La morte di un fotografo e due bambini commentati come incidente, ecco la missione di pace del ''pacifista'' Obama.
mercoledì 7 aprile 2010
Maledetti assassini!
martedì 2 febbraio 2010
Le idee di Josiah Warren
Interessantissimo articolo: http://www.instoria.it/home/mutualismo_warren.htm
domenica 17 gennaio 2010
Alle radici del pensiero politico degli IWW
Trovare un etichetta o una cornice teorica, un collocamento ideologico all’Organizzazione sembrava essere preoccupazione più degli intellettuali che dei militanti dell’IWW. Si è più volte collocato in alcuni “ ismi ” il pensiero degli IWW, però sempre secondo una logica un metodo ideologico europeo. Questa Organizzazione è stata definita composta da sindacalisti puri, anarco-comunisti, socialisti eretici, rivoluzionari, sindacalisti marxisti, ecc… Lo sbaglio è stato (per molti fattori continua ancor oggi ad essere) proprio quello di leggere questa organizzazione secondo logiche e metodi europei che non appartenevano all’individualismo e al libertarismo liberal- radicale ( per intenderci quello dei padri fondatori) tipicamente americano. Una lettura ‘americanista’ tipicamente schierata nel quadro ideologico di quel pensiero individualista dell’Organizzazione sembra molto più appropriata: la sovranità e la libertà dell’individuo, stato e governo visti come un male da combattere e da contenere, perché sempre pronti a schierarsi dalla parte dei forti di chi poteva portare e garantire voti in cambio di aiuto pubblico economico, l’isolazionismo di Washington a non lasciarsi coinvolgere in questioni riguardanti altri paesi, crearsi una nazione nuova e cercare sempre attraverso esperimenti sociali forme alternative ad istituzioni imposte e preconfezionate, lo stesso internazionalismo operaio che in europa veniva teorizzato in America era una realtà, era nell’essenza stessa del mito della frontiera, della libertà, nella libera migrazione che trovava la sua affermazione, era un dato di fatto, la libertà di parola, stampa, culto, associazione, insomma tutta la retorica liberale. Ben analizzando queste idee è logico trovare un più sensato collocamento nel pragmatismo libertario, radical liberale dell’America delle origini. Il pensiero degli IWW trova origine proprio nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti e nella Rivoluzione del 1776 che in ogni e qualsivoglia etichetta europea. Importante sarebbe analizzare l’influsso di idee dal carattere europeo sul movimento tipicamente americano.
Domenico Letizia
Titolo: ‘Alle radici del pensiero politico degli IWW’
Mese: Gennaio
Anno: 2010
venerdì 20 novembre 2009
Conosciamo le People's Organization

La libertà di autorganizzarsi
Conosciamo le People's Organization
Colin Ward attraverso studi approfonditi ci ha chiaramente illustrato come l’anarchismo, il concetto libertario, non sia un’idea o una concezione metafisica, un cambiamento da aspettare con la rivoluzione sociale, con l’insurrezione, ma un’essenza, uno stile di vita di gruppo e individuale che è sempre esistito, che vive alle spalle dello stato e alle sue spalle si sviluppa: l’anarchismo pragmatico.
Un esempio di anarchismo pragmatico lo ritroviamo nelle organizzazioni di comunità diffuse negli Stati Uniti: sono le People’s Organization; personalmente seguo on-line il lavoro di una di queste strutture in Virginia (http://richmondjwj.org/), l’idea di queste strutture è da ritrovarsi nel pensiero e nella figura di Saul Alinsky: nato e cresciuto nei ghetti di Chicago, frequentò l’università di Sociologia e iniziò presto ad occuparsi di disagi di quartiere, di bande, di migranti e collaborazioni con i sindacati. La metodologia di Alinsky consiste nel conquistarsi la fiducia delle chiese, dei comitati e delle associazioni di quartiere, di vivere con loro e di impegnarsi con queste strutture unite in un organismo che diviene una People’s Organization. Queste “associazioni’’ presero vita negli anni ‘30 organizzando i primi ed indimenticabili boicottaggi di grandi magazzini che si rifiutavano di pagare salari decenti, i primi picchettaggi di banche che prestavano soldi ai boss e ai grandi costruttori criminali locali, addirittura formarono i primi “Tribunali Pubblici” (l’idea è ripresa anche nei recenti studi sul neo-mutualismo di Kevin Carson) dove le parti in causa vengono invitate pubblicamente ad esprimere le loro ragioni e una giuria comunitaria elabora un verdetto. Una delle forme di protesta più conosciute e ricordate è quella della People’s Organization di Chicago negli anni ‘60 che ebbe problemi con l’amministrazione comunale della città. Con uno studio si analizzò che la prima cosa che facevano le persone appena scese dagli aerei era quella di precipitarsi nei bagni pubblici dell’aeroporto di Chicago. Il sindaco aveva scommesso molto su questo aeroporto e la People’s Organization organizza una forma di protesta facendo trovare i bagni pubblici sempre occupati. Il sindaco, spaventato da questa forma di protesta e anche dallo “sbeffeggio” della stampa, convoca subito le parti e tutti i problemi trovano una soluzione.
Alinsky ha elaborato un buon metodo di lotta, non-violento, pragmatico e senza nessuna congettura marxista o comunista (lo stesso Alinsky considera l’ideologia comunista bigotta e fondamentalmente conservatrice) insomma una forma di lotta autenticamente libertaria.
Che dite, perché non provare anche in Italia ad analizzare meglio le lotte e l’organizzazione di queste People’s Organization e cercar di praticarle? Non potrebbe essere una nuova idea di sindacato veramente di base e antidogmatico quindi fondamentalmente pragmatico?
A voi le considerazioni.
Domenico Letizia
http://www.cenerentola.info/archivio/numero118/articoli_n.118/dib.htm#2
lunedì 19 ottobre 2009
Suggerimento dal L.P.
WASHINGTON - Il Partito Libertario ha suggerito che, in futuro, la data di annuncio per i Premi Nobel debba essere spostata al 1 aprile.
http://www.lp.org/news/press-releases/libertarians-suggest-nobel-announcements-should-be-moved-to-april-fools-day
domenica 11 ottobre 2009
giovedì 1 ottobre 2009
Una buona/cattiva notizia

Finalmente una buona notizia: Obama rinuncia allo scudo missilistico in Polonia e Repubblica Ceca. La cattiva notizia è che non lo fa certo perché pacifista, difatti le stragi di civili in Afghanistan continuano bellamente. Ma la cattiva notizia può diventare una fulgida indicazione per i pacifisti, scoraggiati da anni di petizioni, manifestazioni e attività "tradizionali" totalmente inascoltate dal potere. A Obama semplicemente manca il grano.
Questa è la chiave, i guerrafondai si fermano solo levandogli i soldi. Da pacifisti diamogli una mano: meno dollari, meno casini possono combinare! Il dollaro (e non solo) è in crisi: da una parte devono crearne trilionate per salvare e arricchire wall street, per puntellare la loro economia devastata, per pagare guerre, armi e basi militari in tutto il mondo, e per pagare il loro enorme deficit commerciale. Dall'altra, più ne creano dal nulla, più fanno inferocire cinesi, giapponesi, sauditi e tutti quelli che gli permettono da 40 anni di vivere a scrocco. Il punto più debole sono i preziosi: oro e argento. Non li possono creare dal nulla, possono solo usare le riserve di oro clandestino, oro che hanno rubato ai giapponesi dopo la seconda guerra mondiale (oro che a loro volta i jap avevano razziato per 50 anni in Asia), ma prima o poi anche quelle finiranno. Al momento c'è una grossa tensione sui mercati, e i cinesi stanno pubblicamente accaparrando preziosi, sia a livello statale, sia a livello di singoli cittadini. Questo punta dritto alla distruzione del dollaro. Sull'argento il mercato è ancora più stretto, e riescono a contenere il prezzo solo emettendo future (cioè contratti per la consegna futura) scoperti. Se cento milioni di pacifisti si comprano una moneta da un'oncia di argento a testa (spesa 20 euri cadauno, sempre che ne troviate) salta il COMEX (mercato future di New York), e a catena il dollaro, le banche, e la possibilità per i guerrafondai americani di finanziare ulteriori casini.
