
Nelle ultime settimane è stata ottenuto dal Sindaco l'impegno solenne per l'intitolazione di una via a Camillo Berneri, dopo che una prima volta la commissione toponomastica del Comune aveva ignorato la formale domanda. La richiesta è stata inoltrata dal Comitato Berneri, sostenuta da un movimento di opinione e anche da un gruppo facebook di oltre 500 persone. "Scalinata Camillo Berneri (1897-1937) militante libertario" 'è la targa che comparirà, molto presto, sulla scalinata che va da via Guido Monaco a Piazza del Popolo, in pieno centro, vicino al "suo" liceo classico Petrarca. Una vittoria dal basso, un atto di resistenza dignitosa al revisionismo.
da: Umanità Nova
Tornano a chiedere a gran voce un monumento e una via per Camillo Berneri. Qui, ad Arezzo, una delle sue città. Dove la famiglia si era trasferita nel 1916 in via De’ Redi, dove Berneri ha studiato (allo Scientifico); nell’Arezzo che gli ha dedicato poco tempo fa un convegno ed è nato un comitato per valorizzarne gesta e pensiero.
Un gruppo di intellettuali dai nomi illustri sostiene il ricordo dell’anarchico ammazzato in Spagna dai comunisti stalinisti, ma anche un gruppo di gente “della strada”. Su Facebook, il social forum, tanti sostenitori per questa causa che vive ad Arezzo un altro round per concretizzare il risultato di un ricordo visibile.
Il gruppo intende sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni locali affinché, quanto prima, si intitoli una strada di Arezzo a questo grande militante libertario. Una sensibilizzazione forte per questa figura centrale dell’antifascismo europeo. Camillo Berneri era nato a Lodi nel 1897 e fu giovane socialista a Reggio Emilia, quindi anarchico. Uno di quelli anarchici che viveva fra fra Arezzo, Firenze e Cortona nel periodo fra la prima guerra mondiale e l'esilio. Un intellettuale e pubblicista di primo piano, allievo di Gaetano Salvemini, amico di Piero Gobetti e dei fratelli Rosselli. Fuoriuscito in Francia è stato tra i primi antifascisti ad accorrere in Spagna. Pubblicista e giornalista possiamo affermare, redattore di "Guerra di Classe", delegato politico del battaglione internazionale della Colonna Francisco Ascaso Cnt-Fai (più nota come "Colonna Rosselli"). Berneri ha combattuto il regime antifranchista ed è morto a Barcellona per mano di altri antifascisti, assassinato dai sicari di Stalin nelle tragiche giornate del maggio 1937.
Arezzo vuole che gli sia resa memoria. Nel settantesimo dell'assassinio,due anni fa di questi tempi, gli è stato dedicato il convegno di studi storici "Camillo Berneri: un libertario in Europa fra totalitarismi e democrazia - 5 maggio 1937 / 2007". Folla nella Sala dei Grandi della Provincia.
Gli atti del convegno verranno pubblicati proprio nelle prossime settimane con un delizioso saggio, fra l’altro, di Giorgio Sacchetti che non è soltanto una ricerca di luoghi e memorie, ma anche l’analisi di una mente curiosa e aperta. Un intellettuale aperto ed eclettico
http://eccolatoscana.myblog.it/archive/2009/05/16/arezzo-un-monumento-a-camillo-berneri-l-anarchico-ucciso-in.html
Il gruppo a cui aderire: http://www.facebook.com/group.php?gid=78290681228
martedì 24 novembre 2009
Arezzo: Una Via a Berneri, Finalmente!
giovedì 1 ottobre 2009
Una buona/cattiva notizia

Finalmente una buona notizia: Obama rinuncia allo scudo missilistico in Polonia e Repubblica Ceca. La cattiva notizia è che non lo fa certo perché pacifista, difatti le stragi di civili in Afghanistan continuano bellamente. Ma la cattiva notizia può diventare una fulgida indicazione per i pacifisti, scoraggiati da anni di petizioni, manifestazioni e attività "tradizionali" totalmente inascoltate dal potere. A Obama semplicemente manca il grano.
Questa è la chiave, i guerrafondai si fermano solo levandogli i soldi. Da pacifisti diamogli una mano: meno dollari, meno casini possono combinare! Il dollaro (e non solo) è in crisi: da una parte devono crearne trilionate per salvare e arricchire wall street, per puntellare la loro economia devastata, per pagare guerre, armi e basi militari in tutto il mondo, e per pagare il loro enorme deficit commerciale. Dall'altra, più ne creano dal nulla, più fanno inferocire cinesi, giapponesi, sauditi e tutti quelli che gli permettono da 40 anni di vivere a scrocco. Il punto più debole sono i preziosi: oro e argento. Non li possono creare dal nulla, possono solo usare le riserve di oro clandestino, oro che hanno rubato ai giapponesi dopo la seconda guerra mondiale (oro che a loro volta i jap avevano razziato per 50 anni in Asia), ma prima o poi anche quelle finiranno. Al momento c'è una grossa tensione sui mercati, e i cinesi stanno pubblicamente accaparrando preziosi, sia a livello statale, sia a livello di singoli cittadini. Questo punta dritto alla distruzione del dollaro. Sull'argento il mercato è ancora più stretto, e riescono a contenere il prezzo solo emettendo future (cioè contratti per la consegna futura) scoperti. Se cento milioni di pacifisti si comprano una moneta da un'oncia di argento a testa (spesa 20 euri cadauno, sempre che ne troviate) salta il COMEX (mercato future di New York), e a catena il dollaro, le banche, e la possibilità per i guerrafondai americani di finanziare ulteriori casini.
