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lunedì 3 novembre 2008

Qualche parola a sostegno dell’evasione fiscale


di
Pierre Lemieux

Quando i giorni della finanziaria si avvicinano, i politici di tutti i colori ci mettono in guardia contro la crescente evasione fiscale da parte dei Canadesi. Prima di parlare dell’aumento della pressione fiscale, il Ministro delle finanze Paul Martin ha affermato che “centinaia di migliaia di persone altrimenti oneste (…) hanno negato il proprio consenso a essere governate”, rifugiandosi nell’economia sommersa.

Il problema è che, a quanto pare, i politici non riescono a dedurre le giuste conclusioni. Bisognoso di liquidi – in realtà, prossimo alla bancarotta – il governo federale, come del resto i governi di alcune province, ha deciso di debellare il nero. Il Ministro del tesoro David Anderson ha dichiarato guerra agli evasori fiscali.

Dopo che i commercianti di Saint-Eustache (nel Québec) si sono opposti alla legge vendendo apertamente sigarette di contrabbando, il leader del Bloc Québécois Lucien Bouchard ha attaccato quella che vede come una nuova cultura dell’imbroglio ai danni dello stato. Evidentemente egli pensa che i cittadini dovrebbero sempre obbedire a chi detta le regole. In effetti, la classe politica mostra una rara unanimità di intenti quando si tratta di ricondurre i canadesi sotto la mazza ferrata del governo.

Tre domande sorgono spontanee.

Primo, come si è sviluppata l’evasione fiscale in un popolo così mansueto come quello canadese? La risposta, naturalmente, va cercata nella pressione fiscale che esso deve sopportare. Il tabacco, sul quale le tasse federali sono cresciute del 150% negli ultimi cinque anni, è solo la punta dell’iceberg. Il prelievo fiscale complessivo da parte di tutti i livelli di governo oggi raggiunge il 40% del prodotto interno lordo del Canada. Se consideriamo anche i debiti, che in fondo rappresentano semplicemente delle tasse future, il governo si prende circa la metà di quanto la gente produce e guadagna in questo paese. In due parole, l’evasione fiscale è una risposta all’invasione del fisco.

E’ possibile trovare un interessante elemento di paragone nel lavoro di William Fogel, Premio Nobel per l’economia nel 1994. Inventore della cliometria, Fogel ha calcolato (nel suo libro del 1974, Time on the Cross) che i proprietari di schiavi del XIX secolo dovevano spendere circa l’88% del prodotto dei loro schiavi per il mantenimento di loro stessi e delle loro famiglie. In altre parole, gli schiavi erano soggetti a un esproprio effettivo del 12% del frutto del proprio lavoro. Ne è passata di acqua sotto i ponti, ragazzi.

La crescita esponenziale della leggi è un altro fattore. Alcune di esse arrivano di pari passo con le tasse: i piccoli imprenditori devono ora dedicare molto tempo alla compilazione di moduli per tasse sulle vendite, e preparare complicati rapporti trimestrali. Non so se la nostra è mai stata una nazione di commercianti, ma di certo stiamo diventando un paese di esattori e ragionieri. Altre forme di regolamentazione – la legislazione sul lavoro, per esempio – rendono il mercato nero assai più semplice ed economico, tanto per i consumatori quanto per gli imprenditori.

La seconda domanda è: come possiamo sopportare una tale pressione fiscale? Cento o duecento anni fa, i grandi pensatori occidentali a cui dobbiamo quella libertà che stiamo abbandonando non avrebbero mai immaginato che questo potesse accadere in un paese libero.

Nella sua famosa Wealth of Nations (1776), Adam Smith scrisse, riferendosi all’Inghilterra: “E’ sottinteso che le tasse sui negozi devono essere identiche per tutti i tipi di negozio. Non potrebbe essere altrimenti. Sarebbe impossibile immaginare un criterio di proporzionalità sufficientemente equo tra la tollerabilità di una tassa e il volume di affari di un negozio, senza contestualmente mettere in atto una forma di inquisizione che sarebbe essa stessa inaccettabile in un paese libero”. Sulla possibilità dell’imposta sul reddito, egli scrisse: “un’indagine nelle faccende private di ogni uomo, e un’indagine che, allo scopo di determinare il giusto livello di tassazione, si impicciasse di ogni cambiamento del vento, sarebbe fonte di continue e infinite vessazioni, tali e tante che nessuna persona potrebbe argomentare a loro favore”.

Quando, recentemente, ho mostrato queste citazioni ai miei studenti, aspiranti funzionari pubblici, all’Ecole Nationale d’Aministration Publicque, uno di loro ha commentato che Adam Smith oggi farebbe scoppiare una rivoluzione. Nonostante il tipico e onesto Canadese faccia fatica distinguere un tiranno da una sedia a dondolo, l’economia sommersa è una forma di pacifica rivolta fiscale.

Nelle sue Lectures on Jurisprudence, Smith aggiungeva: “Non c’è dubbio che la crescita delle tasse a livelli esorbitanti, in pace come in guerra, del 50 o del 500%, in quanto massiccio abuso di potere, sarebbe una giustificazione sufficiente per la resistenza da parte del popolo”.

La terza domanda è relativa alla reazione dello Stato. I politici fanno notare che gli individui che non contribuiscono per “quanto è giusto” concorrono ad aumentare la pressione fiscale a carico degli altri cittadini. La principale critica ai prossimi bilanci federali e provinciali può ben essere di accrescere la pressione fiscale effettiva sotto la copertura del “contributo equo”.
Questo è un ritornello semplicistico, che presuppone che i processi politici e burocratici conducano naturalmente alla determinazione della pressione fiscale ottimale necessaria a finanziare alcuni servizi pubblici richiesti unanimemente. Quello che in realtà accade (almeno se si condivide l’approccio all’economia della Public Choice) è che il governo prenderà tutto quello che potrà, e spenderà quello che il traffico permetterà. I governi rendono soddisfazione ad alcuni gruppi di pressione minori e comprano i voti con le proprie spese. Se i Canadesi che oggi lavorano sul mercato nero cominciassero a pagare le loro “giuste” tasse, semplicemente gli introiti e le spese del governo aumenterebbero della differenza. In quest’ottica, l’economia sommersa è una utile limitazione per il Leviatano, e un beneficio per tutti i contribuenti.

Il Canada ha subito rapidi cambiamenti nel corso degli ultimi decenni. Fateci caso: dopo la Seconda Guerra Mondiale, il governo federale ha notevolmente aumentato le tasse sul tabacco. Naturalmente, il contrabbando crebbe a un livello non molto diverso dall’attuale. Léon Balcer, allora membro del Parlamento federale per Trois-Rivières, nel Québec, dichiarò che sette su dieci dei suoi colleghi fumavano sigarette americane di contrabbando – una prova del fatto che l’individualismo era vivo e vegeto alla Camera a quei tempi. Il governo federale fece saggiamente retromarcia: nel 1952 e nuovamente nel 1953 le tasse sul tabacco furono drasticamente ridotte.

Oggi si parla di ripercorrere la medesima strada, anche se è ancora tutto da vedere se la riduzione delle imposte sarà sostanziale o piuttosto servirà solo come scusa per reprimere il contrabbando. Posti di fronte alla resistenza fiscale, i governi contemporanei cercano principalmente di ottenere nuovi poteri per distruggerla. Questo, penso, è un tradimento della tradizione canadese. I veri Canadesi sono quelle persone che si oppongono pacificamente alla tirannia rifugiandosi nell’economia sommersa. Essi soli mettono in pratica il motto di The Globe and Mail, preso in prestito da Junius: “il suddito che è davvero leale nei confronti del Giudice Supremo non suggerirà né accetterà mai provvedimenti arbitrari”.
Recentemente ho scritto al Ministro federale del tesoro, citando Adam Smith, e gli ho suggerito che il Governatore generale dia una medaglia ai Canadesi colpevoli di essersi ritirati nell’economia sommersa. Non mi ha ancora risposto.

sabato 1 novembre 2008

Moneta di Carta e Tirannia



Scritto da Ron Paul
Traduzione di Roberta Panizzoli


1. Introduzione
2. La moneta come questione morale
3. La moneta come questione politica
4. La moneta come questione economica
5. La situazione attuale (I parte)
6. La situazione attuale (II parte)
7. Conclusioni