Vogliamo iniziare a vincere qualche partita?
http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2009/un33/art6122.html
martedì 8 settembre 2009
Norberto Bobbio, un filosofo per la partitocrazia
di Fabio Massimo Nicosia
Sapete perché negli Stati Uniti hanno Posner, Dworkin, Axelrod, Rawls, Nozick, Rothbard, e noi abbiamo Bobbio? Perché gli americani hanno scelto prima. Hanno scelto, cioè, la libertà della ricerca, e non il conformismo accademico. Quando scrive di filosofia del diritto (jurisprudence) o della politica, un autore americano sa che sarà tanto più apprezzato, quanto più si interrogherà sui fondamenti ultimi della disciplina e contribuirà alla sua evoluzione; da noi invece chi propone punti di vista inediti è percepito come uno stravagante velleitario, che ignora la prima regola della nostra "ricerca": mai esprimere, se non dubitativamente e scusandosi con il lettore, un proprio pensiero, e preferibilmente illustrare il pensiero altrui. Sicchè oggi, non essendoci veruno che esprima un pur tenue pensiero proprio, non è più possibile nemmeno scrivere sul pensiero altrui!
Pensate a Bruno Leoni: l'unico nostro filosofo del diritto davvero grande e originale, nonché l'unico coerentemente liberale in questo secolo, è tuttora del tutto assente dai manuali nostrani (naturalmente negli Stati Uniti è considerato pensatore fondamentale: chiedete a James Buchanan). Ma Leoni non era bobbiano; sicchè il nostro vate si è permesso di ignorarlo, come nella sua recente autobiografia, ove si limita a una sola, ingiuriosa segnalazione come "giurista". Piccole meschinità; e dire che, in un momento di sincerità, Bobbio ammise di non essere "mai venuto a capo" delle idee di Leoni!
Sia chiaro che non mi interessa nulla della vicenda del Bobbio "fascista", che scrive a Mussolini per ottenere la cattedra. Non l'aspetto etico è preoccupante, ma quello scientifico e ideale: il fatto che Bobbio sia considerato un grande filosofo, nonché un grande liberale. Il fatto è che Bobbio non è né grande, né liberale. Chiunque di media cultura abbia letto "Destra e sinistra" (Donzelli, 1994), non può non aver provato imbarazzo di fronte a un simile Harmony della scienza politica, zeppo di massime immortali come le seguenti: "Nietzsche, ispiratore del nazismo" (pag. 23); "Gli estremi si toccano" (pag. 27); "Nel linguaggio politico i buoni e, rispettivamente, i cattivi possono trovarsi tanto a destra quanto a sinistra" (pag. 48). Per non parlare delle prese di posizioni più pensose, come quella secondo la quale gli "estremisti" essendo "autoritari" e i "moderati" "libertari", i libertari-egualitari si collocherebbero nel centro sinistra (pag. 81). Chissà come reagirebbero Bakunin e Stirner, se sapessero di essere rispettivamente di centro-sinistra e di centro-destra! Naturalmente, nello schema del "liberale" Bobbio l'elemento rappresentato dallo Stato, questo piccolo dettaglio della modernità, non trova alcuna collocazione critica, ma è visto come un dato naturale a priori, come i vulcani e i terremoti (170 milioni di morti provocati dagli Stati nel XX secolo, e la tassazione al 60%, saranno di destra o di sinistra?)
Il bijou di Destra e Sinistra si trova peraltro, come spesso capita ai capolavori, in una nota: la 5 di pagina 78, nella quale il Maestro sostiene che l'art. 3 della Costituzione, secondo il quale "Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali", non determinerebbe l'incostituzionalità di una "fantastica" normativa che discriminasse gli "estroversi"; e ciò perché l'art. 3 non indica esplicitamente l'estroversione tra i motivi di non discriminazione. Che l'"estroversione" possa farsi rientrare nella nozione di "condizioni personali e sociali" non sfiora il nostro grande filosofo del diritto (Bobbio non è mica un "giurista" qualsiasi).
Il Bobbio più noto è quello degli ultimi anni, ulivista e veltroniano, sempre intento a meditare sulle sorti della Democrazia, della Repubblica e della Stampa. Ma il Bobbio davvero importante, che "rimarrà", è quello delle dispense universitarie e dei saggi gius-filosofici. Bobbio non ha mai scritto un libro che sia uno (i suoi sono tutte raccolte di saggi o di lezioni), e questo non è detto sia un difetto; mi fa specie piuttosto -devo ripetermi- che Bobbio sia considerato un filosofo del diritto liberale. Del liberalismo di Bobbio si doveva già dubitare ai tempi di Politica e cultura: per anni i nostri maggiori ci hanno additato come esempio di rigore anticomunista gli scritti raccolti negli anni '50 in quell'antologia. Senonchè quel poco di cultura liberale che si aggira nel nostro Paese ha ben poco di che inorgoglirsi di fronte a genuflessioni al cospetto togliattiano, del tipo "sulle divergenze tra il compagno Viscinskij e noi", quali le seguenti: "Le dichiarazioni di Stalin sul movimento dei Partigiani della Pace... confermano alcuni dubbi che sono stati più volte formulati sulla natura e sull'efficacia di questo movimento. Data l'autorità della voce da cui questi dubbi traggono conferma,..." (pag. 72); "...nonostante le tesi ufficiali sembra che siano stati fatti dal regime sovietico grandi passi verso lo stato di diritto via via che esso si è venuto consolidando" (pag. 155). E così via. Ciò che più in generale colpisce è la timidezza, l'atteggiamento subalterno, con il quale Bobbio va compitando le sue banalità "liberali" (della serie "la libertà è un valore universale") rivolte ai suoi ben più agguerriti e motivati interlocutori comunisti.
Ma torniamo al filosofo del diritto. Bobbio è anzitutto considerato, con riferimento soprattutto alla sua prima fase, un "filosofo analitico", sostenitore di un approccio linguistico al diritto. In realtà, chi pretendesse di rinvenire nel Nostro le sottigliezze argomentative dei veri filosofi analitici (da Austin a Searle), sbaglierebbe indirizzo. In Bobbio, l'"analisi" si riduce a una generica invocazione al "rigore" nell'approccio linguistico-normativo; ma non riesce a evitare cadute grossolane, come quando nega il carattere empirico della norma giuridica, in quanto regola sul comportamento "futuro" e non rappresentazione di un evento accaduto (Scienza del diritto e analisi del linguaggio, in Riv. Trim. Dir. Proc. Civ., 1950, pag. 354): quasi che il riferimento al "futuro" fosse elemento incompatibile con il carattere empirico di una proposizione. La confusione tra "empiricità" e "attualità" di un enunciato è un vero e proprio strafalcione: non occorre infatti la volumetria cranica di Wittgenstein o di Carnap, per comprendere che "Domani pioverà" è enunciato empirico non meno di "Oggi piove", pari essendo la verificabilità di entrambi: basta un po' più di pazienza nel primo caso.