Vogliamo iniziare a vincere qualche partita?
http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2009/un33/art6122.html
giovedì 5 marzo 2009
Ci riprovano con Internet
Il settimanale Umanità Nova (http://isole.ecn.org/uenne/) la scorsa settimana ha pubblicato un articolo interessante riguardo le nuove proposte di legge per controllare internet da parte dei mangiasoldi parlamentari intitolato: Sicurezza fa rima con censura. Niente di più vero e giusto, anche Franceso Lorenzetti del Movimento Arancione scrive: Ufficialmente l'emendamento nasce per oscurare i gruppi facebook che inneggiano alla mafia, ma considerato che essi contano poche decine di iscritti non sembra plausibile che questa sia la vera motivazione dell'intervento del legislatore.
Inoltre, va considerato che l'istigazione a delinquere è già perseguibile con gli strumenti legislativi attuali, perciò è lecito pensare che la norma in questione voglia introdurre un principio ulteriore e diverso, di natura censoria e legato a reati d'opinione non tipizzati dal codice penale. Inutile dire che, aperta questa strada, la libertà di tutti è in grave pericolo.
Partendo da queste premesse invito tutti ad aprire gli occhi e armati di controinformazione a diffondere il male di questi anni: la Sicurezza,come riporta l'articolo del settimanale Umanità Nova: SICUREZZA FA RIMA CON CENSURA
Ecco la loro:
mercoledì 16 gennaio 2008
Repressione in Umbria. L'operazione Brushwood

Il 23 ottobre scorso a Perugia parte l'operazione "Brushwood" che porta all'arresto dei supposti componenti di una cellula "anarco-insurrezionalista", responsabile di vari attentati in Umbria, fra i quali, ultimo in ordine di tempo, la spedizione il 20 agosto 2007 di una busta contenente pallottole alla Presidente della Regione Umbria, Lorenzetti, atto intimidatorio a firma Coop-Fai. Gli arrestati sono 5 ragazzi di Spoleto: Michele Fabiani, Andrea di Nucci, Dario Polinori, Damiano Corrias e Fabrizio Reali Roscini. Il clamore mediatico sui media locali e nazionali è conseguente, rispecchiando un copione già visto: il pericolo terrorista incombe in Italia, insurrezionalisti, nuove-br e sindacalismo di base vengono periodicamente mescolati, confusi e legati fra loro da vari teoremi. L'arresto guarda caso segue di qualche settimana le operazioni fatte in varie parti d'Italia a carico di noti esponenti del sindacalismo di base e precede, di un paio di settimane, lo sciopero del 9 novembre indetto a livello nazionale da tutte le sigle del sindacalismo di base. Strane, ma consuete coincidenze.
A carico dei 5 però c'è ben poco e come era stata gonfiata la questione nel giro di pochi giorni scompare dai media per lasciare posto al delitto efferato di una studentessa inglese a Perugia, che avviene poco dopo, e solletica meglio la voglia di splatter dei vari salotti televisivi di seconda serata. Scompare dai media, o meglio non appare affatto, la notizia anche della morte in carcere, il 14 ottobre, di Aldo Bianzino, arrestato due giorni prima con la moglie per possesso di droga e morto in circostanze non chiare nella sua cella a Perugia.
Dei cinque arrestati l'unico a dichiararsi anarchico è Michele Fabiani, figlio di un consigliere comunale di Spoleto dell'area di sinistra di Rifondazione. Gli altri o sono vagamente simpatizzanti o semplici conoscenti. Uno addirittura, Fabrizio, al momento dell'arresto ha in tasca la ricevuta del voto dato alle primarie per il Partito Democratico, appena 9 giorni prima. Sarà l'unico ad essere rimesso in libertà dopo poco. Gli altri rimangono agli arresti: due ai domiciliari, Damiano e Dario, e gli altri, Michele ed Andrea in isolamento nel carcere di Perugia. Michele rimarrà in isolamento fino alla fine di dicembre quando il giudice Restivo decide di trasferirlo in cella con un altro detenuto. Andrea, allo stato attuale resta in isolamento.
