potrà, e spenderà quello che il traffico permetterà. I governi rendono soddisfazione ad alcuni gruppi di pressione minori e comprano i voti con le proprie spese. Se i Canadesi che oggi lavorano sul mercato nero cominciassero a pagare le loro “giuste” tasse, semplicemente gli introiti e le spese del governo aumenterebbero della differenza. In quest’ottica, l’economia sommersa è una utile limitazione per il Leviatano, e un beneficio per tutti i contribuenti.
Il Canada ha subito rapidi cambiamenti nel corso degli ultimi decenni. Fateci caso: dopo la Seconda Guerra Mondiale, il governo federale ha notevolmente aumentato le tasse sul tabacco. Naturalmente, il contrabbando crebbe a un livello non molto diverso dall’attuale. Léon Balcer, allora membro del Parlamento federale per Trois-Rivières, nel Québec, dichiarò che sette su dieci dei suoi colleghi fumavano sigarette americane di contrabbando – una prova del fatto che l’individualismo era vivo e vegeto alla Camera a quei tempi. Il governo federale fece saggiamente retromarcia: nel 1952 e nuovamente nel 1953 le tasse sul tabacco furono drasticamente ridotte.
Oggi si parla di ripercorrere la medesima strada, anche se è ancora tutto da vedere se la riduzione delle imposte sarà sostanziale o piuttosto servirà solo come scusa per reprimere il contrabbando. Posti di fronte alla resistenza fiscale, i governi contemporanei cercano principalmente di ottenere nuovi poteri per distruggerla. Questo, penso, è un tradimento della tradizione canadese. I veri Canadesi sono quelle persone che si oppongono pacificamente alla tirannia rifugiandosi nell’economia sommersa. Essi soli mettono in pratica il motto di The Globe and Mail, preso in prestito da Junius: “il suddito che è davvero leale nei confronti del Giudice Supremo non suggerirà né accetterà mai provvedimenti arbitrari”.
Recentemente ho scritto al Ministro federale del tesoro, citando Adam Smith, e gli ho suggerito che il Governatore generale dia una medaglia ai Canadesi colpevoli di essersi ritirati nell’economia sommersa. Non mi ha ancora risposto.
martedì 21 ottobre 2008
Tutto quello che il governo tocca...
da: http://gongoro.blogspot.com/
Una ricerca fatta con Google fa emergere solo 657 documenti per la frase “tutto quello che il governo tocca si trasforma in”. Questa non sembra essere una espressione molto conosciuta. Io l'ho sentita per la prima volta da un economista di Chicago di nome Karl Brunner. È attribuita a Ringo Starr, il chitarrista dei Beatles. La frase completa è: “Tutto quello che il governo tocca si trasforma in merda.”
Il detto di Ringo è vero. Fino a quando un paese come il nostro sarà sotto un governo Solo e Unico, questo sarà il caso. Nessuna persona isolata e nessuna istituzione del settore non statale, da sola, sia essa una chiesa, una impresa, un istituto o una università, può confrontarsi per dimensioni e potere con un governo nazionale come quello americano. Qualsiasi industria toccata dal governo scompare di fronte al potere del governo. Quella industria cederà terreno, appassirà, si inchinerà umilmente davanti al governo, perderà la sua capacità di innovazione, sbaglierà investimenti, chiederà sussidi, verserà fondi agli uomini politici, cercherà di diventare un gruppo monopolistico, e alla fine perderà qualsiasi traccia che stia operando davvero in un libero mercato. Il governo ha il potere di sopprimere qualsiasi forma di libero mercato. Questo si è verificato, impresa dopo impresa e mercato dopo mercato. Ma quel che é peggio, poiché tutto quello che il governo tocca si trasforma in merda, dal momento che i poteri del governo gli consentono di toccare sempre più cose, ci troviamo in una situazione di deterioramento continuo. Potrei dire la stessa cosa con riferimento alle libertà individuali.
Al giorno d'oggi, il governo nazionale impone la sua visione paralizzante su ogni cosa esistente nell sua sfera territoriale di potere. Lo Stato, la metropoli, la città, il piccolo centro, sono assoggettati e costretti a subire le misure del governo come ognuno di noi. In nessun caso esiste un certo livello di competizione tra centri decisionali che darebbe una boccata d'ossigeno al sistema.