INTRODUZIONE

Nel corso della storia tutte le grandi repubbliche hanno avuto cura di una moneta sana, una unità monetaria, cioè, costituita da una merce-materia prima con caratteristiche di purezza e giusto peso. Laddove ciò si è realizzato, le civiltà hanno raggiunto livelli di maggiore benessere e le libertà si sono affermate con maggior vigore. Più una società tende verso condizioni di minore libertà, più è probabile che la moneta stia venendo svalutata e che il benessere economico dei suoi cittadini stia diminuendo.
Diversi anni prima di diventare responsabile della scandalosa diluizione del dollaro americano, in qualità di Presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan scrisse del legame tra moneta sana, prosperità e libertà. Nel suo saggio “Gold and Economic Freedom” (The Objectivist, luglio 1966) , Greenspan comincia con le seguenti parole: “L’avversione quasi isterica nei confronti del gold standard è un atteggiamento che unisce tutti gli uomini di governo. Essi sembrano percepire… che l’oro e le libertà economiche siano inseparabili.” E più avanti dichiara che: “sotto il regime del gold standard, un sistema bancario si impone come il protettore della stabilità economica e di una crescita equilibrata.” In modo sbalorditivo, l’analisi di Greenspan sul crash del 1929, e sul modo con cui la Fed accelerò la crisi, ripercorre parallelamente la situazione attuale che stiamo vivendo sotto la sua direzione. Sempre in quel saggio, Greenspan spiega: “L’eccessivo credito pompato dalla Fed si riversò sul mercato azionario dando avvio a un incredibile boom speculativo.” E ancora: “nel 1929 gli squilibri dovuti alla speculazione erano diventati dirompenti e ingovernabili dalla FED”. Infine conclude scrivendo: “ In assenza del gold standard è impossibile proteggere i risparmi dalla confisca realizzata attraverso l’inflazione”. Egli spiega il “segreto meschino” che accomuna i fautori dei governi forti e della carta moneta non convertibile, identificando nel disavanzo della spesa pubblica uno “schema per attuare una invisibile confisca della ricchezza.” Tuttavia oggi ci ritroviamo con un sistema monetario puramente cartaceo, gestito quasi esclusivamente dallo stesso Alan Greenspan che così correttamente era riuscito sia a denunciare il ruolo della Fed durante la Depressione che a riconoscere la necessità di una moneta sana.

I Padri fondatori di questa Nazione, e fino agli anni trenta anche la gran parte dei cittadini americani, disdegnavano la carta moneta, rispettavano la moneta merce-materia prima e disapprovavano il controllo monopolistico di una banca centrale sulla produzione di moneta e sui tassi di interesse. Ironia della sorte, l’abuso del gold standard, le abitudini della FED di generare credito negli anni venti e i danni che provocò negli anni trenta, non solo ci portarono alla Grande Depressione ma ebbero come effetto quello di prolungarla. Tuttavia, la colpa di quelle sofferenze fini con l’essere scaricata sulla moneta sana che avevamo allora. Questa é la ragione per cui la gente non sollevò obiezioni quando Roosevelt e i suoi amici statalisti confiscarono l’oro e svalutarono il dollaro, facendoci entrare nell’età delle valute cartacee non convertibili con le quali oggi si dibatte l’economia internazionale.

Se come afferma Greenspan una moneta sana e le libertà sono inseparabili, e la carta moneta porta alla tirannia, ci si dovrebbe chiedere per quale motivo essa sia così ben gradita dagli economisti, dalla comunità economica, dai banchieri e dagli uomini di governo. La spiegazione più semplice é che l’uomo tende sempre a cercare il conforto della ricchezza con il minor sforzo possibile. Questo desiderio é alquanto positivo quando in una società capitalista esso induce al duro lavoro e all’innovazione. La produttività aumenta e il livello di vita migliora per tutti. Questo processo ha permesso oggi, alle classi meno abbienti dei paesi capitalisti, di usufruire di lussi neanche disponibili alle famiglie reali del passato.

Tuttavia questa tendenza a ricercare il benessere e le comodità con il minor sforzo possibile viene spesso abusata. Essa spinge qualcuno a credere che attraverso certe manipolazioni della moneta, il benessere possa diventare più facilmente accessibile per tutti. Coloro che credono nella moneta cartacea non convertibile ritengono spesso che il benessere possa essere aumentato facendo a meno del dovuto lavoro e dell’innovazione. Essi arrivano anche a credere che i risparmi e il controllo dei tassi di interesse da parte del mercato non solo siano inutili, ma che rappresentino anche un ostacolo alla crescita economica. L’interesse per la libertà è rimpiazzato dall’illusione che i benefici materiali possano essere raggiunti attraverso la moneta cartacea non convertibile, piuttosto che con il duro lavoro e l’ingegnosità. I benefici percepiti diventano sempre più motivo di preoccupazione rispetto al mantenimento delle libertà. Ciò non significa che i sostenitori della moneta cartacea si siano imbarcati in una crociata per promuovere la tirannia. Sebbene il risultato tenda ad essere proprio questo, il fatto è che essi credono di aver trovato la pietra filosofale e un’alternativa moderna alla sfida per trasformare il piombo in oro.

I nostri Padri Fondatori avevano capito a fondo la questione e ci misero in guardia contro la tentazione di ricercare il benessere e la fortuna senza il lavoro e i risparmi su cui invece si fonda una reale prosperità. James Madison, ad esempio, ci mise in guarda dagli “effetti pestilenziali della carta moneta”. I Fondatori, infatti, ben si ricordavano dei danni causati dal Dollaro Continentale. George Mason della Virginia affermò di provare un “odio mortale nei confronti della carta moneta.” Il delegato della Convenzione Costituzionale Oliver Ellsworth del Connecticut pensò che la convenzione potesse rappresentare “una occasione favorevole per chiudere e sprangare la porta davanti alla carta moneta”. Pressoché tutti i delegati della Convenzione consideravano pericolosa la carta moneta, e questa fu la ragione per cui la Costituzione limitò l’autorità del Congresso in materia dichiarando come unici mezzi legali di pagamento l’oro e l’argento. La carta moneta fu vietata e non venne autorizzata alcuna banca centrale. Oltre alle ragioni economiche in favore dell’utilizzo di una moneta onesta, Madison argomentò anche ragioni morali. Spiegò che la carta moneta distruggeva “la necessaria fiducia tra gli esseri umani, la necessaria fiducia nei consigli pubblici, nell’industria, nei costumi della gente e nel buon nome del governo repubblicano”.

I Padri Fondatori erano ben consapevoli delle ammonizioni della Bibbia verso pesi e misure disonesti, verso l’argento alterato e il vino annacquato. Nel corso della storia la questione della moneta é stata una questione tanto morale quanto economica o politica.

Persino con questa storia alle spalle e con la seria perplessità espressa dai Padri Fondatori, le barriere alla carta moneta sono state fatte a pezzi. La Costituzione é rimasta la stessa, ma non viene più applicata alla questione della moneta. Una volta, durante il dibattito sull’entrata in guerra in Iraq, mi spiegarono che non c’era bisogno di una dichiarazione di guerra poiché essa sarebbe stata “futile” e che la parte della Costituzione che trattava delle facoltà decisionali del Congresso sulla guerra era “anacronistica”. In maniera simile, pare che sia “anacronistico” anche il potere costituzionale del Congresso sulla moneta limitato dalla stessa Costituzione alla coniatura e ai giusti pesi.

Se davvero la nostra generazione è in grado di sostenere le ragioni a favore della carta moneta, emessa da una banca centrale non autorizzata, sarebbe d’uopo perlomeno rispettare la Costituzione ed emendarla in modo corretto. Ignorare la Costituzione per compiere un atto pernicioso é nocivo sotto due punti di vista. In primo luogo, svalutare la moneta comporta danni smisurati a livello economico. In secondo luogo, attuare tale svalutazione senza rispettare la legge mina l’intero edificio della nostra repubblica costituzionale.

Sebbene al momento la necessità di una moneta sana non sia una questione urgente per il Congresso, essa è qualcosa che non può essere ignorata poiché il nostro sistema basato sulla carta moneta sta causando dei seri problemi economici. In realtà, pur scontrandoci quotidianamente con le conseguenze arrecate da questo sistema, non riusciamo a vedere la connessione tra i nostri problemi economici e i danni orchestrati dalla Federal Reserve.