Varie manifestazioni ed iniziative sono susseguite l'una all'altra, specie dopo la quasi immediata costituzione del "Comitato 23 ottobre, per la verità su Brushwood" che cerca di tenere alta l'attenzione sulla questione. In diverse riprese si interessano agli arrestati anche il consigliere regionale dei Verdi Oliviero Dottorini e l'on. Catia Bellillo del P.d.C.I., mentre sottoscrivono appelli vari in loro favore, esponenti locali della sinistra radicale, del sindacalismo di base e dei centri sociali. Il tutto rappresenta certo un segno positivo di mobilitazione e solidarietà generale di fronte al pasticciaccio inquisitorio montato a carico dei 5, che somiglia a molti altri pasticciacci fatti in questi ultimi anni in varie parti del paese.
Forse è poca cosa, ma intanto è un segnale di reazione di fronte all'uso tutto italiano di reprimere, intimidire e sbattere il mostro in prima pagina per creare confusione e tensione nell'opinione pubblica, bloccare le lotte sociali e sindacali, mettere a tacere ogni forma di dissenso e... riscrivere la storia. Insomma è la riproposizione della strategia della tensione di vecchia e fascista memoria. Fortunatamente in termini ridotti rispetto al passato, ma che continua a sbattere in galera l'anarchico "pericoloso" mentre l'impunità regna sovrana nei confronti di politici, affaristi, industriali e forze dell'ordine. Comunque il caso "Brushwood" resta tutt'ora aperto, caratterizzato più che altro da elementi indiziari e teoremi vari a carico degli accusati.
Per chi volesse esprimere la propria solidarietà a Michele ed Andrea, ancora detenuti, può scrivere loro al seguente indirizzo: Andrea di Nucci & Michele Fabiani c/o Casa Circondariale di Capanne, strada Pievaiona cap 06100 Perugia (PG).
(da Umanità Nova)
sabato 12 gennaio 2008
Campania, immondizia e buoni affari. La discarica della politica

Sono preoccupati, eccome se sono preoccupati. Qui non siamo di fronte alle spallate tutte mediatiche di Berlusconi e ai suoi setto, otto, dieci… milioni di firme per far cadere il governo. Qui il problema è reale: si tratta di mantenere il potere in una Regione chiave come la Campania governata da più di dieci anni dal centro-sinistra che rischia di franare miseramente di fronte all'emergenza rifiuti. È preoccupato Prodi, non delle conseguenze sanitarie sulla popolazione campana, ma perché "tutto il mondo ci guarda e non voglio che l'Italia dia questa immagine negativa". È quindi una questione di immagine. È preoccupato anche Napolitano, che questa faccenda la conosce bene, non perché è nato a Napoli ma perché come ministro dell'Interno firmò l'ordinanza del 31 marzo 1998 che segnò l'inizio della soluzione dell'emergenza rifiuti che ha spianato la strada al disastro di questi giorni. Sulla base di quell'ordinanza la soluzione, escogitata dall'allora ministro dell'ambiente Ronchi, un verde ex demoproletario successivamente transitato fra i DS e ora fra i PD, in collaborazione con il potere locale rappresentato dall'ex-missino Rastrelli, allora presidente della Regione, prevedeva il lancio della raccolta differenziata, la produzione di CDR (combustibile derivato dai rifiuti) e la costruzione di inceneritori dove bruciare quelle che furono definite "ecoballe". Ronchi cercò di applicare quello che stabiliva il suo "Decreto" sui rifiuti, cioè il ciclo integrato che iniziava con la raccolta differenziata e finiva con l'incenerimento. Il piano dei rifiuti campano venne messo in pratica dall'amministrazione di sinistra e in particolar modo dal governatore Bassolino. Forse non casualmente la società vincitrice dell'appalto fu la Impregilo, allora controllata dai fratelli Romiti, che coltivava ottimi rapporti con la sinistra ulivista. La Impregilo, utilizzando tecnologia tedesca e grazie ad una offerta al ribasso, si assicurò la costruzione degli impianti per il CDR e dei due inceneritori previsti. Nel giro di pochi anni furono costruiti ben sette impianti per la produzione delle ecoballe-CDR. La soluzione impiantistica non andava però di pari passo con lo sviluppo delle raccolte differenziate, che a Napoli come in gran parte della Campania rimanevano su percentuali prossime allo zero. D'altra parte a chi gestisce l'affare rifiuti in Campania (una commistione fra potere politico bipartisan, come usa dire oggi, potere industriale di provenienza "nordista" e potere mafioso, l'unico ben radicato sul territorio) la raccolta differenziata interessava ben poco.