Il fatto è che, negando il fondamento empirico della norma giuridica, Bobbio vuole salvaguardare la sovranità del legislatore, svincolandolo da ogni limite di contenuto: da qui il suo malinteso "positivismo giuridico". Bobbio è infatti considerato, almeno per una certa sua fase, un kelseniano (poi ha seguito tutte le mode, dal funzionalismo al neo gius-naturalismo in nome dell'O.N.U.). Un formalista-realista come Kelsen, peraltro, non si sarebbe mai sognato di scrivere: "La nostra vita si svolge in un mondo di norme. Crediamo di esser liberi, ma in realtà siamo avvolti in una fittissima rete di regole di condotta, che dalla nascita sino alla morte dirigono in questa o quella direzione le nostre azioni" (Teoria della norma giuridica, Giappichelli, 1958, 3). Come si vede, abbiamo qui l'idea di un diritto un po' Mago Merlino e un po' new age; affascinante, ma il liberalismo che c'entra? La verità è che l'impostazione di Kelsen, pur con le sue rigidità, era assai più liberale di quella di Bobbio; per Kelsen non v'era sovranità possibile al di fuori del diritto, e su questo si scontrò con Schmitt; ora, da un punto di vista "realistico", Schmitt era dalla parte della ragione; ma in termini di cultura liberale il tentativo kelseniano di costruire lo Stato-tutto-diritto, benchè utopico e fallace, merita rispetto. Bobbio invece continua a dirsi "liberale" e "kelseniano", ma è in realtà schmittiano, o meglio, ciellennistico. Bobbio insomma si cura che l'idea del diritto e del costituzionalismo non si spinga sino a mettere in discussione la supremazia dei partiti e delle classi politiche dominanti, che hanno "fatto" e "custodiscono" la Costituzione repubblicana. Si veda come Bobbio massacra il delicato concetto logico-empirico kelseniano di "norma fondamentale" (Grundnorm): "La norma fondamentale... stabilisce che bisogna ubbidire al potere originario (che è lo stesso potere costituente). Ma che cosa è il potere originario ? E' l'insieme delle forze politiche che in un determinato momento storico hanno preso il sopravvento e hanno instaurato un nuovo ordinamento giuridico... Parlando di potere originario parliamo di forze politiche che hanno instaurato un determinato ordinamento giuridico" (Teoria dell'ordinamento giuridico, Giappichelli, 1960, 61). Insomma, in nome della gius-filosofia, è obbligatorio ubbidire alla partitocrazia. E sempre così sia.
lunedì 10 agosto 2009
Obama in anteprima...

Bravi!
Un manifesto con il volto di Barack Obama sta tappezzando Los Angeles in queste ore. Il presidente americano è ritratto nelle vesti di Joker, il cattivo di Batman.
Sotto il volto compare la scritta "Socialism".
Nessuno ha rivendicato l'operazione, che per ora ha preso di mira soprattutto le rampe d'accesso delle autostrade.
venerdì 17 luglio 2009
Contro la sanita' di Stato

Uno dei piu' importanti psichiatri viventi riflette sulle implicazioni liberticide della statizzazione della salute. Ricordando Thoreau.
di Thomas S. Szasz
Quando abbiamo bisogno di un meccanico, cerchiamo un’autofficina, non un centro di “assistenza automobilistica”. Analogamente, se ci serve un medico, cerchiamo “corpofficina”, non una generica “assistenza sanitaria”. Le nostre autovetture sono di nostra proprietà: I costi della loro manutenzione pesano su di noi, e noi pertanto decidiamo cosa debba essere riparato, soppesando la gravità del problema e il costo della riparazione. Il nostro sistema di assistenza sanitaria si fonda invece su principio secondo cui, sebbene I nostri corpi ci appartengano, i costi della loro “riparazione” debbano pesare sulla comunità o sullo Stato. Tale idea serve lo scopo, apparentemente nobile, di redistribuire le spese, potenzialmente rovinose, delle cure mediche delle persone più sfortunate.
Ma che cos’è l’assistenza medica?
Il concetto del rimborso dei servizi relativi alla salute si fonda sull’assunto che il problema medico che dev’essere risolto sia l’esito di avvenimenti involontari e indesiderati, e non il risultato di un comportamento volontario e mirante a uno scopo. La leucemia, il lupus, il tumore alla prostata e molte malattie infettive rappresentano avvenimenti indesiderati. Vogliamo davvero annoverare l’obesità, il fumo, la depressione e la schizofrenia nel medesimo genere di patologie?
Molti americani sono certamente disposti a pagare per assicurarsi contro il costo esorbitante delle cure della propria, malaugurata, leucemia. Ma quanti sarebbero davvero disposti a sobbarcarsi volontariamente parte dei costi dell’assicurazione a copertura delle cure per la propria depressione?
Tutti capiscono che, se vogliamo che la nostra compagnia di assicurazione copra interamente le spese che dobbiamo sostenere per la riparazione della nostra macchina, il premio della nostra polizza aumenterà in modo esponenziale. E tuttavia, nel sistema attualmente esistente, rinunciare al rimborso di spese sanitarie minime o superflue in cambio di una polizza di assicurazione sanitaria più adatta alle nostre esigenze è impossibile. Chiunque abbia una copertura sanitaria è obbligato a tutelarsi contro rischi, quali l’alcolismo o la disfunzione erettile, dei quali ci accolleremmo volentieri il costo in cambio di un premio più basso.
L’idea che ogni vita sia infinitamente preziosa e che pertanto chiunque debba godere di cure mediche ottimali e uguali per tutti è un degno sentimento religioso e un ideale morale. Dal punto di vista politico ed economico si tratta però di una vana illusione. Le persone più abbienti e istruite tendono a ricevere, in ogni aspetto della loro vita, beni e servizi migliori di quanto non tocchino in sorte a individui più poveri e meno istruiti. Non solo, ma tendono anche ad avere miglior cura di se stessi e dei propri beni, il che li porta a godere di un migliore stato di salute. Il primo requisito per disporre di un’assistenza sanitaria migliore, pertanto, non consiste nel prestare cure mediche uguali a tutti, bensì nel migliorare le condizioni economiche e l’istruzione di ciascuno dei nostri concittadini.
Il dibattito nazionale in merito alla riduzione dei costi dell’assistenza sanitaria negli Stati Uniti è frenato dalle stesse parole che noi americani utilizziamo. Dovremmo smettere di parlare di “assistenza sanitaria” come se si trattasse di un servizio pubblico collettivo, come lo spegnimento degli incendi, fornito indifferentemente a chiunque ne abbia bisogno. Nessuno Stato può fornire a tutti I suoi cittadini il medesimo tipo di servizi di “riparazione del corpo” di alta qualità. Non tutti I dottori sono medici di buona qualità, e non tutti I malati sono pazienti altrettanto buoni.
Se continueremo ad intestardirci nella nostra ricerca donchisciottesca del feticcio dell’uguaglianza in campo sanitario, dovremo sacrificare la nostra libertà personale. Diventeremo volontariamente gli schiavi di uno Stato “misericordioso” che offrirà la stessa mediocre assistenza medica a tutti.
Com’è noto, Henry David Thoreau ebbe a osservare: «Se sapessi con certezza che qualcuno sta venendo a casa mia con l’intenzione di farmi del bene, scapperei a gambe levate». A tal punto Thoreau temeva l’idea che anche un solo individuo armato delle migliori intenzioni si intromettesse nella sua esistenza. Oggigiorno troppe persone accettano l’idea che l’apparato coercitivo dello Stato moderno possa governare la loro vita per il loro bene.
Istituto Bruno Leoni: http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=8083
domenica 5 luglio 2009
Il problema delle Privatizzazioni

Il testo tradotto di Thomas L. Knapp che illustra alla perfezione l'opinione dei libertari verso le privatizzazioni effettuate per e dallo stato . Il Center for a Stateless Society (http://c4ss.org/) ha traduttori anche in spagnolo, vi è bisogno di qualcuno di buona volontà che traduca in italiano.
Il problema delle Privatizzazioni
Nel corso degli ultimi 25 anni, la parola "privatizzazione" è divenuta da un'idea innovatrice ad un termine jolly per definire procedimenti abituali dei governi, abitualmente descritti come "società miste pubblico-private".
Alcune settimane fa [l’ 8 di maggio] l'Amministrazione Nazionale dell'Aeronautica e lo Spazio, NASA, annuncia la sua iniziativa di privatizzazione: imbottigliata nello sviluppare un ricambio per le attuali navette spaziali, l'agenzia vuole comprare, razzi e capsule per missioni gestite da imprese private. Altre proposte recenti di privatizzazione includono campi abbastanza diversificati come la gestione di Internet o i servizi di accoglienza negli Stati Uniti.
L'idea che ispira le privatizzazioni consiste nel considerare il settore privato ( il "mercato") operatore di maggior "efficienza" rispetto al settore pubblico, quello che suppone risparmi di costi al contribuente. Si dice, e con ragione che un'impresa privata può produrre per un dollaro un prodotto che ad un'impresa gestita dallo Stato costerebbe due dollari.