Tutte le grandi religioni insegnano l’onestà in materia di moneta, e i difetti economici della carta moneta erano ben conosciuti quando venne scritta la Costituzione, dobbiamo quindi cercare di capire per quale motivo un’intera generazione di americani ha accettato la carta moneta senza esitare, senza porsi delle domande. La maggior parte degli americani é ignara della natura e dell’importanza della moneta. Per quanto riguarda coloro che detengono il potere, invece, o essi sono stati tratti in inganno da false nozioni oppure si rendono ben conto che il potere di creare moneta è un potere di cui in effetti godono mentre mettono all’ordine del giorno il welfare nel proprio paese e l’impero all’estero.

La moneta é una questione morale, economica e politica. Poiché l’unita monetaria stabilisce qualsiasi transazione economica, dai salari ai prezzi, dalle tasse ai tassi di interesse, é estremamente importante che il suo valore venga stabilito in modo onesto dal mercato senza che banchieri, governi, politici o la Federal Reserve manipolino il suo valore al fine di servire interessi particolari.


La moneta come questione morale

La questione morale dovrebbe essere la più facile da comprendere, tuttavia a Washington, quasi nessuno pensa alla moneta in questi termini. Sebbene ci sia una crescente e meritata sfiducia nel governo, la fiducia nella moneta e nelle capacità di gestione della Federal Reserve rimane molto forte. Nessuno accoglierebbe un falsario in città, eppure la nostra banca centrale é autorizzata a falsificare senza che ci sia alcuna seria supervisione da parte del Congresso.

Quando il governo può riprodurre l’unità monetaria, sia essa carta moneta o registrazione elettronica, a suo piacimento e senza considerarne i costi, esso si mette sullo stesso piano morale del falsario che stampa valuta illegale. In tutti e due i casi si tratta di frode.

Un sistema fondato sulla moneta cartacea non convertibile dà potere e autorità a coloro che controllano la produzione di nuova moneta e a coloro che per primi hanno accesso ai soldi o al credito appena originati. Il costo insidioso e finale si riversa invece su vittime non identificate, spesso ignare delle cause della loro sfavorevole condizione. Questo sistema di saccheggio legalizzato (sebbene non costituzionale) permette a un gruppo di persone di trarre profitti a scapito di un altro. Si realizza un vero e proprio trasferimento di ricchezza dai poveri e dal ceto medio alle classi finanziariamente privilegiate.

In molte società il ceto medio é stato letteralmente spazzato via dall’inflazione che accompagna la carta moneta non convertibile. Nelle prime fasi del ciclo inflazionistico, l’aumento del costo della vita e la perdita di posti di lavoro colpiscono un segmento della società, laddove invece la classe imprenditoriale trae beneficio ricorrendo con facilità all’indebitamento. Uno scaltro operatore di borsa o un costruttore edilizio possono guadagnare milioni nella fase di boom del ciclo economico, mentre i poveri e coloro che percepiscono uno stipendio fisso non riescono a stare al passo con l’aumento del costo della vita.

La moneta non convertibile é immorale anche perché permette al governo di finanziare una legislazione a favore di interessi speciali che altrimenti dovrebbe essere pagata con le imposte dirette o tassando le imprese produttive. Questo trasferimento di ricchezza si attua senza prendere direttamente i soldi dalle tasche dei cittadini. Ciascun dollaro creato diminuisce il valore dei dollari in circolazione. Coloro che hanno lavorato sodo, pagato le tasse e risparmiato per i tempi difficili vengono maggiormente colpiti poiché quei dollari perdono valore e fruttano bassi interessi a causa dalla politica accomodante della Federal Reserve. L’accesso facile al credito aiuta gli investitori e i consumatori che non si fanno scrupoli nell’indebitarsi e magari nel dichiarare bancarotta.

Se uno considera lo stato assistenziale e il militarismo come sbagliati e immorali, dovrebbe anche capire che l’autorizzazione a stampare moneta permette di realizzare queste politiche molto più facilmente di quanto avverrebbe se le stesse dovessero essere finanziate immediatamente con le imposte dirette.

Stampare moneta, che letteralmente significare inflazionare, non é altro che un sinistro e perverso sistema di tassazione occulta. E’ ingiusto e ingannevole e perciò fortemente osteggiato dagli autori della Costituzione. Questa é la ragione per cui né al Congresso, né alla Federal Reserve, né al potere esecutivo, è concessa alcuna autorità di amministrare il sistema monetario corrente.


La moneta come questione politica

Nonostante la questione monetaria rivesta oggi poca importanza politica per i partiti e i politici, essa non dovrebbe venire ignorata. Coloro che prendono le decisioni di politica economica devono infatti fare i conti con le conseguenze del ciclo economico, le quali a loro volta sono il risultato del sistema basato sulla moneta non convertibile in cui operiamo. Forse essi non riescono ancora a capire questo passaggio, tuttavia, alla fine, lo dovranno capire per forza.

Nel passato, la moneta e l’oro sono stati al centro di numerose campagne politiche di primaria importanza. Quando i cittadini hanno avuto la possibilità di esprimersi hanno sempre preferito l’oro alla carta. Per l’uomo della strada é semplicemente giusto così. In realtà, parecchi americani, forse la gran parte, credono ancora che il nostro dollaro sia sostenuto da enormi riserve d’oro custodite a Fort Knox.

A spingere i delegati della Convenzione Costituzionale verso la ricerca di adeguate soluzioni per risolvere i gravi problemi economici di allora fu la questione monetaria, unita al desiderio di avere un libero mercato fra i diversi Stati. La recessione che seguì alla guerra di indipendenza venne infatti notevolmente aggravata dal collasso del dollaro Continentale, valuta debole e non convertibile. Il popolo, attraverso i suoi rappresentanti, si espresse in maniera forte e chiara a favore dell’oro e argento e a discapito della carta.

Andrew Jackson, grande sostenitore dell’oro e oppositore della banca centrale (la Second Bank degli Stati Uniti) divenne un eroe per la classe operaia e fu eletto presidente per ben due volte. La questione monetaria fu ampliamente dibattuta nelle sue campagne presidenziali. Il popolo votò per l’oro a scapito della carta.

Nel 1870, il popolo si pronunciò ancora una volta nettamente contro l’inflazione del biglietto verde di Lincoln. E’ tristemente noto che i governi si rivolgono alla carta moneta anziché all'oro quando devono promuovere guerre impopolari e troppo care. Il ritorno all’oro nel 1879, che avvenne senza difficoltà e che fu ben accolto da tutti, servì a gettare dietro le spalle il disastroso periodo inflazionistico della Guerra Civile.

Anche Grover Cleveland, eletto per ben due volte alla presidenza, fu un grande sostenitore del gold standard.