Oggi sappiamo, sulla base della ricostruzione fatta dai giudici napoletani che hanno rinviato a giudizio 28 fra politici, come l'attuale presidente della Regione, il PD Bassolino, imprenditori, come Cesare Romiti, e tecnici, le ecoballe prodotte in quantità enorme (si parla di 5 milioni di ecoballe per un peso complessivo di circa 6,5 milioni di tonnellate) non sono in grado di essere incenerite poiché la loro composizione è fuori legge. Come è possibile che nessuno si sia accorto che le ecoballe erano fuori norma? Semplicemente perché nessuno controllava e lo stoccaggio delle ecoballe è un enorme affare per chi gestisce la filiera del trasporto e della messa in discarica "temporanea" di questa spazzatura, appena un poco alleggerita della parte umida negli stabilimenti che la Impregilo gestiva in giro per la regione. Oggi costa più conferire le ecoballe in discarica che inviarle all'incenerimento in Germania. Naturalmente è facile intuire perché nessuno, a cominciare da Bassolino, controllava la qualità delle ecoballe: chi è quel politicante che ha interesse a mettersi contro la mafia? Sembra che di fronte ai giudici, Bassolino si sia giustificato dicendo che non aveva letto con attenzione i contratti che aveva firmato con Cesare Romiti…
Con il tempo si sono così esaurite tutte le discariche, anche quelle riaperte in via eccezionale dai vari commissari che dopo i quattro anni di commissariato Bassolino si sono alternati a far finta di risolvere il problema. Le discariche sono esaurite ma lo Stato continua a pagare ai proprietari delle discariche per lo "stoccaggio provvisorio" fior di quattrini: 150 euro per tonnellata che bisogna aggiungersi ai 120 euro a tonnellata pagati a Impregilo. Aggiungete a queste cifre almeno 20 euro a tonnellata per il trasporto, considerate che queste cifre sono spesso inferiori di tre volte a quelle pagate realmente, e moltiplicate per i 6,5 milioni di tonnellate di ecoballe che attualmente si trovano in giro per la Campania e le regioni limitrofe e vi renderete conto dell'enormità dell'affare rifiuti e perché in 14 anni nessuno abbia avuto l'interesse a risolverlo.
Il risultato fallimentare della politica del commissariamento, iniziata nell'ormai lontano 1994, è stato solo quello di inasprire le popolazioni delle città che ciclicamente vedono cumuli di spazzatura formarsi sotto le loro case e quelle di tante località periferiche alle quali si impone di sopportare i disagi creati dal business dei rifiuti.
Comunque, adesso ci penserà Prodi. In un conato di orgoglio ha comunicato che lunedì 7 gennaio il governo prenderà in mano la questione e la risolverà, una volta per tutte. Prodi si avvarrà, fra l'altro della preziosa collaborazione di Pecoraro Scanio, ministro dell'ambiente, che da parte sua ha annunciato il varo di un piano urgente per la riduzione dei rifiuti prodotti e per la raccolta differenziata. C'è però da domandarsi dove erano questi due statisti quando il loro collega ministro dell'interno, Giuliano Amato, alla fine del consiglio dei ministri del 28 dicembre aveva assicurato che l'emergenza rifiuti sarebbe stata risolta nel giro di 11 mesi. Si erano forse distratti un attimo?
È evidente che Prodi farà nuovi danni. La soluzione non arriverà né da palazzo Chigi né da qualche altro palazzo della politica.
L'emergenza rifiuti in Campania viene utilizzata in tante località quale ammonimento verso popolazioni, comitati di cittadini e associazioni che si battono contro la proliferazione di inceneritori e discariche. Il messaggio è: "O accettate impianti inquinanti o finirete con i rifiuti per strada come in Campania". Questo ricatto è inaccettabile e poggia su di una vera e propria falsificazione della realtà, volutamente accentuata dai mezzi di informazione. In Campania come nelle altre regioni, non è la mancanza di costosissimi e nocivi inceneritori e di discariche ad impedire la soluzione del problema rifiuti, ma la colpevole assenza di qualsiasi politica di riduzione alla fonte, di riutilizzo, di riciclaggio, di serie e diffuse raccolte differenziate. Come sosteniamo da anni, c'è un solo modo per uscire dal problema rifiuti e quindi anche dal "tunnel della cosiddetta emergenza Campania": - Investire da subito in forme generalizzate di raccolte "porta a porta", a partire dalla frazione putrescibile; - Chiudere con le fallimentari gestioni dei commissari straordinari, costosissime e antidemocratiche; - Restituire - dovunque sia stato calpestato - il potere di programmazione e di gestione alle comunità e agli enti locali, attraverso un percorso di reale partecipazione che veda nelle popolazioni il momento centrale della decisione; - Chiudere da subito e totalmente - senza deroghe di sorta - con la truffa dei sussidi all'incenerimento (Cip 6 e Certificati Verdi ); - Far decollare davvero produzioni pulite, progetti estesi di riciclaggio e di compostaggio in grado, tra l' altro, di creare molti più posti di lavoro.