Nasce spontaneamente la domanda: Per quale motivo vi è la necessità del governo? Perché non comprare le cose direttamente nel mercato libero invece di portare il denaro alle imprese attraverso una burocrazia inefficiente che aumenta i costi dal prezzo di mercato al "prezzo di Stato?"
Gli anarchici più convinti non avranno bisogno di maggiore giustificazione per respingere “questi” processi di privatizzazione. Tuttavia, altri possono avere bisogno di maggior informazione nel capire che le “privatizzazioni” così fatte sono inaccettabili e sono un' abbondanza.
La privatizzazione,praticata oggi, è un processo che rinforza lo Stato e debilita il settore privato. Ironicamente, un processo che si vende come un trasposto ai "valori di impresa" dal settore pubblico ha portato giustamente al risultato contrario. In primo luogo, "privatizzazione" è una definizione erronea di questo tipo di processi. In un progetto governativo "privatizzato", lo Stato continua a mantenere l'autorità e il monopolio principale … portandosi sugose fette finanziarie attraverso metodi di "gestione" e "supervisione". Il controllo dello Stato su qualsiasi progetto lo mantiene nella nauseabonda sfera del politico, mentre le "commissioni" addizionali sparano il prezzo dai prezzi di mercato verso "prezzi politici." D'altra parte, le imprese che guadagnano i bandi o che vorrebbero prendere parte ad essi non sono necessariamente le più efficienti del mercato. Normalmente sono le imprese con migliori contatti ed influenza nella sfera politica. Ergo, la "privatizzazione", più che una forma di solvere le inefficienze dello Stato, è un vettore di quelle inefficienze verso il settore privato.
Infine, c'è una perversione totale nel funzionamento delle "società miste": sebbene in esse lo Stato mantenga l'autorità fondamentale, è l'impresa privata quella che si fa carico della maggior parte della responsabilità nei possibili risultati sfavorevoli.
Così quando un progetto di privatizzazione fallisce, i burocrati sono sempre pronti a dar la colpa alle imprese private, dimenticando che quelle imprese lavorano sotto una regolamentazione statale pazzesca.
Le imprese di mercato sono quindi quelle “sbagliate”: d'altra parte, le "imprese private" con le miglior connessioni politiche sono pronte a mettere il mestolo nel seguente processo (falso) di privatizzazione anche in caso di fallimento aspettando che l'opinione pubblica dimentichi l'incidente.
Da parte loro, le agenzie governative ottengono una reputazione perfetta ed intatta.
La privatizzazione, come oggi la si pratica, è un gioco truccato, “(faccia): lo Stato guadagna; (croce): l'impresa privata perde”. Se una privatizzazione dà risultati scandalosi, fallimenti, rovine, la colpa è del mercato e lo Stato dovrà intervenire per salvare le colpe del mercato. Se una privatizzazione ha un certo successo, lo Stato prende il credito del progetto e continua ad "ingrassare". L'alternativa alle privatizzazioni che si praticano oggi che potremmo chiamare "privatizzazione di incollatura", è un'autentica privatizzazione: i servizi che tradizionalmente “presta” lo Stato devono essere completamente tolti dei suoi artigli. La giustificazione delle “privatizzazioni di incollatura” è che, in realtà e tutti i burocrati lo sanno, il mercato è più efficiente del settore pubblico. Per qualunque cosa.
sabato 4 luglio 2009
Troppo grandi per fallire, troppo grandi per riuscire

Peter Wallison spiega perché il piano di Obama per riformare la finanza è l'apripista della trasformazione degli Stati Uniti nel nuovo baluardo del socialismo reale
di Peter J. Wallison
In un discorso tenuto ieri alla Casa Bianca il presidente Barack Obama ha illustrato a grandi linee la regolamentazione futura del sistema finanziario. Il presidente ha descritto sostenendo che esso pone le basi “per una crescita economica sostenuta” e “una trasformazione di entità mai vista dai tempi delle riforme seguite alla Grande Depressione”. Su questo non gli si può dare torto.
Il piano, se verrà approvato, trasformerà in modo fondamentale la natura del nostro sistema finanziario e della nostra economia. Gli assunti e le preoccupazioni che sottendono il progetto di Obama sono chiari, e diventano ancora più chiari se prendiamo in considerazione gli altri modi in cui questa amministrazione ha affrontato le conseguenze della concorrenza, primi tra tutti gli pseudo-fallimenti di General Motors e Chrysler e gli imminenti cambiamenti nella politica antitrust. Per quanto il presidente abbia affermato di sostenere il libero mercato, queste iniziative confermano il sospetto che l’amministrazione tema la “distruzione creativa” prodotta dal funzionamento del libero mercato, preferendo la stabilità all’innovazione, alla concorrenza e al cambiamento.
Secondo il Libro Bianco fatto circolare dall’amministrazione poco prima il discorso del presidente, la Federal Reserve sarebbe autorizzata a creare un regime normativo speciale (con tanto di requisiti di capitale, leva debitoria e liquidità) per qualsiasi azienda che presenti una «combinazione di dimensioni, leva e interconnessione tale da presentare una minaccia alla stabilità finanziaria in caso di fallimento». Inoltre, qualora una grande azienda finanziaria dovesse rischiare di chiudere I battenti, al tesoro verrà attribuito il potere di evitare la bancarotta e di nominare invece un curatore o un amministratore speciale al fine di “stabilizzare” la società in questione.
La scelta di particolari società finanziaria per questo tipo di trattamento speciale indica chiaramente al mercato che questi istituti sono troppo grandi per fallire. Così facendo, si attenuerà la percezione del rischio connesso alla concessione di prestiti a queste società finanziarie, il che, a sua volta, permetterà a queste ultime di ottenere finanziamenti ad un costo interiore rispetto ai concorrenti più piccoli.
In altri termini, il piano dell’amministrazione creerebbe in sostanza imprese a sostegno pubblico, non molto diverse da Fannie Mae e Freddie Mac, in ogni settore finanziario: assicurazioni, società di gestione di titoli, società finanziarie, holding bancarie e hedge fund. In ciascun settore alcune aziende, ma non altre, verranno prescelte per questo particolare tipo di tutela. Per la concorrenza, il risultato sarà devastante. Le imprese più grandi metteranno alle strette quelle più piccole e le piccole società più intraprendenti avranno minori opportunità di superare I vincitori appoggiati dalle autorità.
Per giunta, la proposta di mettere a disposizione uno specifico meccanismo di salvataggio per le grandi aziende rafforza l’impressione che queste società non verranno mai chiuse o messe in liquidazione. Appellandosi allo sconvolgimento del mercato che ha fatto seguito al crollo di Lehman Brothers, l’amministrazione sosterrà che fallimenti siffatti sono “causa di disordine”. Il fallimento, però, è una conseguenza dell’assunzione di rischi, ossia dell’origine stessa della forza della nostra economia mentre lo scopo del piano dell’amministrazione, in ultima analisi, è proprio prevenire il rischio e le sue conseguenze.
Lo scompiglio successivo al crollo di Lehman si è prodotto perché I soggetti operanti sul mercato si aspettavano che, dopo il salvataggio di Bear Stearns, tutte le società più grandi sarebbero state salvate dal fallimento. Quando Lehman non è stata salvata, tutti I concorrenti sul mercato hanno dovuto ricalibrare I rischi connessi alle loro relazioni con gli altri soggetti, provocando un congelamento del credito e il tentativo di fare incetta di contanti. Di per sé, il fallimento di Lehman non ha causato perdite sostanziose e, meno di due settimane dopo l’annuncio del fallimento, il curatore ha potuto vendere a quattro diversi acquirenti le componenti di Lehman attive nel campo dell’intermediazione, dell’investment banking e della gestione degli investimenti.
Confrontiamo tutto ciò con AIG, l’azienda presa dall’amministrazione quale esempio paradigmatico di società salvata dai poteri pubblici perché “troppo grande per fallire”.
Sotto il controllo pubblico, la società sta lentamente andando in disfacimento, a danno dei contribuenti.