Ma per quanto io possa pensare che tutto ciò sia vero, sono in netta minoranza rispetto a tutti quegli americani che hanno idee diverse dalle mie. Questo scritto verte sul modo in cui la maggior parte di noi potrebbe raggiungere una posizione migliore, nonostante tutte le nostre differenze, seplicemente avendo un governo di loro scelta sempre.
Gli americani sono divisi politicamente. Questo è naturale. Non c'è modo che essi saranno mai uniti su questioni politiche, come non si è uniti sulla religione. Ed essere uniti su faccende politiche non è né necessario per migliorare la situazione in cui ci troviamo né una buona idea. I libertari non possono convertire un gran numero di democratici all'idea libertaria. I democratici non possono convertire grandi schiere di repubblicani. Gli anarchici non possono convertire moltissimi libertari all'anarchia. Comunque sia, la maggior parte di noi è interessata per prima cosa e soprattutto a migliorare la propria situazione, non quella di tutti gli altri in generale.
Per progredire abbiamo bisogno di una certa base di accordo comune. Altrimenti, se e quando il nostro governo nazionale fallisce, finiremmo per dividerci in clans e sette combattendoci a vicenda per vedere chi imporrà la sua visione agli altri. Oppure, noi non saremo in grado di approfittare pienamente dell'opportunità offertaci da tale tracollo e fallimento. L'Unione Sovietica è andata in pezzi, e le popolazioni si sono poste nuovamente dentro e sotto gli Stati. Non hanno ricavato nulla dall'esperienza. Non erano pronti per progredire riguardo alla natura del loro governo.
Gli atteggiamenti delle persone rispetto alla situazione in fase di deterioramento che io noto variano notevolmente. Dove io vedo deterioramento, moltri altri non vedono alcun problema. Alcuni pensano che noi siamo a pochi passi dal disastro totale. Ad altri non interessa assolutamente nulla. Alcuni hanno perso ogni speranza. È un fatto politico importante che gli atteggiamenti siano così diversi. Lo è soprattutto perché la felicità di una persona dipende da tali modi di pensare e di agire, ed ognuno di noi ha il diritto di ricercare la felicità come ritiene giusto e appropriato (all'interno dei limiti posti dalla legge di natura).
Gli atteggiamenti mentali e comportamentali sono anche sostenuti in maniera molto forte. Nessuna mole di scritti da parte mia e nessuna serie infinita di lettere e messaggi tra me e le persone che hanno idee diverse dalla mia riuscirà, con tutta probabilità, a convertirli al mio modo di pensare. Se qualcuno è a favore dei programmi di Assistenza Sociale e approva il trasferimento di fondi per la costruzione di case popolari, io non sono in grado di convincerlo del contrario. E se ci provassi, si sentirebbe minacciato dalla mia posizione e punterebbe i piedi. Cercare di far emergere la verità in scritti come questo è un conto. Fare pressione per convertire le persone è un altro. Ognuno è il giudice migliore del proprio benessere. Nessuno vuole essere dominato da me come io non voglio essere dominato da qualcun'altro. Questo atteggiamento reciproco ci offre il terreno comune di cui abbiamo bisogno per costruire un nuovo modo di convivenza.
Quindi io non chiedo a nessuno di convertirsi al mio modo di pensare. Chiedo solo una cosa: che mi lasci libero dall'essere soggetto al suo governo. Al tempo stesso, gli dò la libertà di avere il suo governo - con una clausola importante. E cioè che nessuno di noi chieda che l'altro sia allontanato dai luoghi (questo paese, questo luogo e queste persone) a cui entrambi siamo affezionati. Se uno vuole programmi di assistenza sociale amministrati dal suo governo, che li abbia, senza che si frappongano ostacoli. Io non mi opporrò. A quel punto, sarebbe forse troppo chiedere di vivere senza essere forzato a sostenere i programmi promossi da altri? Mi sarà concesso di avere il governo di mia scelta, avendo gli altri il governo che loro hanno scelto, e rimanendo entrambi a vivere in questo paese che noi ora chiamiamo America? Sarà consentito a ciascuno di noi di avere il governo non-territoriale che preferiamo? Lascerete che esistano governi concorrenti che operano sullo stesso territorio e rappresentano raggruppamenti volontari di popolazioni diverse? Sosterrai tu questo come modo ideale di organizzazione sociale?