L'obiettivo, lo ripeteremo fino alla noia, è quello di "rifiuti zero". È di questi giorni la notizia che la città di Los Angeles, una metropoli di più di 3 milioni e mezzo di abitanti, ha raggiunto il 62% di raccolta differenziata, anzi per dirla all'inglese ha il 62% di "diversion" dalla discarica. "Se a Los Angeles si raggiunge il 62% di recupero di materiali – commentano gli estensori del bollettino Ambiente e futuro - francamente non riusciamo a capire perché non si possa guidare Napoli fuori dalla cosiddetta (impropriamente) "emergenza campana". O meglio si capisce: è proprio questa classe politica insieme al capitalismo assistito dell'industria sporca italiana (FIAT, gruppo Falk, Ansaldo, gruppo Marcegaglia, ecc.) ed espressione dell'affarismo rampante nostrano legato alle "multiutilities" (le ex municipalizzate di HERA, ACEA e compagnia) che incoraggia la "deregulation" dei rifiuti ed auspica "mille emergenze" come quelle di Napoli per "mettere a segno" gli inceneritori tentando cosi di mettere il "bavaglio" alle "buone pratiche" che tuttavia, numerosissime, si vanno diffondendo qui ed ora anche in Italia".
(Umanità Nova)
martedì 8 gennaio 2008
"Cocaina": un falso scandalo della TV di regime. Fantapoliziesco all'italiana

"Chiunque ha fumato hashish e marijuana, sa che sono praticamente innocue (...) mettere sullo stesso piano droghe leggere e droghe pesanti è la miglior pubblicità che si possa fare alle droghe pesanti" (Giancarlo Arnao)
Il 9 dicembre Raitre ha trasmesso il programma "Cocaina", un film "in presa diretta" di Roberto Burchielli e Mauro Parissone. Preceduto da una lunga campagna pubblicitaria che lo presentava come "il documentario-choc sull'invasione della polvere bianca in Italia", il film si è rilevato essere l'ennesimo fantapoliziesco all'italiana. Inizia da una nottata con un poliziotto della Mobile che documenta lo spaccio a Milano e si passa poi alle testimonianze di ex spacciatori e di consumatori insospettabili. Lo sbirro, naturalmente, è il classico fantapoliziotto gentile e comprensivo con i poveracci che si vede soltanto nelle miriade di serie TV dedicate alle apologie delle Forze dell'ordine (nella realtà invece ci sono gli agenti di PS che massacrano di botte il diciottenne Federico Aldrovandi, i carabinieri che portano in carcere Aldo Bianzino per due piante di marijuana e ce lo fanno uscire due giorni dopo da morto...). Gli spacciatori sono ovviamente tutti extracomunitari e da manuale (il pusher africano balla il rap in strada in attesa che un'auto o un motorino si affianchi, mentre il trans brasiliano intasca seimila euro per organizzare un festino a base di droga e sesso). I clienti "insospettabili" sono accuratamente selezionati per solleticare il voyeurismo morboso del telespettatore: dal muratore bergamasco a cottimo, 7 euro all'ora in nero, che «pippa» invece di fare la pausa pranzo per reggere alla stanchezza al manager che tira una striscia nel lussuoso ristorante in cui cena con il figlio di sette anni, per finire con la commessa belloccia dell'outlet che così può ballare fino alle sei in discoteca pur lavorando alle casse nel weekend.
Insomma: niente di nuovo sotto il sole, soltanto l'ennesima sfilata di luoghi comuni, mescolata con quel minimo di realtà che la disinformazione di regime non riesce a nascondere. Adesso che l'invasione della cocaina in Italia è una realtà che non si può più nascondere, tanto vale trasformare la denuncia nell'ennesimo spettacolo ad uso e consumo di chi ha voglia più di scandalizzarsi che di capire.
La cosa buffa è che tutto questo ha fatto infuriare Gasparri. Il semianalfabeta esponente di AN appena ha visto il primo spot pubblicitario in TV ha chiesto di sospendere il programma ("vera e propria pubblicità per la cocaina"). Forse è solo che non c'aveva capito nulla e non aveva capito che si trattava dell'ennesimo spottone pubblicitario per i poliziotti italiani (che nel film riescono a fare i gentili anche col trentenne fighetto fermato con la bustina in macchina che dice "Non segnalatemi al prefetto, devo fare l'esame da procuratore»). O forse aveva paura che da qualche parte nel documentario ci fosse spiegato come mai in Italia gira tanta cocaina...
L'Osservatorio delle Droghe di Lisbona (l'organismo più autorevole ed ufficiale della UE sulle sostanze illegali) non più di qualche settimana fa ha registrato che l'Italia è stato il paese europeo dove tra la fine del 2005 e la fine del 2007 c'è stato il più alto aumento della diffusione della cocaina ed ed in particolare ha messo in rilevo che nello stesso periodo la cocaina ha visto dimezzare il suo prezzo, passando da 100-120 euro al grammo a 40-60. Nel gennaio 2006 era stata infatti approvata dal Parlamento la Legge Fini, una delle poche al mondo che mette sullo stesso piano droghe leggere e droghe pesanti. Gli effetti della Legge Fini si sono fatti sentire rapidamente: da un lato c'è stata una caccia al fumatore di marijuana che ha portato a decine di migliaia di arresti e di sanzioni amministrative, dall'altro s'è creato uno spazio di mercato per le droghe pesanti, visto che a parità di rischio "penale" queste rendono comunque di più dal punto di vista economico e sono molto più facili da occultare (tra l'altro i cani-poliziotto sono addestrati solo per scovare la cannabis, li allevano a caro prezzo per i contribuenti solo per spaventare i ragazzini con due canne in tasca all'uscita da scuola...).