La paura mostrata dall’amministrazione nei confronti degli esiti della concorrenza si ravvisa anche in ambiti diversi dalle politiche relative al settore finanziario. Prendiamo General Motors e Chrysler: sul mercato, le due case automobilistiche erano state sconfitte. Molto semplicemente, non sapevano costruire automobili che piacessero ad un numero sufficiente di americani.
La loro scomparsa non avrebbe messo a repentaglio la stabilità del sistema finanziario, anche se, indubbiamente, avrebbe creato grossi problemi a fornitori, concessionari e dipendenti. Ciò nonostante, l’amministrazione non ha permesso che le due società fallissero. A dispetto di tutte le chiacchiere sulle priorità del credito, il punto essenziale è che l’amministrazione si è servita dei soldi dei contribuenti per rovesciare il verdetto del mercato. Se vogliamo un assaggio di quello che farà l’amministrazione con l’autorità che vuole avere in relazione alle grandi società finanziarie, non dobbiamo cercare oltre.
Lo stesso modello relativo alla concorrenza sui mercati può essere ravvisato nella nuova politica antitrust del Dipartimento della Giustizia. Christine Varney, nuovo sottosegretario alla giustizia incaricato della politica antitrust, ha affermato che le politiche americane devono assomigliare di più a quelle europee. Fino ad oggi le politiche antitrust adottate dagli Stati Uniti hanno cercato di tutelare la concorrenza. l’Europa, dal canto suo, cerca di proteggere I concorrenti. Mettere al riparo I concorrenti significa soffocare le capacità delle aziende più abili, vuol dire permettere a manager e piani industriali inferiori di rimanere in attività e, così facendo, impedire di emergere alle aziende più valide. Anche in questo caso, la stabilità prevale sul cambiamento e sul progresso.
Il presidente ha affermato in varie occasioni, non ultima il discorso dell’altro ieri, di «essere sempre stato un convinto assertore della potenza del libero mercato», ma la ricetta offerta dalla sua amministrazione mette a nudo un convincimento ben diverso. In AIG, General Motors, Chrysler, Fannie Mae e Freddie Mac possiamo vedere quale futuro immagina l’amministrazione Obama per la nostra economia: una struttura sclerotica e immutabile di grandi aziende che collaborano, sono protette e fanno affidamento su uno Stato onnipotente.
Peter J. Wallison è senior fellow dell’American Enterprise Institute
Questo articolo è stato originariamente pubblicato sull'edizione del 18 giugno 2009 del Wall Street Journal, che ringraziamo per la cortese concessione alla riproduzione.
http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=8022
venerdì 29 maggio 2009
A OGNUNO LA SUA BANCA
Mentre in Europa si discuteva su come le élites potevano guidare gli oppressi alla conquista del potere, gli anarchici americani discutevano di antitrust, di voto alle donne, di diritti e poteri dei consumatori, di difesa della proprietà individuale, di copyright. L’odio per uno stato liberticida e il principio della sovranità dell’individuo non sono affatto patrimonio esclusivo del liberalismo. Intervista a Pietro Adamo.
Pietro Adamo si occupa principalmente del protestantesimo radicale e della cultura politica dell’anarchismo, sui quali ha scritto vari saggi.
Sembra che il liberalismo sia attualmente l’unica tradizione politica rimasta sulla scena. Esistono però tradizioni di pensiero che potrebbero dare spunti interessanti, e fra queste l’anarchismo autoctono americano, così poco conosciuto in Italia. Da dove deriva tale tradizione?
La tradizione dell’anarchismo autoctono americano, che copre quasi tutto l’800, è stata una corrente di pensiero originale e articolata che si è fondata principalmente sulla realtà sociale e culturale americana, con rarissimi contatti con i movimenti e i teorici che hanno costituito l’anarchismo in Europa. Degli esponenti più noti di questa tradizione -Lysander Spooner, Benjamin Tucker, Josiah Warren, Stephen Pearl Andrews-, l’unico che conosceva bene le opere di Stirner, Bakunin, Kropotkin era Benjamin Tucker, che le fece anche tradurre o le tradusse egli stesso, ma fino a lui gli anarchici americani maturarono il loro anarchismo in modo assolutamente autoctono rispetto a quella tradizione europea (che parte da William Godwin e arriva fino a Errico Malatesta, e che comprende Stirner, Bakunin, Proudhon, Kropotkin, Reclus, Faure e tanti altri) che oggi definiamo “anarchismo classico”. Questa elaborazione autonoma americana, come dicevo, durò fino a circa il 1890, quando, con l’immigrazione di italiani, tedeschi, ebrei negli Stati Uniti si ebbe l’introduzione di tematiche tipicamente europee che fecero sì che i leader del movimento anarchico americano del primo ’900 -vale a dire Emma Goldman, Alexander Berkman, Johann Most, non a caso tutti immigrati- avessero come punto di riferimento non la tradizione libertaria americana, ma quella europea, essenzialmente Kropotkin e l’anarco-comunismo.
L’atteggiamento di questi anarchici americani nei confronti della proprietà era, comunque, quello di una difesa strenua e si proponevano di liberalizzare il mercato togliendo di mezzo tutti i monopoli, le corporazioni, le gilde, i trattamenti di favore, la concessione di patenti, perché questi strumenti, a loro giudizio, opprimevano il popolo. Non a caso saranno fra i primi a parlare della necessità di lottare contro le concentrazioni industriali che finiscono per diventare monopoli, parlavano cioè di antitrust. Per loro il prezzo dei prodotti era alto perché su queste cose veniva caricato il peso dei monopolisti, di gente che non lavorava. Dal loro punto di vista l’adozione di una politica liberale era intesa a difendere la gente che lavorava: i bottegai, gli artigiani, gli operai, i lavoratori a giornata. Io penso che ci siano addirittura dei modi per leggere persino Adam Smith in questo modo, ed infatti un anarchico americano contemporaneo, Bob Black, ha scritto delle paginette divertenti su Adam Smith e sul problema del lavoro che fanno intendere come per molti l’adozione del sistema del libero mercato e del libero scambio, cioè del sistema capitalista (anche se “capitalista” è il modo in cui noi chiamiamo la degenerazione del sistema della proprietà privata), può essere vista in chiave protettiva per i ceti più poveri, piuttosto che in chiave berlusconiana…
Il gradualismo degli anarchici americani nasce dal riconoscimento che non vi è altra possibilità di rivoluzione radicale che non sia rivoluzione delle coscienze. La rivoluzione è la maturazione dell’individuo, non tanto un rivolgimento politico, il quale, quando avviene, non può essere preso in sé stesso, ma solo in relazione alla rivoluzione nelle coscienze. Quando gli anarchici americani si confrontano direttamente con i meccanismi del politico (governi, parlamenti, polizie, eccetera) finiscono quasi sempre su posizioni anarchiche classiche. Quindi i meccanismi del politico vengono visti in senso estraniante, come un processo di continua sottrazione di diritti e potenzialità al cittadino, in sostanza come uno degli elementi fondanti del sistema di dominio di una parte minoritaria della società sulla maggioranza. Questo, tuttavia, non comporta, come invece accade all’anarchismo europeo, l’apertura alla necessità di una dimensione “altra”, utopica. A questo proposito, comunque, direi che le elaborazioni sono decisamente molto sfumate, perché l’unica possibilità che a molti di loro rimane, data la loro formazione ed i presupposti che essa comporta, è ipotizzare un ritorno allo stato della perfetta naturalità, ma è una mentalità che non viene direttamente accettata perché comporterebbe il contrasto fra natura e società, che a sua volta non viene accettato. Spooner, per esempio, contrappone ad ogni istituzione del politico il richiamo ad una società naturale fondata sul libero contratto e sulla libera iniziativa, ma si guarda bene dallo spiegare in concreto come questa si dia e come possa funzionare. Non lo fece Spooner, non lo fece Andrews, non lo fece Tucker, ma lo ha fatto Robert Nozick, un filosofo contemporaneo, in Anarchia, stato, utopia e non è un caso che in nota, dica “Per il retroterra di queste riflessioni si veda Lysander Spooner e Benjamin Tucker…”. L’operazione che gli anarchici americani classici non hanno fatto, cioè come liberarsi del politico senza ricadere in una naturalità impossibile, che altro non sarebbe che forma mascherata di politico, è stata tentata da Nozick e secondo me neanche lui c’è riuscito, semplicemente perché non è possibile. Sempre a questo proposito si possono trovare degli spunti in un paragone fra Spooner e Tucker: mentre in Spooner la contrapposizione fra società “politica” e società “naturale” finisce per essere plateale, nel caso di Tucker la formulazione è molto più produttiva e interessante perché da un lato c’è lo svelamento dei meccanismi autoritari del politico, mentre dall’altro c’è la consapevolezza che è in quell’ambito che occorre andare ad operare, che è una scelta dettata dalla necessità.