E ancora, durante la corsa presidenziale del 1896, William McKinley sostenne la tesi dell’oro. A dispetto delle forti arringhe di William Jennings Bryant, il quale appoggiò l’inflazione monetaria e fece un discorso derisorio sulla “Croce dell’oro”, la gente appoggiò le blandi ma corrette argomentazioni di McKinley a favore di una moneta sana.
Il ventesimo secolo è stato molto meno gentile nei confronti dell’oro. Dal 1913 la banca centrale é stata accettata negli Stati Uniti senza grandi dibattiti, nonostante gli innumerevoli orrori economici e politici causati o aggravati dalla Federal Reserve fin dalla sua istituzione. Tutti gli alti e bassi del ciclo economico si sono succeduti come conseguenza delle politiche della Fed, dalla Grande Depressione alla spaventosa stagflazione degli anni 70, fino all’odierna crisi economica.
Una banca centrale e una moneta non convertibile permettono al governo di seguire una comoda politica belligerante che sotto il vincolo di strette regole monetarie non sarebbe possibile. In altre parole, i paesi con una moneta sana molto difficilmente entrano in guerra per il semplice fatto che non possono permettersela, soprattutto nel caso in cui essi non siano direttamente attaccati. Un aumento del prelievo fiscale necessario a sostenere i costi della guerra semplicemente distruggerebbe l’economia. Tuttavia, stampando moneta, i costi possono essere rinviati e nascosti, a volte per anni se non per decenni. Per schierarsi sinceramente contro guerre inutili e preventive si dovrebbe sostenere una moneta sana, in modo da impedire ai promotori della guerra di finanziare il loro imperialismo.
Si noti come sta esplodendo il budget militare, altrettanto sta accadendo al disavanzo pubblico, il gettito fiscale invece sta diminuendo. Non c’é problema; abbiamo la Fed che stamperà tutto ciò che serve per far fronte ai nostri impegni militari, che ciò sia cosa saggia o meno.
La questione monetaria dovrebbe essere una questione politica gigantesca. La moneta non convertibile danneggia l’economia, finanzia le guerre e sostiene uno stato assistenziale eccessivo. Quando questi rapporti verranno capiti, allora essa diventerà di nuovo una questione politica di primaria importanza. La carta moneta non dura per sempre. Alla fine i politici non avranno alternativa se impegnarsi o prendere una posizione sulla questione monetaria. A richiederlo saranno il popolo e le circostanze.
Ogni tanto si sentono dei discorsi sulla politica monetaria così come delle critiche nei confronti della Federal Reserve, tuttavia, essi non arrivano mai al nocciolo della questione che sto trattando in questa sede. Coloro che sostengono un forte stato assistenziale si lamentano costantemente della politica della Fed e di solito reclamano dei tassi di interesse più bassi persino quando questi sono già ai minimi storici. I conservatori che appoggiano imponenti operazioni militari in tutto il mondo, mentre sostengono che i “deficit non hanno alcuna importanza” fintantoché le aliquote fiscali marginali vengono abbassate, criticano la Fed per gli alti tassi di interesse e per la mancanza di liquidità. Giungendo sia da destra che da sinistra, queste richieste non sarebbero possibili se la moneta non potesse essere creata a volontà dal nulla. Entrambe le parti politiche chiedono alla Fed la stessa cosa ma per differenti ragioni. Essi vogliono che la macchina stampasoldi giri più veloce e crei più credito, in modo che l’economia possa venire curata come per magia, almeno così essi credono.
Questo non é il tipo di interesse nei confronti della Fed di cui abbiamo bisogno. Io mi aspetto che si debba definire il dollaro e stabilire la consistenza della moneta, altrimenti, un giorno, dovremmo farlo per forza. La superficiale discussione sulla moneta di oggi mostra solo un desiderio di cincischiare con il sistema attuale nella speranza di migliorare l’economia in via di deterioramento. Tuttavia si arriverà ad un punto in cui il cincischiamento non avrà nessuna utilità e, persino il migliore dei consigli non avrà più alcun valore. Sono appena passati due anni e mezzo di cincischiamenti con ben 13 tagli dei tassi e la ripresa economica non é arrivata. Forse siamo più vicini di quanto ci si possa immaginare al giorno in cui sarà assolutamente necessario confrontarsi con la questione monetaria - sia a livello filosofico che strategico – e abbandonare l’approccio d’emergenza in uso verso il sistema attuale.


La moneta come questione economica

Per un certo periodo di tempo, le conseguenze economiche legate all’utilizzo della carta moneta potrebbero apparire favorevoli e persino vantaggiose. Tuttavia, le ripercussioni che esse hanno sulla crescita economica e il benessere sono sempre negative.
Nei loro sforzi di regolare l’economia i pianificatori economici keynesiani-socialisti hanno sempre gradito il controllo sulla produzione di moneta. Essi non si fanno alcuno scrupolo di esercitare questo potere per perseguire i loro sogni egalitari di ridistribuzione della ricchezza. Che si ricorra alla forza e alla frode per rendere il sistema economico apparentemente più giusto è cosa che li preoccupa ben poco.

Ci sono molti conservatori che non appoggiano la pianificazione economica centralizzata, come invece fanno gli uomini di sinistra. Nonostante ciò essi riconoscono alla Federal Reserve l’autorità di manipolare l’economia attraverso la politica monetaria. Solo alcuni costituzionalisti, libertari ed economisti Austriaci a favore del libero mercato, rifiutano il concetto che la pianificazione centralizzata, attraverso la manipolazione dei tassi di interesse e dell’offerta di moneta, sia uno sforzo produttivo.
Molti onesti politici, burocrati e banchieri appoggiano il sistema attuale, non per malignità o avidità, ma solo perché si tratta dell’unico sistema che essi abbiano mai conosciuto. I principi di una moneta sana e di un libero mercato bancario non vengono insegnati nelle nostre università. Si riscontra invece un largo consenso, sia a Washington che in tutto il resto del mondo, nel considerare oramai inutile e non funzionale la moneta convertibile senza una banca centrale. Siate pur certi, però, che coloro che traggono maggior beneficio dal sistema attuale conoscono esattamente i motivi per cui i vincoli imposti da un sistema monetario convertibile sono inaccettabili.
Le conseguenze economiche legate all’utilizzo della carta moneta colpiscono in un primo tempo i cittadini a basso e medio reddito. La storia ci insegna, tuttavia, che quando la distruzione del valore monetario diventa dirompente i danni finiscono con l’estendersi a quasi tutti i cittadini mentre la struttura economica e politica diventa instabile. Ci sono quindi buone ragioni perché ognuno di noi nutra serie preoccupazioni per l’attuale sistema monetario e per il futuro del dollaro.

Le nazioni che vivono al di sopra delle proprie possibilità finiscono sempre col pagare cari i loro sperperi. E’ facile capire come mai le future generazioni ereditino un pesante fardello all’accumularsi del debito pubblico. Questo implica infatti che il debito e gli interessi maturati su di esso vadano a carico di altri soggetti economici. Le vittime non sono mai i beneficiari dei fondi presi a prestito. Tuttavia questo non è ciò che normalmente accade. Il debito, in termini nominali, aumenta sempre e dato che, come afferma la maggior parte degli economisti, indebitarsi senza limiti non é la strada giusta per raggiungere la prosperità permanente, ciò che conta è riuscire a ridurre il debito reale. Questo si può fare solo deprezzando il valore del dollaro. Se il dollaro perdesse il 10% del suo valore, il debito nazionale che ammonta a 6.5 trilioni di dollari verrebbe ridotto, in termini reali, di 650 bilioni di dollari. Questo é uno stratagemma efficace e molto utile per il governo.

La Fed continua a preannunciare una deflazione imminente, così da poter continuare inesorabilmente a svalutare il dollaro. I politici non se ne preoccupano, i banchieri accolgono a braccia aperte gli affari e i beneficiari dei fondi distribuiti dal Congresso non si lamentano mai. Maggiore é il debito e maggiore é la necessità di inflazionare la moneta, dato che il debito non può essere la fonte di ricchezza reale. Gli individui e le società che prendono troppo a prestito alla fine devono contenere le spese, pagare i debiti e ricominciare da capo. I governi lo fanno raramente.
Quindi dove sta il trucco? Questo processo, che sembra essere un modo creativo per riuscire a pagare il debito, finisce col minare la struttura capitalista dell’economia e, di conseguenza, finisce col rendere più difficile la produzione di ricchezza reale. Ad un certo punto l’intero processo si arresta. Se questo sistema provoca indubbiamente numerosi problemi economici, molti sono causati dall’interferenza della Fed sui tassi di interesse, ottenuta attraverso la creazione di credito e stampando moneta.
Circa 100 anni fa, l’economista Austriaco Ludwig Von Mises spiegò e predisse il fallimento del socialismo. Senza un meccanismo di determinazione dei prezzi, il delicato equilibrio tra consumatori e produttori sarebbe andato distrutto. I prezzi che oscillano liberamente forniscono informazioni vitali agli imprenditori che prendono decisioni importanti sulla produzione. Senza queste informazioni vengono compiuti dei grossi errori. Un burocrate incaricato della pianificazione centralizzata non può essere un sostituto della legge della domanda e dell’offerta.
Sebbene generalmente accettata dalla maggior parte dei moderni economisti e politici, la capacità onnipotente della Federal Reserve di conoscere il giusto prezzo del denaro – il tasso di interesse – e la sua offerta ottimale, trova ben pochi scettici. Per anni e specialmente durante gli anni ‘90 – quando il Presidente Greenspan era tenuto in altissima considerazione e nessuno osava mettere in discussione il suo giudizio sul sistema – questo processo ha trovato realizzazione senza essere ostacolato da restrizioni politiche o di mercato. Quando giungerà il momento di saldare i nostri perpetui disavanzi, dovremo anche pagare il conto per le continue manipolazioni operate sui tassi di interesse e sul credito.