A quasi venti mesi dall'insediamento del Governo Prodi la Legge Fini è sempre lì, anche se il pusillanime socialdemocratico Ministro delle Promesse Mancato Paolo Ferrero ha annunciato per 209 volte la sua abrogazione "imminente". Ed intanto la cocaina scorre a fiumi… Per il futuro probabilmente sarà anche peggio: secondo Riccardo Gatti, il direttore del dipartimento delle Dipendenze dell´Asl di Milano e presidente dell´osservatorio Prevolab, stima che «Tra tre anni i consumatori di eroina aumenteranno del 10-20 per cento a livello nazionale», mentre per la cocaina si prevede un incremento, in tutta Italia, del 40 per cento con oltre un milione e 100 mila consumatori.
Di tutto questo ovviamente il documentario di Raitre non ne ha parlato: più facile raccontare ai telespettatori le favole dei poliziotti buoni e farli sbavare con le sexycommesse cocainomani...
(Da:Umanità Nova)
sabato 29 dicembre 2007
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lunedì 24 dicembre 2007
Usa. Lasciateci torturare in pace

Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere.
(George Orwell)
In un sondaggio dello scorso anno, realizzato dalla Bbc, era emerso che il 29% dei cittadini britannici intervistati era favorevole alla reintroduzione della tortura "in certe circostanze". Negli Stati Uniti la percentuale di chi si dichiara a favore della violenza legale contro i prigionieri risulta essere del 36%, mentre in Italia si registra un 14% di "possibilisti", sponsorizzati dalla Lega Nord quale portavoce delle peggiori psicopatologie collettive, ma anche rassicurati dal fatto che –incredibilmente - in Italia il delitto di tortura non è ancora contemplato nel codice penale.
Questi dati, seppure frutto di rilevazioni statistiche, indicano comunque la diffusione di un'opinione che ormai si va allargando nelle cosiddette democrazie, grazie soprattutto alla creazione della figura di un nemico, visto come il Male assoluto, contro cui è lecito usare ogni mezzo, compresa la negazione di quei diritti umani elementari su cui teoricamente dovrebbero fondarsi le democrazie liberali.
Se in passato il nemico della società è stato vestito con i panni prima dell'anarchico e poi del comunista, ora prevale l'indistinta figura dell'islamico sinonimo di fanatico terrorista, buono per ogni alibi morale e politico.
D'altronde il ricorso sistematico alla tortura nei confronti dei sospetti terroristi, è stato ritenuto un mezzo giustificato dal fine persino da settori ed esponenti liberal della società statunitense, quali ad esempio Alan Dershowitz esimio professore di legge ad Harvard, favorevole alla sua legalizzazione; legalizzazione in realtà già riconosciuta da direttive neanche troppo segretamente emanate dal ministero della giustizia degli Stati Uniti.
Da documenti ufficiali risulta confermato che l'attuale amministrazione Bush autorizza sui detenuti trattamenti quali l'ipotermia, la privazione del sonno o la simulazione di asfissia, senza ritenere che tali misure siano equiparabili, dal punto di vista legale, a torture. D'altronde metodi analoghi rientrano nel normale regime carcerario statunitense, specialmente nei reparti di massima sicurezza.
Persino l'ex presidente Jimmy Carter in una recente intervista alla Cnn è giunto ad ammettere che "abbiamo detto che la Convenzione di Ginevra non si applica alla gente di Abu Ghraib e a Guantanamo e abbiamo detto che possiamo torturare i prigionieri e privarli del diritto di venir incriminati dei reati di cui sono accusati"; circostanze queste ancora più inquietanti se si pensa che secondo le indicazioni stilate dal Pentagono i detenuti potranno essere condannati a morte anche in base alle confessioni estorte sotto tortura.
Altri inquietanti dettagli sono emersi anche dalla recente divulgazione del manuale riguardante le procedure operative applicate nel campo di Guantanamo (Camp Delta Standard Operatine Procedures), tra cui sono esplicitamente incluse varie tecniche di manipolazione psicologica anche attraverso l'uso dei cani, paradossalmente definiti Military Working Dog.
D'altronde, è notorio che nei centri d'addestramento Usa, come quello famoso di Fort Bragg, ai componenti dei reparti speciali Usa si insegnano anche le tecniche più estreme per gli interrogatori dei prigionieri; significativa al riguardo la testimonianza di un cittadino britannico, rinchiuso a Guantanamo, che ha riferito di aver subito torture sia fisiche che psicologiche da agenti statunitensi, tra cui ferite ai genitali e l'ascolto forzato di musica ad altissimo volume.