domenica 17 maggio 2009
La terza America. Un manifesto

Ron Paul
La terza America. Un manifesto
The Revolution
TRADUZIONE DI STEFANO COSIMI
Anno di pubblicazione: 2009
PAGINE 196 EURO 16,00
Non esistono solo l’America dei Republicans e l’America dei Democrats. I due cliché attraverso i quali siamo abituati a leggere la realtà d'Oltreoceano danno un'immagine solo parziale, semplicistica e semplificatrice di quella grande democrazia. Pressoché ignorata dai media, esiste anche un'altra America, una élite di pensatori e politici, che nei due schieramenti, al di là delle contrapposizioni di facciata, vede una sostanziale identità nel tradimento degli ideali che ispirarono i Padri fondatori.
Questa altra America, trasversale, autenticamente libertaria, e conservatrice dei valori originari dell'Unione, combatte l'invasività dei poteri presidenziali, del governo federale, della Corte suprema, del fisco. È contro gli interventi militari all'estero e invoca il pieno ripristino dell'habeas corpus, gravemente calpestato dopo l'11 settembre. Persegue la liberazione dell'economia dalle distorsioni che i governi (sia Democrat che Republican) hanno provocato attraverso dazi, sussidi, esenzioni, protezionismo, inflazione monetaria, e sollecita a tale scopo l'abolizione della Banca Centrale. Nel respingere ogni ipotesi di Stato etico rivendica il diritto per ciascuno a istruire i propri figli in famiglia, ed è decisamente antiproibizionista in materia di droghe.
domenica 12 aprile 2009
Internet, semplicemente vittoria

Secondo una ricerca sul comportamento online degli utenti europei e sulle tendenze per il futuro pubblicata da Microsoft (non di certo gli ultimi quanto a Web e Computer…) giugno 2010 è la data fissata per il fatidico e inevitabile sorpasso di Internet ai danni della televisione. Quelli di Redmond sono talmente certi della cosa da lanciare la notizia con tutti i crismi dell’ufficialità: per la prima volta, insomma, il Web sottrarrà al tubo catodico tradizionale il primato di mezzo di comunicazione più utilizzato. Secondo l’indagine, nel 2010 l’utilizzo di Internet raggiungerà una media di 14,2 ore alla settimana (più di 2,5 giorni al mese), rispetto alle 11,5 ore alla settimana (2 giorni al mese) della tv.
Non stiamo parlando del declino della televisione, bensì di un mutamento, drastico, nel modo di fruire dei contenuti televisivi. Anche perché sarà la televisione stessa a diventare uno strumento simbiotico con il Web, forse propedeutico, grazie a tecnologie sempre più avanzate che permetteranno una interattività completa. Senza contare che la tv è anche oggi fruibile attraverso altri media come personal computer e cellulari.
E’ un processo, questo, che è cominciato concretamente nel 2001, sebbene fosse un sommovimento organico e inevitabile in ogni caso, quando due aerei si schiantarono contro le Torri Gemelle a Manhattan graffiando la potenza del “mostro imperialista”: allora il potere di Internet fu per la prima volta nell’era moderna estremamente evidente agli occhi di tutti e sotto gli occhi di tutti.
Per quel fatidico mese di settembre i quotidiani online, che giusto in quegli anni cominciavano la loro scalata, furono presi d’assalto registrando punte record mai raggiunte prima: la gente stava capendo, in un momento emotivamente tragico, che esisteva vita oltre il tubo catodico. Le varie testate online si inventarono modi nuovi di raggiungere il pubblico e i video e le statistiche messe in rete dai navigatori aiutarono in maniera decisivo allo svisceramento dell’argomento “11 settembre”. Le Torri Gemelle hanno fatto a Internet, quello che l’assassinio di Kennedy fece alla televisione. Se sarà storia o meno, lo vedremo tra qualche anno.
da: http://www.movimentolibertario.it/home.php
venerdì 10 aprile 2009
Obama, Obametto....

Ricordate le promesse di Bertinotti sulla guerra e il pacifismo?
Obama, peggio. Colui che tutti amano e che è divenuto il paladino della pace, del progresso e della Nuova America, che con il prosegiure del tempo assomiglia sempre più ad una repubblica sovietica protocapitalista, rafforza e continua la guerra voluta dai governi e dai capitalisti.
Obama, mostra il suo vero volto, che poco cambia quanto fatto da Bush.
"Il presidente americano Barack Obama ha detto a Strasburgo che il vertice della Nato ha visto un "sostegno forte e unanime" alla nuova strategia per l'Afghanistan e che i 28 alleati hanno approvato l'invio di 5.000 tra soldati e addestratori nel Paese. "Siamo forti e uniti: non ci prenderanno per stanchezza, continueremo con successo la nostra missione", ha aggiunto il presidente americano.
Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs ha spiegato che gli alleati della Nato si sono impegnati ad inviare circa tremila soldati per il periodo delle elezioni in Afghanistan assieme ad altri circa duemila addestratori. Tra i Paesi che invieranno truppe per le elezioni, Gibbs ha citato la Gran Bretagna (900 soldati), la Germania (600 soldati) e la Spagna (450 soldati). Inoltre saranno inviate circa 70 squadre di addestratori: ogni squadra avra' tra le 20 e le 40 persone, ha detto Gibbs.
E tutti che avete amato ''THE CHANGE'', siete contenti della vostra scelta?
domenica 1 marzo 2009
RIVOLUZIONE O ANTITRUST?