Tassi di interesse artificialmente bassi fanno ingannevolmente credere agli investitori che ci sia abbondanza di risparmi, ovvero di capitali non spesi nei consumi. Quando la Fed crea, dal nulla, dei depositi bancari rendendo disponibili dei prestiti al di sotto dei tassi di mercato, essa provoca sia cattivi investimenti che eccedenze di capacità produttiva, e spiana la strada per la successiva recessione o depressione economica. La politica creditizia accomodante é ben vista da molti: operatori dei mercati azionari, costruttori, acquirenti di case, scialacquatori del Congresso, banchieri e molti altri consumatori a cui piace indebitarsi a basso costo senza preoccuparsi della restituzione del debito. Tuttavia non si può sempre avere vita facile grazie al solo sostegno della moneta e del credito creati da un computer della Federal Reserve. A un certo punto l’oste vorrà essere pagato. L’arrivo della recessione è garantito dallo stesso boom artificiale di cui tutti stanno godendo, nonostante il sogno di essere entrati in una “nuova era economica”. Non lasciamo spazio ai dubbi: il ciclo economico, la stagflazione, le recessioni, le depressioni e le inflazioni non sono il risultato del capitalismo e di una moneta stabile ma, al contrario, sono il risultato diretto della carta moneta e della incapacità di gestione della banca centrale.

Il sistema monetario di oggi rende allettanti i debiti per la gente, le società e i governi. Esso incoraggia i consumi sugli investimenti e la produzione. Gli incentivi al risparmio vengono annientati dalle facilitazioni creditizie delle Fed, disponibili a chiunque le richieda, e dai bassi tassi di interesse che spingono sempre meno gente a risparmiare per affrontare in seguito tempi più difficili. La situazione é peggiorata a causa della tassazione sui risparmi. Coloro che risparmiano e vogliono crearsi una rendita da interessi vengono massacrati. I tassi artificiali possono essere spinti sotto il tasso naturale di mercato del 4, 5 o 6 % e i risparmiatori – molti dei quali anziani e investiti nel reddito fisso – soffrono ingiustamente a causa di Alan Greenspan, il quale crede che ricorrere alla creazione di moneta possa risolvere tutti problemi e generare eterna prosperità.

A volte, abbassare i tassi di interesse, specialmente nei primi stadi della svalutazione della moneta, produrrà gli effetti desiderati e provocherà un altro ciclo economico. Tuttavia, alla fine, le distorsioni e gli squilibri tra i consumi e la produzione, e il debito eccessivo, impediranno allo stimolo monetario di rilanciare la crescita economica. Provate a dare un’occhiata a quello che succede in Giappone da 12 anni. Quando la situazione diventa sufficientemente grave, l’unica espediente é procedere con una riforma monetaria in modo da ripristinare la fiducia nel sistema.

Le conseguenze, provocate dalla moneta non convertibile, che rischiano di coinvolgere la gente sono l’inflazione dei prezzi e la disoccupazione. Sfortunatamente, solo pochi si rendono conto che questi problemi sono direttamente collegati al nostro sistema monetario. Anziché esigere nuove riforme, il coro, sia da destra che da sinistra, vuole che la Fed continui a fare quello che sta facendo, e il più velocemente possibile. Se il nostro problema deriva dalla facilità di credito e dalla manipolazione dei tassi di interesse da parte della Fed, chiedere ulteriori interventi non sarà di molto aiuto. Purtroppo si otterrà solo un peggioramento della situazione corrente.

Ironia della sorte, maggiori sono i successi riportati dai gestori di moneta nel ripristinare la crescita e nel prolungare l’espansione economica con le loro macchinazioni monetarie e maggiori sono le distorsioni e gli squilibri economici che si ottengono. Questo significa che quando le correzioni ci verranno imposte, esse saranno molto più gravi, dureranno molto più a lungo e un numero maggiore di persone ne soffrirà.

La situazione attuale (prima parte)

La condizioni economiche di oggi riflettono un sistema monetario non convertibile tenuto in piedi con molti stratagemmi e tanta fortuna da oltre 30 anni. Il mondo é stato inondato di carta moneta fin dall’eliminazione totale del gold standard ad opera di Richard Nixon il quale, il 15 agosto del 1971, pose fine agli accordi di Bretton Woods. Da allora abbiamo vissuto in un sistema basato sul dollaro di carta. Quasi sicuramente ci stiamo avvicinando all’inizio della fine di quel sistema. Se così fosse, saranno tempi molto difficili sia per l’economia americana che per quella mondiale.

Un sistema basato sulla carta moneta implica che non ci siano restrizioni né sulla quantità di moneta da emettere né sui deficit federali. Nel 1971, la M3 era di 776 bilioni di dollari; oggi é di 8.9 trilioni di dollari, un aumento del 1100%. Il nostro debito pubblico nel 1971 era di 408 bilioni di dollari; oggi é di 6.8 trilioni di dollari, un aumento del 1600%. Da quell’anno, il nostro dollaro ha perso quasi 80% del suo potere d’acquisto. Il buonsenso ci dice che questo processo non é sostenibile ed è destinato a precipitare. Tuttavia, finora, nessuno a Washington sembra interessarsene.

Sebbene la gestione dell’offerta di dollari é fondamentalmente la chiave dello stesso valore monetario, molti altri fattori hanno avuto un ruolo nella percezione del valore del dollaro, ad esempio: la forza dell’economia americana, la nostra stabilità politica, il nostro potere militare, il privilegio del dollaro come riserva bancaria mondiale e la relativa debolezza delle economie e valute degli altri paesi. Per queste ragioni, il dollaro ha beneficiato di un posto speciale nel sistema economico mondiale. Gli aumenti di produttività hanno aiutato a conferire immeritata fiducia nella nostra economia. D’altronde i prezzi al consumo, tenuti in una certa misura sotto controllo, fanno credere alla gente, sotto incitamento della Fed, che “l’inflazione” non sia un problema. La fiducia gioca un ruolo importante nella percezione del dollaro. Una moneta sana incoraggia la fiducia ma la fiducia può scaturire anche da altri fattori. Tuttavia, quando si perde questa fiducia, come sempre accade con la carta moneta, gli aggiustamenti a lungo rimandati possono dispiegarsi e colpire in maniera estremamente violenta.

Dopo il fallimento degli accordi di Bretton Woods, il mondo ha fondamentalmente accettato il dollaro come sostituto dell’oro e lo tiene come riserva su cui possono basarsi ulteriori espansioni monetarie. E’ stato un accordo che, fino ad ora, sembra aver accontentato tutti.

Noi abbiamo la stampante di denaro e creiamo tutti i dollari che vogliamo. Questi dollari vengono usati per comprare il debito federale. In altre parole ciò ci permette di monetizzare il debito. Il Congresso, naturalmente, trova la cosa particolarmente conveniente e non si lamenta mai. Circolando nel nostro sistema bancario a riserva frazionale, i dollari si moltiplicano. I nostri partner commerciali sono ben felici di accettare questi dollari creati in eccedenza come mezzo di pagamento. Grazie al nostro dollaro relativamente forte rispetto alle altre valute, siamo in grado di comprare i prodotti stranieri a prezzi scontati. In altre parole, creiamo la riserva mondiale di valuta a costo zero, la spendiamo oltreoceano e riceviamo in cambio i prodotti finiti. I nostri dollari in eccedenza finiscono all’estero e gli altri paesi – in particolar modo il Giappone e la Cina – sono felici di restituirceli comprando il debito del nostro governo e delle GSE. Fino ad ora, entrambe le parti hanno trovato in questo accordo mutua soddisfazione.

Tuttavia tutti gli affari vantaggiosi trovano un limite naturale e anche questo accordo sta per terminare. Questo processo ci ha ridotti a una nazione con un debito enorme e con un disavanzo delle partite correnti di oltre 600 bilioni di dollari per anno, pari a oltre il 5% del nostro GDP. Ora noi dobbiamo agli stranieri più di quanto ogni altra nazione abbia mai dovuto restituire in passato, oltre 3 trilioni di dollari.

Un debito di questa entità finisce sempre con una perdita di valore della valuta della nazione debitrice. Ed é quello che sta accadendo al dollaro, anche se la strada che ci porterà alla realizzazione completa di questo processo é ancora lunga. La festa non può avere durata illimitata. Stampare moneta, comprare prodotti stranieri e vendere il nostro debito agli stranieri finirà quando i detentori stranieri di questo debito cominceranno a preoccuparsi del valore futuro del dollaro.