Nell'aprile dello scorso anno, infatti, secondo un rapporto diffuso da tre organizzazioni per i diritti umani, erano almeno 460 i casi di persone vittime di abusi e torture in Iraq, Afganistan e Guantanamo, per mano di circa 600 tra contractor e militari Usa.
L'opinione di Orwell trova quindi puntuale conferma seguendo la politica statunitense, almeno a partire dalla vicenda di Abu Ghraib nel 2004, quando il Pentagono giunse ad ammettere 35 casi accertati di tortura su prigionieri in mano alle forze Usa in Iraq e Afganistan presso la base di Bagram, nonché 25 vittime tra gli stessi.
Queste e altre violazioni dei diritti umani erano state da tempo segnalate anche dalla Croce Rossa Internazionale, ma per mesi tali rapporti erano rimasti lettera morta.
In seguito alle inchieste giornalistiche e alle indagini legali, risultava che le pratiche applicate ai danni dei prigionieri erano previste e codificate dal Pentagono in un sistema denominato R-21, imposto anche alle altre forze della coalizione antiterrorismo, infatti analoghi crimini sono stati compiuti da militari britannici nella provincia di Bassora. Tra gli altri carceri dell'incubo veniva segnalato quello della città di Mosul.
Nel maggio 2004, la vedova di Massimiliano Bruno, militare morto nell'attentato di Nassiriya faceva accenno a sevizie compiute da soldati italiani su cinque fermati, ma rapidamente ritrattava, togliendo dai guai il governo.
In seguito, emergeva anche la circostanza che i militari australiani erano al corrente di quanto normalmente avveniva nel carcere di Abu Ghraib che, peraltro, nel maggio vedeva la rapida scarcerazione di oltre mille detenuti che potevano rivelarsi altrettanto testimoni scomodi. Secondo alcune rivelazioni giornalistiche risulta, che oltre ai militari statunitensi incaricati della sorveglianza, nel famigerato carcere operavano funzionari dell'Oga (Altra agenzia del governo), facente capo alla Cia, ma anche medici militari collusi con gli aguzzini in uniforme.
Nel giugno 2004, un contractor che aveva lavorato per la Cia, David Passaro, viene incriminato da un tribunale Usa per aver torturato e ucciso un prigioniero di guerra in Afganistan; è il primo civile inquisito per abusi sui prigionieri, ma non sarà l'ultimo, dato che ai mercenari delle compagnie private di sicurezza è appaltata pure la gestione delle carceri.
Il Dipartimento della difesa Usa escludeva quindi la possibilità che su Abu Ghraib potesse essere condotta un'inchiesta indipendente, come richiesto più volte da organizzazioni umanitarie quali Amnesty International e Human Rights Watch.
Un anno dopo, nel 2005, i militari statunitensi riconosciuti nelle foto che ritraevano le vessazioni e le uccisioni, in parte vengono assolti mentre alcuni sono condannati a pochi mesi; condannati dalla corte marziale britannica anche tre soldati inglesi. Almeno cinque denunce internazionali, promosse da varie associazioni (Il Centro Europeo per i diritti umani e costituzionali, la Lega francese per i diritti umani, la Federazione internazionale per i diritti umani…), gravano tutt'ora su Donald Rumsfeld per aver "aver autorizzato la tortura e il trattamento disumano e degradante di prigionieri", ad Abu Ghraib, a Guantanamo e in Afganistan; ma le autorità statunitensi e irachene non hanno mai aperto un'inchiesta sulle responsabilità dell'ex-segretario di Stato e dei vertici militari Usa, nonostante che anche l'ex-generale dell'Us.Army, Janis Karpinski, già comandante del carcere di Abu Ghraib e di altre strutture detentive irachene, abbia depositato a riguardo una compromettente testimonianza scritta alla procura di Parigi.
Il dominio non può infatti mettere in discussione l'utilizzo della tortura, non tanto per strappare informazioni, ma per diffondere il terrore non solo tra i malcapitati rinchiusi nelle strutture di detenzione ma soprattutto tra i possibili oppositori e resistenti che sono fuori di esse.
Migliore conferma non è immaginabile, se non dalle parole dei militari incriminati per Abu Ghraib: "la tortura è lo strumento più efficace per ottenere il controllo sociale".
Niente da aggiungere.
martedì 18 dicembre 2007
Strage infinita:Uranio impoverito

Il 9 di ottobre il ministro della Difesa Arturo Parisi ha riferito al Senato su una questione sollevata da anni e rimasta inascoltata: quella della connessione che c'è tra l'uranio impoverito e le malattie tumorali che hanno colpito alcuni soldati italiani impegnati in Paesi come i Balcani, il Libano, l'Iraq e l'Afganistan.