Nel tardo Ottocento e nel primo Novecento, a dividere la sinistra rivoluzionaria, prevalentemente europea, dalla sinistra -di matrice liberale- riformista in senso libertario, prevalentemente americana, fu essenzialmente il diverso modo in cui queste guardavano alla società. All’epoca si sarebbe detto il modo in cui si giudicava la società, anche se noi, oggi, possiamo anche dire il modo in cui, nel senso più lato, si giudica l’Occidente. In Europa, il mondo del capitalismo avanzato, della società borghese, della produzione e del consumo, era visto come qualcosa di estremamente negativo, quasi come il male che alligna nella storia e che, quindi, bisognava eliminare; cosa ottenibile soltanto con una rigenerazione totale, cioè con una distruzione che non lasciasse alcuna via di scampo all’esistente e, conseguentemente, con una ricostruzione che non poteva che ripartire dalle radici. Al contrario, la sinistra libertaria americana guardava alla società del capitalismo avanzato, dello stile di vita borghese -che all’epoca tendeva ad allargarsi anche verso ceti sociali che borghesi non erano-, non tanto come ad un qualcosa di positivo in sé, quanto come ad un qualcosa di positivo nel suo costrutto di fondo. Quello che, cioè, i libertari americani scorgevano nella società dell’Occidente avanzato era la potenzialità che questa stessa società aveva di essere migliorata, quindi di portare verso una società migliore e più giusta. Quindi, mentre in Europa si riteneva che l’esistente dovesse essere distrutto fin dalle radici, perché in esso non ci sarebbe stato nulla di buono, in America si tendeva a guardare a questo stesso esistente scorgendone i lati positivi, cioè gli aspetti che sembravano poter permettere una libertà maggiore, maggiori possibilità per gli individui, tramite il meccanismo della concorrenza. Penso che sia da queste differenze che si origina il sostanziale riformismo dei libertari americani, ma non solo, perché anche in Europa, in una certa sinistra, anche socialista e anarchica (ad esempio lo spagnolo Ricardo Mella), vi era un afflato riformistico o “migliorista” radicale, cioè vi erano degli sperimentalisti, vi erano coloro che rifiutavano l’ethos della rivoluzione perché ne comprendevano la dinamica più vera, cioè, semplificando moltissimo, quella giacobina che porta al terrore.I libertari americani (fra loro, comunque, anche assai diversi) sono stati un momento molto creativo nella filosofia politica moderna, e questo non solo per le loro proposte politiche. Alla metà dell’Ottocento, ad esempio, Lysander Spooner certamente pensava potesse essere allargato il “modello far west”, cioè una società di piccoli agricoltori, o di piccoli imprenditori, in grado di reggersi da soli -con la loro famiglia, la loro impresa-, proprio perché erano autonomi, liberi, sul territorio. Questo era, in fondo, un ideale che risaliva ai jeffersoniani del secolo precedente; era l’ideale, appunto, di una nazione di agricoltori indipendenti e autonomi che potevano benissimo costruirsi una società libera per loro conto, senza alcun bisogno di avere rapporti strutturati con l’esterno. Certo, in questa visione c’è molto di ingenuo, infatti non ha saputo fare i conti con ciò che è venuto dopo, cioè col fatto che il mondo capitalista si è invece allargato nella direzione opposta, nel senso di un’ulteriore strutturazione e stratificazione sia a livello sociale sia nella costruzione del potere. Nei primi decenni del Novecento, quindi in una situazione di capitalismo già più strutturato, William Greene, Joseph Labadie o Benjamin Tucker (che pure, alla fine della sua vita, arriverà quasi a dire che il capitalismo è irriformabile e quindi va distrutto), sosterranno invece che nell’Occidente avanzato vi sono i germi di una libertà possibile, ed è su questi che bisogna lavorare. Per questo scartavano a priori l’ipotesi rivoluzionaria che, secondo la loro esperienza, la loro lettura del moderno, porta irresistibilmente verso la dittatura, il terrore, la ghigliottina giacobina, eccetera. Questi non pensavano più all’ideale un po’ conservatore dell’agricoltore indipendente, ma situavano la loro analisi nelle grandi città, nei grandi centri urbani e industriali del nord, e insistevano sulla questione della proprietà non in relazione al pezzo di terra, ma in relazione al modo in cui, ancora oggi, la intendiamo noi, cioè la proprietà della casa e dei mezzi di produzione. Da qui la loro insistenza, in nome dell’ideale di autonomia sul mercato del produttore e del consumatore, sulla necessità di evitare il monopolio. Non a caso tutti questi fanno quasi sempre riferimento a Proudhon. Tucker tradusse in inglese Che cos’è la proprietà e altri scritti di Proudhon, e tuttora, in America, il mutualismo proudhoniano è una tendenza molto forte. Da queste basi nasce ovviamente la loro insistenza sull’antitrust, che però non è visto come una “sanatoria” del capitalismo, ma solo come uno degli strumenti per ostacolare la tendenza capitalistica al monopolio. La loro azione principale, infatti, era indirizzata nel senso di approntare una serie di strutture che evitassero la costruzioni di monopoli nelle sfere più importanti della vita: la terra, la rendita, il lavoro, lo scambio. L’idea centrale era quella che una società libera è una società basata su una concorrenza non viziata dal mercato o, potremmo dire ancora di più, su una concorrenza che deve essere mantenuta tale anche a costo di litigare con il mercato stesso, perché, appunto, il più grande contributo teorico di Proudhon alla teoria economica è stato proprio quello di avere avvertito, molto prima di Marx e con maggiore acume di Marx, che in realtà il meccanismo reale del mercato -il mondo degli uomini reali e non quello delle fantasie degli economisti- avrebbe portato ad accentramenti e a monopoli, piuttosto che a libertà e concorrenza. Come si diceva prima, queste posizioni dei libertari americani portarono a delle polemiche con gli europei. Tucker litigò, in una polemica durata 30 anni, con tutti i comunisti e gli anarco-comunisti europei presenti negli Stati Uniti, ed anche con quelli che stavano in Europa. Non a caso diceva che Piotr Kropotkin, uno dei principali teorici dell’anarco-comunismo, non era un anarchico né un libertario, ma era soltanto un comunista rivoluzionario. Ebbe anche una polemica con Johann Most, un comunista libertario tedesco emigrato negli Stati uniti, dove era divenuto uno dei leader delle tendenze rivoluzionarie.La polemica fu gravissima, riguardò un po’ tutto, anche aspetti etici. Tucker, per fare un esempio, era assolutamente contrario al principio per cui “i panni sporchi si lavano in famiglia”, quindi, quando venne a conoscenza del fatto che alcuni illegalisti vicini al circolo di Most attuavano, in combutta con dei dipendenti di una società di assicurazione, la pratica dell’incendio doloso, non solo denunciò pubblicamente sul suo giornale (il “Liberty”) tale attività, ma invitò anche tutti gli anarchici dotati di buon senso a fare esattamente la stessa cosa. Una posizione di questo tipo, nei movimenti rivoluzionari, fra gli anarchici, è impensabile a tutt’oggi: riuscite ad immaginarvi qualche anarchico dei giorni nostri denunciare su un giornale anarchico, con nome e cognome, qualcuno che sa essere coinvolto in qualche banda di “anarco-insurrezionalisti”? Mi sembra comunque che l’esperienza dia sostanzialmente ragione a Proudhon, ai proudhoniani e ai libertari americani, nel senso che, siccome il mercato ideale, quello vagheggiato da Marshall, da tutti i marginalisti e dai neo-marginalisti, non esiste, ed esistono invece gli uomini veri, avendo a che fare con essi, che non sono perfetti come li vorrebbero gli economisti, bisogna tener conto che molto spesso la liberalizzazione fatta senza pensiero, senza riflessione, conduce proprio a forme di monopolio. Per comprendere questo non è che uno deve andare all’America degli anni ‘90 dell’Ottocento, gli basta stare nell’Italia di oggi, e pensare a come è stata fatta la liberalizzazione dell’etere, che invece di far nascere un mercato libero ha creato un duopolio, se non un monopolio mascherato.
Dal mensile: Una Città
mercoledì 25 febbraio 2009
Crisi, banche, potere e istituzioni

Intervista a Domenico De Simone (http://www.disinformazione.it/domenicodesimone.htm)
Domenico De Simone quali condizioni sono necessarie perché si verifichi una crisi e/o depressione economica?
Beh, ma noi già siamo in una situazione di crisi economica!
L'elemento che scatena le crisi come l’attuale è la carenza di domanda, e questa nasce dal fatto che i redditi non sono sufficienti a sostenere la produzione. Sembra assurdo, perché la gente continua a lavorare e ci dicono che l’economia continua a crescere. Il problema, infatti, è il denaro e la sua distribuzione. Quando manca il denaro la gente vede ridurre la propria capacità di spesa, le industrie, qualunque cosa producano, devono ridurre la produzione e per farlo licenziano, questo riduce ulteriormente i redditi disponibili per il consumo e così si innesca una spirale perversa che porta alla crisi. Per questa ragione Keynes immaginò un meccanismo di spesa dello stato, anche improduttiva, (ricordo l’esempio storico della squadra di operai ingaggiata per aprire una buca per terra, e di un’altra squadra ingaggiata per chiudere quella stessa buca), che però aveva la funzione di far ripartire l’economia. Gli operai spendevano il loro reddito e questo consentiva alle imprese di produrre altri beni e di assumere altri operai che, a loro volta, avrebbero speso il loro reddito. In questo modo si innescava un circolo virtuoso di reddito-spesa-investimento che faceva ripartire l’economia. Keynes disse che questo era un rimedio temporaneo contro la crisi, poiché occorreva poi ripagare il debito aggiunto che lo stato assumeva. In realtà, esso è divenuto il meccanismo permanente di stimolo dell’economia, attraverso la creazione del denaro da parte delle banche che genera debito tra tutti i soggetti dell’economia. Per aumentare il denaro in circolazione le banche centrali abbassano il tasso di sconto per rendere più facili i prestiti. Le crisi precedenti sono state tutte superate in questo modo. Oggi questo non è possibile, perché i soggetti dell’economia, imprese, Stati e famiglie, sono troppo indebitati e non possono assumere nuovi impegni. Il problema deve essere affrontato a monte, nel meccanismo di creazione del denaro che, ora, è affidato alle banche per il tramite del debito. Le banche locali si indebitano con la banca centrale e moltiplicano, in funzione del proprio tasso di riserva, il denaro concedendo nuovi prestiti. L’economia gira, però non solo sale il debito complessivo, ma le banche in questo modo si appropriano della ricchezza prodotta dalla società. D’altra parte il capitale finanziario deve produrre interessi. E allora, solo uscendo dalla logica del profitto, dalla generazione continua di interessi, possiamo immaginare un’altra economia e un’altra società.