Una volta che questo processo si innesterà, i tassi di interesse aumenteranno. E nelle ultime settimane i tassi di interesse sono saliti, nonostante gli sforzi frenetici della Fed di tenerli bassi. La spiegazione ufficiale é che tutto ciò sia dovuto alla ripresa economica. Al contrario, le cause più probabili sono la diminuzione di domanda del nostro debito e la riluttanza a possedere il nostro dollaro. Solo il tempo ci dirà se l’economia si riprenderà in modo significativo, ma bisogna essere consapevoli che l’aumento dei tassi di interesse e una seria inflazione dei prezzi possono anche riflettere un dollaro debole e una economia debole. La stagflazione degli anni ’70 confuse molti economisti convenzionali ma non gli economisti Austriaci. In passato, molti altri paesi hanno sofferto una alta inflazione nel corso di una depressione inflazionistica e, questa volta, potrebbe capitare a noi. In realtà, la nostra politica monetaria e fiscale ci sta portando proprio in questa direzione.

Nel breve periodo, il sistema di oggi ci garantisce dei privilegi gratuiti, la nostra carta acquista a basso costo i prodotti oltreoceano e gli stranieri rischiano tutti i loro capitali per finanziare i nostri eccessi. Tuttavia, nel lungo periodo, pagheremo il fatto di avere vissuto al di sopra delle nostre capacità. Il debito dovrà essere pagato in un modo o nell’altro. Una moneta inflazionata torna sempre a perseguitare coloro che hanno usufruito dei “benefici” dell’inflazione. Sebbene questo processo sia estremamente pericoloso, molti economisti e politici non lo considerano come un problema legato alla valuta. Essi mostrano invece la volontà di cercare un capro espiatorio. Sorprendentemente il capro espiatorio è spesso lo straniero che, stupidamente, prende la nostra carta in cambio di prodotti utili e ci agevola ridandoci in prestito il ricavato. E’ vero che il sistema favorisce lo spostamento del lavoro all’estero mano mano che noi aumentiamo gli acquisti di prodotti stranieri. Tuttavia nessuno è in grado di capire il ruolo della Fed in tutto questo, così alla fine si cerca di punire la concorrenza con tariffe più alte. Il protezionismo è una conseguenza prevedibile dell’inflazione dovuta alla carta moneta così come del resto l’impoverimento di tutta la classe media. Non dovrebbe sorprendere nessuno che persino nella fase di boom degli anni 90 molte persone abbiano finito con l’impoverirsi. Tuttavia, ciò che sentiamo ripetere sono gli appelli per ulteriori interventi di governo tesi a risolvere il problema attraverso le tariffe, un maggiore assistenzialismo verso i ceti più bassi e maggiori benefici per i disoccupati, il disavanzo pubblico, riduzioni speciali delle tasse, nessun intervento dei quali è in grado di risolvere dei problemi radicati in un sistema monetario non convertibile gestito da una banca centrale.

Se l’inflazione fosse equa e trattasse tutte le classi sociali alla stessa maniera, provocherebbe meno divisioni a livello sociali. Tuttavia, mentre i redditi di alcuni soggetti aumentano ben al di sopra del tasso di inflazione (attori del cinema, amministratori delegati, intermediari finanziari, speculatori, atleti professionisti) i redditi di altre categorie ristagnano, come quelli della classe media, dei pensionati, degli agricoltori. Alla stessa maniera, l’aumento del costo della vita colpisce le classi medio basse in misura maggiore di quanto colpisca le classe abbienti. Siccome l’inflazione tratta i gruppi sociali in maniera iniqua, la rabbia e l’invidia sono dirette verso coloro che ne traggono beneficio.

Il problema di lungo periodo è che le accuse non ricadono sulla banca centrale e il sistema monetario non convertibile quanto piuttosto sul capitalismo e il libero mercato. Questo è ciò che accadde negli anni trenta. I keynesiani, che finirono col dominare il pensiero economico di allora, accusarono erroneamente il gold standard, i budget ben bilanciati e il capitalismo, invece di far ricadere le colpe della crisi economica sull’aumento delle tasse, dei dazi e sulla politica monetaria della Fed. Questo paese non può permettersi un altro attacco alle libertà economiche simile a quello che seguì il crash del 1929 e che aprì la strada all’interventismo economico e all’inflazionismo che da allora hanno caratterizzato il nostro sistema economico. Queste politiche ci hanno portati sull’orlo di un'altra colossale crisi economica.

Le grandi imprese e il sistema bancario si meritano le nostre critiche più aspre, ma non a causa della loro dimensione o degli enormi profitti che ne ricavano. Le nostre critiche dovrebbero essere mosse dal fatto che questi gruppi economici sono beneficiari di speciali privilegi grazie a un sistema monetario appostitamente designato per favorire certe classi imprenditoriali a spese della classe lavoratrice. Il leader sindacale Samuel Gompers aveva capito questo punto e nei suoi discorsi a favore dell’oro considerava la moneta non convertibile e la banca centrale come minacce da temere. Siccome il sistema monetario viene usato per finanziare i deficit causati dalle spese di guerra, anche l’apparato industriale militare è un forte sostenitore dell’attuale sistema monetario.

I liberali credono ingenuamente di poter controllare il processo, ovvero di poter ridurre i privilegi che vanno alle grandi società e alle banche aumentando la spesa per l’assistenza alle classi più povere. Questo non si verifica mai. Gli speciali interessi finanziari hanno una forte influenza sulla spesa di governo e lasciano a queste classi meno abbienti solo le briciole. L’errore metodologico in questo approccio è che i loro sostenitori non riescono a capire i danni causati alle classi meno abbienti. L’aumento del costo della vita e le perdite di posti di lavoro sono la naturale conseguenza della diluizione della base monetaria. Perciò, anche un controllo di orientamento liberale sul processo di spesa pubblica non riesce mai a compensare i grossi danni causati all’economia e alle classi sociali meno abbienti dagli sforzi della Federal Reserve nel cercare di gestire un ingestibile sistema monetario non convertibile.

L’intervento economico, finanziato dall’inflazione, fornisce ai grossi capitali l’incentivo di assumere il controllo del governo. I grossi capitali vengono da coloro che li hanno, grandi società e interessi bancari. Questo è il motivo per cui si spendono letteralmente miliardi di dollari per le elezioni e le campagne elettorali. L’unica maniera per ripristinare una maggiore equità sociale è cambiare la funzione primaria del governo da quella di pianificatore economico e apparato militare a protettore delle libertà. Senza danaro, le classi medio basse sono escluse dal processo elettorale. Naturalmente questa non è una questione di parte, poiché entrambi i partiti di maggioranza sono controllati da ricchi gruppi di interesse. Solo la retorica si rivela differente.

La situazione attuale (seconda parte)