Questo ideale, la libertà di scegliersi e ottenere il proprio governo, è sommamente giusta. È un diritto naturale che deriva direttamente dai nostri diritti alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità. Lo è in quanto esiste una multitudine di nazionalità che sono sorte all'interno degli confini degli Stati Uniti. “In base a questa visione politica, gli Stati Uniti riconoscono l'esistenza di 550 nazioni originarie dentro i suoi confini. Esse non sono agenzie statali o federali. Questa politica fu introdotta nel 1970 dal Presidente Richard Nixon e riaffermata il 14 Giugno 1991 dal Presidente George Bush.”
Non possono gli americani in genere avere gli stessi diritti degli americani originari del continente e avere il governo di loro scelta?
L'amministrazione e la regolamentazione producono vari effetti positivi. Ognuno ha una visione differente di quali siano questi effetti positivi, del loro valore e di come conseguirli. Se io sostengo la libertà dell'individuo, come è il mio caso, allora devo necessariamente sostenere la tua libertà di scegliere i beni che vuoi consumare in mercati non-liberi. La libertà di scelta riguardo al governo include la tua libertà di cedere una parte di libertà per il desiderio di essere governato da altri, se ciò è quello che ti rende felice. Se io credo nella libertà, non posso costringere gli altri a gestire la propria vita in base alle libertà a cui io attribuisco valore e che considero giuste e appropriate. Al tempo stesso però loro non devono forzarmi ad accettare le loro vedute sul governo e schiacciarmi sotto il governo di loro scelta.
La situazione in cui ci troviamo attualmente è una situazione di forza, sia per per coloro che sono a favore o contro lo stato, per gli anarchici puri e per coloro che sono moderatamente anarchici, per i democratici, per i repubblicani e per coloro che preferiscono altri partiti. Molti tra di noi sono in cerca di potere per controllare tutti gli altri e rimodellare la società secondo la propria visione. Dobbiamo smetterla con questa dinamica perversa se vogliamo davvero progredire.
La mia proposta consiste nell'auto-determinazione non-territoriale (panarchia). La nozione di autodeterminazione ha bisogno di essere ripresa in maniera esauriente al fine di rimuoverne l'aspetto territoriale. Altrimente è contraddittoria e porta a conflitti e guerre civili. I Georgiani, ad esempio, si staccano dall'Unione Sovietica, ma poi a una parte di loro non è concesso di secedere. Le colonie americane conquistano l'indipendenza dall'Inghilterra, ma quando il Sud vuole staccarsi dal Nord il risultato è la guerra in quanto il Nord cerca di impedire la secessione.
Nell'enciclopedia Wikipedia troviamo che "L'auto-determinazione è definita come la libera scelta di compiere atti senza costrizioni esterne, e soprattutto come la libertà delle persone che vivono su un dato territorio di determinare la loro condizione politica o l'indipendenza dallo stato esistente." Questa definizione è incompleta perché limita l'auto-determinazione alle persone di un dato territorio. In pratica però qualsiasi governo esistente esige l'obbedienza di tutti coloro che vivono su un dato territorio, per cui l'auto-determinazione definita in quel modo è contraddittoria al suo interno.
L'auto-determinazione non-territoriale significa che ogni persona ha il diritto di determinare (o scegliere) il governo o le istituzioni governative che vuole, su una base volontaria e non imposta. Questo significa che in una data regione possono co-esistere un certo numero di governi. E le persone scelgono quella o probabilmente quelle amministrazioni a cui esse vogliono appartenere. Questi governi possono mantenere la sovranità e la legittimità che le persone soggette conferiscono loro, ma differiranno totalmente dai governi esistenti per un aspetto: essi non saranno necessariamente territoriali. Essi non costringeranno nessuno in una data regione a sottomettersi al loro potere. (Ci possono essere governi territoriali nella misura in cui le persone volontariamente uniscono degli appezzamenti di terra e si separano dagli altri.)
Noi possiamo progredire. Ma per fare ciò abbiamo bisogno della libertà di avere governi in competizione tra di loro su questo suolo che chiamiamo America, allo stesso modo che abbiamo chiese, supermercati, città, stati e università che competono tra di loro. Possiamo aprire potenzialità immense se gestiamo le nostre forme di governo in modi più efficaci. Questi saranno modi di auto-governo che consistono in sistemi di gestione liberamente scelti, dove è possibile fuoriuscire facilmente quando l'amministrazione non funziona.