L'attuale situazione politico-economica è stata paragonata a quella del 1929, che sappiamo fu risolta con la Seconda Guerra Mondiale. E oggi? Non sarà mica necessaria un'altra Grande Guerra?
Oggi Bush vorrebbe farla la guerra. La 2° Guerra mondiale tolse dalle strade tanti milioni di disoccupati e costrinse la gente a lavorare e produrre in condizioni di assoluta soggezione, senza poter obiettare nulla sulle condizioni di lavoro, anzi con lo slancio e lo spirito patriottico per la difesa della patria.
Il concetto della "buca per terra" è identico a quello del carro armato, del missile, dell'aereo che vengono distrutti: tu fai una cosa che viene distrutta, e più produci più distruggi, più distruggi più produci. Il sistema aveva le risorse, umane e materiali per fare un grande salto nella produzione, e fu finanziato attraverso il debito pubblico. In questo modo, nel 1942 il livello medio di vita degli americani era più elevato di quello del 1937, cinque anni prima della guerra, nonostante fossero in pieno sforzo bellico.
Ora però non è più possibile, perché non ci saranno 18 milioni di americani che andranno a fare la guerra, nemmeno se decidessero di fare la guerra a tutto al mondo...o in quel caso forse sì! La guerra non può essere la soluzione a questa crisi. Semmai può risolvere la crisi delle imprese di alcuni amici di Bush, che posseggono imprese di produzione di armi, di software connesso alla guerra, di petrolio. A proposito di petrolio, se dovesse esserci la guerra in Iraq, o in Medio oriente il prezzo del greggio salterà alle stelle, provocando profitti enormi.
Da esperto economista quale è, oggi come oggi, chi controlla l'intera economia mondiale? Vogliamo nomi e cognomi!
Un pugno di signori che non conosciamo, che determinano le politiche economiche e finanziarie del sistema mondiale. Signori che non sono mai stati eletti da nessuno. Di alcuni i nomi li conosciamo: Greenspan, Duisenberg, il “nostro” Fazio, insomma i governatori delle banche centrali. Ma in realtà dietro loro ci sono delle lobby che decidono quelle politiche. Che fanno parte di quei consigli di amministrazione della FED, il FOMC, quelli del FMI, della Banca Mondiale, del WTO, ecc. che rappresentano le grandi lobby finanziarie del mondo. Sono volti sconosciuti, che non appaiono mai o quasi mai in circolazione. Su di essi girano anche molte leggende. Ma sono questi i veri signori che controllano il mondo!
Le multinazionali, tutte nelle mani del potere economico, che ruolo giocano in tutto questo?
Le multinazionali sono sostanzialmente nelle mani del potere finanziario che decide le loro sorti. Non conta affatto la qualità del prodotto o la sua utilità sociale, ma solo la logica del profitto. Se c’è una ragione per cui i comportamenti delle multinazionali diventano sempre più spietati è proprio che esse devono rispondere alla logica puramente numerica ed immediata del profitto finanziario, mentre, se fossero libere, pur rispondendo sempre alla logica del profitto, avrebbero un minimo di sensibilità nel confronti delle ragioni della clientela, ed un occhio diverso anche ai propri interessi. Insomma adotterebbero strategie di più ampio respiro. Tutte le multinazionali sono dominate da un manipolo di banche, per lo più londinesi. Questo è davvero assurdo.
Le campagne di boicottaggio possono essere utili in questo progetto di cambiamento?
Le ritengo giustissime e soprattutto da approfondire e proseguire. Noi dobbiamo prendere coscienza come consumatori. Dobbiamo capire una cosa fondamentale, che noi dobbiamo passare da consumatori passivi a consumatori critici. Questo passaggio è assolutamente rivoluzionario perché sconvolge il meccanismo di riproduzione del capitale. La lotta è contro la logica del profitto immediato del capitale finanziario, ed è lì che dobbiamo colpire, anche con comportamenti di consumo consapevole. Andare oltre la logica del profitto, combatterla attraverso il consumo, crea un cortocircuito all'interno del loro meccanismo.
Ritornando a chi controlla l'economia: esiste un Nuovo Ordine Economico Mondiale. Cioè un Ordine mondialista che con l'aiuto di gruppi elitari, enti governativi e non, gli stessi governi, applica le leggi del mercato a proprio vantaggio?
C'è un Ordine, quello di oggi è un Ordine! Un progetto che si fonda sul profitto e naturalmente sulla truffa. La truffa è proprio quella della moltiplicazione del denaro, attraverso il quale ci si appropria dell'esistenza di tutti. Questo è il punto! E' un progetto che è nato secoli fa, e precisamente con la nascita della Banca d'Inghilterra, quando i depositi merce vennero sostituiti con il deposito del denaro cartaceo. Nacque così il moltiplicatore del denaro. E’ vero che tramite il denaro cartaceo si produce ricchezza. Però come funziona oggi? Questo denaro produce interesse e cresce quindi su sé stesso. L’economia deve crescere perché cresce il denaro. Noi siamo diventati schiavi di un meccanismo che ha preso le nostre esistenze e le ha trasformate in strumenti di produzione di denaro. Siamo asserviti al potere finanziario, che è gestito dalle banche centrali, banche tutte private. Le nostre vite sono quindi nelle mani dei governatori della banche centrali, che nessuno ha mai eletto né scelto, e che a volte nemmeno si conoscono.
Il vero potere è oggi, quello di creare il denaro!
Previsioni future: Argentina?
Hmm...ci siamo quasi in Argentina. L'Europa si sta fermando, la Germania si è già fermata proprio quest'anno. L'Europa crescerà pochissimo, e l'Italia ancora meno, siamo di fatto in una fase di stagnazione economica. L'economia americana forse sta ripartendo, ma si tratterà solo di una breve fiammata tutta speculativa. Gli americani hanno un debito spaventoso, che ha bisogno di alimentarsi con i “bagni di sangue”. Che cosa vuol dire? Che la caduta dei tassi di interesse (scesi dal 6,5% di gennaio 2001 a 1,25% di oggi) produrrà forse una violenta ondata speculativa poiché renderà possibile la creazione di nuovo denaro attraverso le residue capacità di indebitamento dell’economia USA. Però, poi, i problemi del debito torneranno rapidamente a premere sull’economia e lo scenario muterà rapidamente. In borsa assisteremo forse ad una nuova ondata speculativa e sarà lì che assisteremo all’ennesimo bagno di sangue”, poiché molti ci si getteranno per rifarsi delle perdite subite e lenire i propri debiti. Insomma, si indebiteranno ancora per cercare di salvarsi. Poi, quando i problemi reali torneranno a galla, la situazione precipiterà di nuovo. A quel punto, coni tassi prossimi allo zero, non ci sarà possibilità di salvezza per l’economia americana e di conseguenza, per quella mondiale. Con l’economia mondiale tra la stagnazione e la recessione, sempre che non scoppi un terzo conflitto mondiale, l’unico modo di uscire dalla crisi sarà quello di superare il modello finanziario americano. L’unica soluzione possibile e ragionevole è il tasso negativo, che però comporta il superamento della logica del profitto. Sarà un periodo difficile per tutti, ma sarà anche pieno di speranze, poiché abbiamo la possibilità di costruire davvero un nuovo mondo, nel quale il valore sia la vita umana e non il denaro.