I problemi economici di oggi sono direttamente collegati agli eccessi monetari degli ultimi trenta anni e agli sforzi più recenti compiuti dalla Federal Reserve per ostacolare le correzioni che il mercato ci sta imponendo. Fin dal 1998, si è verificata una erosione dei profitti societari. Già prima di questo, i profitti e gli utili venivano gonfiati e risultavano pertanto in gran parte fittizi. WorldCom ed Enron tra gli esempi migliori. Nonostante i 13 tagli operati sui tassi di interesse a partire dal 2001, non si é riusciti a rilanciare alcuna crescita economica.
La carta moneta favorisce la speculazione, il debito eccessivo, e dirige gli investimenti nella direzione sbagliata. In ogni caso, il mercato tende sempre a eliminare i cattivi investimenti, a liquidare il debito e a ridurre gli eccessi speculativi. Quello a cui abbiamo assistito, in particolar modo dal picco del mercato azionario di inizio 2000, é stata una violenta e interminabile battaglia della Fed per evitare e limitare la recessione, e per cercare di stimolare la crescita con il suo unico strumento a disposizione, la creazione di moneta. Ciò di cui invece il mercato ha bisogno è l'eliminazione dei cattivi investimenti e dell’eccesso di debito. La Fed ha cercato anche di salvare il mercato azionario dal collasso e, in qualche modo, c’é riuscita. Il mercato, per contro, spingerà verso la liquidazione del debito insostenibile, la rimozione degli investimenti sbagliati degli ultimi anni e verso una drammatica rivalutazione del mercato azionario. A questo giro, la Fed ha fatto l’impossibile ed è più determinata che mai, eppure il mercato ci sta dicendo che una nuova e sana crescita economica non potrà avvenire prima che si sia compiuta una accurata pulizia del sistema. C’é qualcuno veramente convinto che le tariffe e i tassi di interesse all’1% incoraggeranno la ricostruzione della nostra industria tessile e siderurgica? Ovviamente è necessario fare qualcosa di più.
Le banche centrali mondiali sono preoccupate per la mancanza di risposta delle loro economie ai bassi tassi di interesse. Esse si sono unite in uno sforzo concertato per salvare l’economia mondiale attraverso una politica che richiede nell’ordine: la protezione del ruolo del dollaro nell’economia mondiale, la negazione dell’esistenza di inflazione e la giustificazione dell’illimitata espansione dell’offerta di moneta. Per mantenere la fiducia nel dollaro, il prezzo dell’oro deve essere tenuto a freno. Negli anni ’60 il nostro governo non volle il voto di fiducia nel dollaro e per circa vent’anni il prezzo dell’oro é stato artificialmente tenuto a 35 dollari per oncia. Naturalmente la cosa non poteva durare a lungo.
Negli ultimi anni, c’é stato uno sforzo coordinato da parte delle banche centrali mondiali per tenere sotto controllo il prezzo dell’oro. Ciò è stato realizzato scaricando sul mercato parte delle riserve. La cosa ha funzionato fino a un certo punto, tuttavia, così come non si riuscirono a sostenere gli accordi di Bretton Woods, anche questi sforzi sono destinati a fallire.
Il prezzo dell’oro determinato dal mercato é importante in quanto riflette la vera fiducia nel dollaro. Un prezzo dell’oro tenuto artificialmente basso contribuisce a creare un finto senso fiducia che, quando verrà meno, causerà un caos ancora maggiore dovuto ai riaggiustamenti di mercato a lungo rimandati.
La politica monetaria di oggi é studiata per demonetizzare l’oro e per riuscire a garantire alla carta, per la prima volta nella storia, il ruolo di adeguato sostituto nelle mani di saggi banchieri centrali. La fiducia, quindi, deve essere trasferita dall’oro ai politici e ai burocrati che sono responsabili del nostro sistema monetario. Tutto ciò non riconosce la ovvia ragione per cui nel lungo corso della storia i partecipanti del mercato hanno sempre preferito avere a che fare con asset reali, con una moneta reale piuttosto che con la carta emessa dal governo. La competizione tra la carta moneta e la moneta reale riveste molta più importanza di quella che molti gli attribuiscono. Entro i primi dieci anni probabilmente sapremo il risultato finale di questa disputa.
Alan Greenspan, pur essendo stato un forte sostenitore del gold standard, ora crede di sapere quale sarà il risultato di questa battaglia. E’ il suo un pio desiderio? Nel rispondere a una mia domanda davanti alla Financial Services Committee nel febbraio del 2003, il Presidente Greenspan cercò disperatamente di convincermi che adesso la carta moneta funziona bene come l’oro: “Sono stato piacevolmente sorpreso, anzi, devo dire proprio soddisfatto, dal fatto che le banche centrali siano state capaci di simulare efficacemente molte delle caratteristiche del gold standard, limitando la quantità del denaro in modo da far scendere il livello generale dei prezzi.” Prima di questo episodio, nel dicembre del 2002, Greenspan parlò all’Economic Club di New York sullo stesso argomento: “I documenti degli ultimi venti anni sottolineano come, nonostante le croniche pressioni a favore dell’emissione eccessiva di moneta non convertibile, una politica monetaria prudente, mantenuta su un periodo di tempo abbastanza lungo, possa riuscire a frenare le forze inflazionistiche.”
Ci sono numerosi obiezioni a queste ottimistiche osservazioni. In primo luogo, gli efficienti banchieri centrali non rimpiazzeranno mai la mano invisibile dello standard monetario convertibile. In secondo luogo, usare gli indici dei prezzi del governo per misurare il successo di una politica monetaria non dovrebbe essere cosa molto rassicurante. Questi indici possono essere arbitrariamente alterati per confermare il successo della politica monetaria. Inoltre, l’aumento dei prezzi al consumo non rappresenta la prova del nove per misurare i danni causati dai manager della moneta. Lo sviluppo di una capacità produttiva superiore al fabbisogno, la crescita eccessiva del debito e la speculazione si verificano persino quando i prezzi, grazie all’aumento della produttività e all’avanzamento della tecnologia, rimangono ragionevolmente stabili. Il Presidente Greenspan sostiene queste tesi per due motivi. In primo luogo egli spera di aver ragione nella sua convinzione che la moneta sana non sia più necessaria. In secono luogo perché tali tesi si pongono come scusa per continuare ad aumentare il più a lungo possibile l’offerta di moneta, nella speranza che un miracolo riesca a ripristinare una sana crescita economica. Ma questo è solo un sogno.

Adesso dobbiamo confrontarci con una economia che è lungi dall’essere robusta e che potrebbe peggiorare molto prima di riuscire a stabilizzarsi. Se non è già il momento, giungerà presto il tempo in cui l’opinione economica prevalente degli ultimi novanta anni, da quando la Fed fu creata, verrà messa in dubbio. Se le condizioni sono veramente mutate e le pratiche di stimolo fiscale e monetario non funzionassero, faremmo meglio a prepararci per le conseguenze del fallimento del sistema monetario basato sul dollaro, conseguenze che non si limiteranno ai soliti Stati Uniti.
Sul New York Times del 31 luglio 2003 è apparso un titolo interessante che recitava: “I costi delle materie prime aumentano, ma le industrie non sono affatto preoccupate”. Ciò che si può osservare è un cambiamento macroscopico nell’attitudine degli investitori. Costoro stanno cominciando a spostare le loro risorse e stanno dirigendo la speculazione dalle aree prettamente finanziarie, azioni e obbligazioni, a quelle fisiche delle merci e delle materie prime. Questo cambiamento mostra come in effetti, a dispetto della politica monetaria degli ultimi tre anni, la più aggressiva della storia, l’economia rimanga stagnante. Cosa può fare la Fed? Se questo trend continuasse, essa potrebbe fare ben poco. Non solo io credo che questo trend continuerà, ma credo anche che sia destinato ad accelerare. Questa politica mina le fondamenta della nostra economia, riduce i redditi, sollecita la crescita della spesa federale, ciò porta all’aumento dei disavanzi pubblici e del debito, e all’aumento dei tassi di interesse, i quali accrescono esponenzialmente le nostre difficoltà legate al bilancio pubblico.

La serie di circostanze che affrontiamo oggi è unica e molto differente da tutte le altre recessioni con cui la Federal Reserve ha avuto a che fare. Generalmente, i tassi di interesse vengono alzati per raffreddare l’economia e smorzare le spinte inflazionistiche. Al fondo del ciclo economico i tassi di interesse vengono abbassati per stimolare l’economia. Questa volta, la recessione è giunta nonostante l’enorme e significativa riduzione dei tassi di interesse. Questa politica aggressiva non ha ostacolato la recessione come si era sperato, né finora ha prodotto la ripresa tanto desiderata. Adesso che siamo al fondo del ciclo economico non solo i tassi di interesse non possono essere abbassati, essi stanno addirittura risalendo. Questo fatto rappresenta una unica e pericolosa combinazione di eventi. Questa serie di circostanze può verificarsi solo in presenza di una moneta non convertibile e indica che ulteriori manipolazioni dell’offerta di moneta e dei tassi di interessi da parte della Fed avranno un effetto ridotto o addirittura nullo.

Le probabilità per il futuro non sono a favore di una politica monetaria non inflattiva, questa avrebbe infatti conseguenze molto dolorose…La povertà è destinata a peggiorare a causa delle nostre politiche monetarie e fiscali. La nostra ossessione nel mantenere l’ordine pubblico mondiale, nel costruire le nazioni, nella guerra preventiva, non è suscettibile di allentarsi molto presto, poiché appoggiata sia dai leader Repubblicani che da quelli Democratici. Invece, il costo di difendere l’impero americano continuerà ad accelerare. Un paese che sta diventando sempre più povero non può essere in grado di pagare questi conti attraverso una tassazione più elevata né si può continuare a chiedere alla gente i fondi sufficienti da prestare al governo. L’unico espediente è l’appoggio della Federal Reserve e la monetizzazione del debito federale. Ciò naturalmente costituisce inflazione.