Smettere di alimentare con le nostre sudate risorse un governo che non ci piace dovrebbe essere agevole come passare ad un'altra stazione di rifornimento di benzina. O cambiare scuola dovrebbe essere semplice come cambiare il supermercato dove facciamo i nostri acquisti.
Noi diamo per scontato il fatto che il governo debba esistere in quanto non ci possiamo fare niente. In tal modo evitiamo complicazioni nella nostra vita; ma facendo così rimpiccioliamo noi stessi e i nostri figli. Se pensiamo di trasformare la forma di base del governo, allora dobbiamo impegnarci seriamente in una attività che tendiamo a evitare. Se avessimo la scelta tra sistemi di governo, e non solo tra candidati ad una data forma di governo, presteremmo molta più attenzione alle questioni dei modi di governabilità.
Ci sono indizi su come procedere che è necessario esaminare. Alcuni governi sono meglio di altri. Dovremmo chiederci perché. Talvolta i governi fanno alcune cose meglio di altre. Dovremmo chiederci perché. Spesso un governo fa più danni che l'essere senza governo. Dovremmo chiederci perché. Spesso i governi iniziano dando speranza e finiscono lasciando disperazione. Dovremmo chiederci perché.
Non possiamo avanzare se non siamo disposti ad abbandonare credenze erronee che accettiamo come dati di fatto e non mettiamo in discussione. La principale tra queste credenze erronee è che il governo debba essere territoriale e controllare un territorio estremamente grande e le persone che vivono su di esso. Solo in Erie County ci sono 3 grandi centri urbani e 25 città di medie dimensioni in un'area che copre grosso modo 30 miglia per 35 miglia. Erie è una delle 62 contee dello Stato di New York.
Una città è una forma semi-territoriale di governo. Nessuna città pretende di coprire l'intera contea, ma ogni città governa una specifica area. All'interno della mia città sussiste già una ripartizione di giurisdizioni per quanto riguarda le strade. Ci sono già diverse forze di polizia. C'è già un insieme di sistemi diversi per quanto riguarda la gestione dei parchi, delle scuole, della rete fognaria.
Nessuno di noi ha una mappa precisa verso l'auto-determinazione non-territoriale o può addirittura definirla in maniera precisa. La mia tesi è che l'auto-determinazione non-territoriale è la strada giusta e in quanto obiettivo giusto è un obiettivo ben fondato. La tesi che l'auto-determinazione non-territoriale ci porterà ad una situazione migliore di quella attuale è solida.
Questo è un obiettivo che può essere condiviso da gruppi che sono altrimenti su posizioni politiche antagoniste. I nazisti locali possono sedersi al tavolo con gli anarchici ed essere d'accordo sul fatto che ognuno ha diritto alla sua auto-determinazione non-territoriale. Possono i democratici e i repubblicani imparare a tollerarsi a vicenda se ognuno ha le sue prorie istituzioni? Un certo livello di auto-separazione potrebbe derivare da ciò. Nessuno lo sa per certo, ma potrebbe essere il caso. Un buddista potrebbe non volere nel vicinato i nazisti che marciano di strada la notte o bruciano libri.
Presuppongo in tutto ciò l'esistenza di un quadro di base di azioni lecite. Non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo. La tolleranza di un governo non significa approvazione di qualsiasi cosa una persona faccia sotto quel governo o di qualsiasi cosa compia il governo stesso. Per una esposizione di quello che significa la tolleranza nel contesto della panarchia si veda lo scritto di John Zube.
Tutto quello che il governo fa diventa merda. Questa è la mia opinione. Alcuni condividono, molti dissentono. In ogni caso, tutti noi siamo attualmente con un governo unico nazionale. Molti sono infelici a causa di ciò. I perdenti ad ogni elezione sono immancabilmente scontenti. Eppure, essi non sono costretti a soffrire. Esiste una via d'uscita. Essi possono avere sempre il loro governo. Voi potete avere il vostro. E io posso avere il mio. Ma solamente se ogni governo è non-territoriale o ex-territoriale. Questa via d'uscita si chiama panarchia.
sabato 13 settembre 2008
Che cosa distingue gli editti dello stato dalle imposizioni di una banda criminale?

Per Lysander Spooner, non era assolutamente difficile trovare una risposta a tale quesito.
E' vero che, secondo la teoria della nostra Costituzione, tutte le tasse vengono pagate volontariamente; che il nostro governo è una compagnia mutualistica che divide i propri utili con gli assicurati e alla quale tutti aderiscono volontariamente...