Parisi durante l'audizione a Palazzo Madama ha riferito che dal '96 al 2006 i militari italiani che hanno operato all'estero, e che hanno accusato malattie tumorali sono stati 255, dei quali 37 sono deceduti. Di questi: 26 prestavano servizio in Aeronautica militare, 21 nell'Arma dei Carabinieri, 161 nell'Esercito e 47 nella Marina militare. Sempre nello stesso periodo, conclude Parisi, 1427 soldati italiani che non sono stati in missione all'estero hanno accusato questo tipo di malattia. Morale: ci si ammala di più rimanendo in Italia che andando all'estero.
Il ministro ha inoltre aggiunto: "Non intendiamo in alcun modo sottovalutare il fenomeno e tanto meno dissimularlo. L'Italia non ha mai fatto uso di armamento ad uranio impoverito, né risulta che nel nostro poligono possa essere stato utilizzato da altri, a meno di dichiarazioni mendaci degli utilizzatori stranieri, che non voglio neppure ipotizzare".
Ben altri numeri, però, denuncia l'Osservatorio militare, che altro non è se non l'osservatorio permanente e centro-studi per il personale delle Forze armate e di Polizia, il quale parla di 2500 malati e di oltre 150 decessi.
Il ministro mente, come mentirono i suoi predecessori, oppure, ma la gravità non sarebbe da meno, sta' accusando gli alleati di dire il falso e dato che non lo vuole neppure ipotizzare, giura e ri-giura e stra-giura sulla loro irreprensibilità. I casi accertati sull'utilizzo dell'uranio impoverito in vari poligoni di tiro dalla Sardegna alla Puglia per tornare nel Veneto e chissà dove oramai sono accertati da un'ampia documentazione testimoniale. Ricordo qui, per farla breve, il caso di alcuni artificieri di stanza in Sardegna che, il 17 gennaio 2001, scrissero al capo deposito di aver trattato proiettili all'uranio impoverito e di temere per la propria salute.
Ma come sappiamo la salute dei "nostri" figlioli è di gran lunga più importante della salute dei figlioli altrui e forse sarebbe ora di avere le stime dei decessi e delle malattie inguaribili delle guerre criminali compiute nell'arco degli ultimi 20 anni. Perché, se è vero che i militari hanno scelto la loro professione, sempre che di professione si possa parlare, le genti colpite dalle logiche di dominio e di sterminio non hanno certo desiderato la loro nefanda sorte. E questo per riaffermare ancora una volta, se ve ne fosse ancora bisogno, che le conseguenze della guerra non finiscono con la guerra stessa, ma durano per tutti gli anni in cui la propagazione "tumorale" delle pallottole, delle bombe, delle mine, nelle case, nei terreni, nelle falde acquifere, nell'aria che si respira continuano a lavorare per anni e anni per gli invasori.
Ma facciamo un piccolo salto indietro.
- 1991 Il giornale inglese Indipendent rivela un rapporto segreto dell'Atomic Energy Authority che prevede 500.000 morti come conseguenza della contaminazione con uranio impoverito durante la guerra del Golfo.
- 1994 – 1995 La Nato bombarda la Bosnia con proiettili all'uranio impoverito.
- 16 al 19 Dicembre 1998 Gli U.S.A. bombardano l'Iraq con 400 missili Tomahawk. la cui testata WDU-36 include circa 3 Kg di uranio impoverito.
- 06/05/2000 Lo Stato Maggiore dell'esercito dirama ai comandi un documento in cui si legge che il contingente italiano in Kosovo "può essere definito soggetto a rischio di contaminazione da uranio impoverito".
- Kosovo: Secondo la mappa consegnata all'Unep (l'organismo dell'Onu che si occupa di ambiente) dalla Nato, sono 112 i luoghi in Kosovo in cui sono stati sparati dagli A10 i 31.000 proiettili all'uranio impoverito.
Per ogni luogo si sa anche quanti proiettili siano stati lanciati, da poche decine a svariate centinaia (in tutto 31mila per un totale di 9 tonnellate di uranio).
Le aree maggiormente colpite sono queste:
- l'area occidentale della autostrada Pec-Dakovica-Prizren (si tratta della zona controllata da militari italiani),
- il sobborgo di Klina
- il sobborgo di Prizren
- l'area a nord della strada Suva Reka-Urosevac
I luoghi più martoriati sono due in particolare:
- quello indicato con le coordinate "34TDM412883", dove il 6 maggio '99 sono stati lanciati ben 907 proiettili all'uranio
- il sito "34TDN528123": qui gli aerei hanno colpito duro, due volte nello stesso giorno, l'8 maggio 99: una prima volta con 1320 proiettili, una seconda volta con altri 1000.
Un altro settore particolarmente colpito risulta in pieno territorio serbo tra Presevo e Bujanovac.
Il resto è storia recente: il resto sono i "pacifisti" del centro-sinistra, le loro guerre, le loro menzogne.
Pietro Stara
Umanità Nova