Questa teoria, tuttavia, non corrisponde affatto a ciò che avviene nella pratica. Nella pratica il governo, come un bandito di strada, intima all'individuo: «o la borsa o la vita». E molte, se non addirittura tutte le tasse vengono pagate dietro questa minaccia.
Il governo certamente non tende un agguato all'individuo in un posto poco frequentato, non lo aggredisce all'improvviso alle spalle, non gli punta una pistola alla tempia per poi svuotargli le tasche. Ma la rapina che compie è comunque una rapina, ed anzi è ben più vile e vergognosa.
Il bandito di strada assume su di sé la piena responsabilità, il pericolo e la criminosità del proprio atto. Non fa finta di avere diritto al denaro della sua vittima, né fa intendere di voler usare il denaro a beneficio del rapinato. Non pretende di essere altro che un bandito. Non ha ancora imparato a essere così impudente da sostenere che in realtà è semplicemente un "protettore", e che sottrae denaro agli altri contro il loro volere solo perché questo gli permette di "proteggere" quei viaggiatori presuntuosi che pensano di sapersi proteggere da soli, o quelli che non apprezzano il suo singolare sistema di protezione. E' un uomo troppo sensibile per fare simili affermazioni. Inoltre, una volta che ha sottratto il denaro, egli poi va via, cosa che la persona rapinata sicuramente apprezza. Egli non continua a pedinare la vittima, contro la sua volontà; non pretende di essere il suo legittimo "sovrano" solo perché le ha offerto "protezione". Non continua a "proteggere" l'individuo, e non pretende di comandarlo o di essere servito e riverito da costui, chiedendogli di fare una cosa e impedendogli di farne un'altra. Non continua a rubargli denaro ogni qualvolta ne abbia piacere o necessità; non lo taccia da ribelle, traditore e nemico della patria, e non lo fucila senza pietà se mette in dubbio la sua autorità o se oppone resistenza alle sue richieste. E' troppo gentiluomo per macchiarsi di finzioni, insulti e scelleratezze simili. In poche parole, egli, dopo aver rapinato un individuo, non tenta anche di renderlo il suo zimbello o il suo schiavo.
domenica 31 agosto 2008
L'Anarchia funziona anche in strada

Come eliminare gli incidenti? Eliminando i segnali, niente ridicole tasse (come l'Eco Pass milanese) le realtà all'avanguardia in Europa hanno eliminato segnali stradali, ma anche parchimetri e divieti di sosta e accesso assortiti.
"Tutte queste regole del traffico ci privano della cosa più importante: ovvero, del riguardo e della gentilezza. Dimentichiamo di comportarci socialmente”, insegna Hans Monderman, responsabile per il traffico a Groningen e uno dei padri del progetto. “Tanto più sono le regole, meno si sente la responsabilità”. L'ingegner Monderman non è l'ultimo invasato che passa: è un serio ingegnere tedesco che ha passato decenni di attività professionale nello studio della mobilità e soprattutto della sua sicurezza nei centri urbani. La città tedesca di Bohmte adotta una strategia originale per contrastare gli incidenti: eliminare le segnalazioni di stop, e questa tendenza sembra in continua diffusione:
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2007/09_Settembre/12/semafori_aboliti.shtml
Questa filosofia affascina le città tedesche e olandesi, forte di queste esperienze, il sindaco di Bohmte Klaus Goedejohann è ottimista: «Il traffico non sarà più dominante».
Alla base del progetto sta la filosofia dello spazio condiviso, un approccio urbanistico in cui si vuole mettere sullo stesso piano pedoni, ciclisti e automobilisti, responsabilizzando i singoli cittadini. L’eliminazione dei semafori e degli alt obbliga tutti i protagonisti della strada a guidare con più cautela, e soprattutto a cercare il contatto visivo, a guardarsi intorno e negli occhi costantemente. Nessuno potrà affidarsi ciecamente a un segnale di via libera o di stop, ma dovrà negoziare le proprie mosse tenendo conto degli altri. Anche perché è ormai assodato che la presenza di semafori, di strisce e simili segnali di per sé non salvaguarda da incidenti. Vi lascio anche questo interessante articolo: http://www.perlasicurezzastradale.org/public/incidenti/Traffico_senza_segnaletica.pdf
Come disse qualcuno a me molto caro: ‘L’ordine è figlio della libertà’, questo sembra funzionare anche sulle strade.