Adesso si comincia ad ammettere che il deficit sia fuori controllo. Quello del prossimo anno dovrebbe superare i 500 miliardi di dollari, senza contare i miliardi presi a prestito dai fondi come la Social Security. Rimango fedele alla mia previsione che nel giro di pochi anni il debito nazionale aumenterà di oltre un trilione di dollari nel corso di un solo anno fiscale. Finora tutto bene, non ci sono grosse reazioni da parte dei mercati, il dollaro tiene e i leader politici non sono allarmati, anche se dovrebbero esserlo.

Concordo sul fatto che politicamente sarebbe difficile ingoiare il rospo e affrontare i nostri eccessi, sia fiscali che monetari, tuttavia, le ripercussioni interne dovute a una perdita di confidenza nel dollaro sui mercati internazionali non saranno una bella vista da contemplare. Non vedo attualmente alcuna strada per poter evitare la crisi.
Abbiamo però delle opzioni per cercare di minimizzare le sofferenze. Se solo lo decidessimo potremmo aprire alcune alternative al sistema monetario e bancario attuale.
Già abbiamo fatto qualche passo in questa direzione. Il possesso di oro è stato illegale nel periodo tra il 1933 e il 1976. Oggi milioni di americani posseggono dell’oro.
Le negoziazioni che riguardano l’oro sono legali, ma ogni pagamento legale viene sempre fatto con le banconote della Federal Reserve. Ciò limita il valore monetario dell’oro.
Perché l’oro possa essere un’alternativa alle banconote della Federal Reserve, andrebbero abolite tutte le tasse sulle transazioni in oro, dalle vendite ai guadagni in conto capitale.
L’acquisto di oro dovrebbe essere permesso a ogni fondo pensione, così come sono permessi i dollari.
E’ necessaria l’abrogazione di ogni legge sui mezzi legali di pagamento. Una moneta sana non ha bisogno della forza della legge. Solo la moneta cartacea la richiede.
Queste proposte, anche se attuate domani, non risolverebbero tutti quanti i problemi che stiamo fronteggiando. Tuttavia, esse legalizzerebbero la libertà nella scelta della moneta. Coloro, preoccupati che i loro risparmi possano essere erosi dal deprezzamento del dollaro, avrebbero quindi un’altra opzione a disposizione. Questa opzione renderebbe più sopportabili alcune delle difficoltà legate al forte aumento dei deficit in una economia debole con una inflazione galoppante.

Porre dei limiti al raggio d’azione del governo e limitarne la sua dimensione come prescritto nella Costituzione è il fine a cui dovremmo tendere. Ma la realtà politica rende questa opzione disponibile solo dopo una bancarotta nazionale. Non abbiamo bisogno di giungere a questa catastrofe. Ciò di cui abbiamo bisogno è ridurre significativamente il potere di interferenza del governo con l’economia e con i nostri affari personali, e ritirare la sua presenza dagli affari internazionali delle altre nazioni.

Conclusioni

Non é una coincidenza che durante il periodo successivo alla costituzione della Federal Reserve e alla eliminazione del gold standard, si assistì a una crescita spaventosa del governo federale e del suo debito. Coloro che credono nel governo forte, che siano di sinistra o di destra, rifiutano, a gran voce, le limitazioni sulla crescita del governo che l’oro impone. E’ virtualmente impossibile proteggere la libertà quando la gente permette al proprio governo di stampare moneta a piacimento. Inevitabilmente, la sinistra chiederà maggiori interventi economici e la destra maggiori spese militari e potere imperialistico. Entrambi, o involontariamente o deliberatamente, favoriranno il corporativismo. Coloro a cui stanno più a cuore la libertà e la fiducia in se stessi si sentono persi. Nonostante la sinistra e la destra abbiano obiettivi diversi e siano a servizio di diversi gruppi di interesse, entrambe le parti hanno fin troppa voglia di scendere a compromessi e appoggiare reciprocamente i propri programmi.
Se incontrollato, il caos economico e politico che scaturisce dalla distruzione della valuta porta inevitabilmente alla tirannia, una conseguenza di cui i Padri Fondatori erano fortemente consapevoli. Per 90 anni abbiamo vissuto con una banca centrale e negli ultimi 32 anni non ci sono state restrizioni sulla creazione di moneta. Col passare del tempo la stampante di denaro dovrà lavorare sempre più velocemente per cercare di mantenere la stabilità. In questo momento essa sta girando ad una velocità record. Era prevedibile ed é comprensibile il fatto che parallelamente il nostro debito nazionale si stia espandenendo a ritmi senza precedenti.
Lo sforzo pauroso della Fed per stimolare la crescita economica ha prodotto, così come dichiarano alcuni favorevoli studi economici, una crescita pari al 3.1% nel secondo trimestre di quest’anno. Tuttavia nelle note a pie’ di pagina, leggiamo che le spese militari – la maggioranza delle quali sono realizzate per le imprese oltreoceano – ammontano a uno sbalorditivo 46%. Naturalmente, tutto ciò rappresenta spesa pubblica in disavanzo finanziata dalla stampante della Federal Reserve. Non sono affatto dati rassicuranti sulle condizioni di salute della nostra economia. Essi riflettono semplicemente il fallimento della politica economica corrente.
Non ci sarà una reale crescita economica finché non verrà ripristinata la fiducia nel sistema. E finché tale fiducia continuerà a dipendere dalla spesa eccessiva dei politici e dalla inclinazione della Federal Reserve a gonfiare artificialmente la nostra prosperità, il raggiungimento di questo traguardo sarà impossibile. Solamente una moneta sana e un governo con poteri limitati potranno spingerci in questa direzione.

giovedì 30 ottobre 2008

Una risata ci seppellirà


Un gruppo di ricercatori del King College di Londra ha sottoposto 800 bambini tra i 13 e i 14 anni ad una serie di test per misurare la loro comprensione di concetti scientifici astratti quali volume, densità, quantità e peso. I risultati, confrontati con quelli di un simile esercizio eseguito nel 1976, hanno riservato una brutta sorpresa:
In una prova conosciuta come la prova del pendolo appena poco più di uno su dieci ha raggiunto il punteggio più alto che richiedeva un “più alto livello di pensiero,” un calo significativo dal risultato del 1976 di uno su quattro.
In una seconda prova, che ha valutato l'abilità di pensiero matematico, uno su cinque ragazzi aveva ottenuto i più alti punteggi nel 1976 mentre la cifra dallo studio più recente è stata soltanto di uno su 20. Ma il successo medio è risultato simile in adolescenti da entrambe le generazioni.
Il professor Michael Shayar, che ha condotto lo studio,
crede che il declino nelle capacità intellettuali sia accaduto durante gli ultimi 10 - 15 anni e potrebbe essere un risultato dei programmi nazionali di studi che fanno esercitare i bambini su test così come i cambiamenti nelle attività di svago dei bambini, come un aumento nei giochi elettronici e nelle ore alla televisione.
Ora, non c'è dubbio che i programmi educativi statali non siano esattamente il metodo ideale per coltivare l'intelligenza nei bambini, e che anzi siano uno strumento perfetto per livellare le differenze verso il basso, ma pare che per gli ingegneri sociali d'oltremanica questo non sia abbastanza. Infatti, sempre in Inghilterra, si sta pensando ormai da diversi mesi di fluorizzare l'acqua, come accade in America, mentre a Sheffield già lo si aggiunge al latte che le scuole offrono agli alunni.
Lo scopo, naturalmente, è umanitario: proteggere i denti dei bambini meno abbienti, nonostante le proprietà di protezione dalla carie del fluoro rimangono ancora largamente disputate. In compenso, ad essere invece provati da una lunga serie di studi sono gli effetti collaterali di questo agente chimico, che anche in piccole dosi si accumula nell'organismo. Leggiamo da una ricerca americana del febbraio di quest'anno:

“Sappiamo che l'eccessiva ingestione di fluoro abbassa i livelli dell'ormone tiroideo, cosa particolarmente critica per le donne con ipotiroidismo infraclinico; bassi livelli materni della tiroide interessano avversamente lo sviluppo neurologico fetale,” segnala un prestigioso comitato di scienziati e professionisti del settore medico-sanitario in una Dichiarazione di Consenso Scientifico sugli agenti ambientali connessi con i disordini nello sviluppo neurologico.

Studi da essi esaminati ed altri collegano il fluoro alle anomalie del cervello e/o ai deficit di quoziente d'intelligenza.

“La domanda è quale livello di esposizione provoca gli effetti nocivi ai bambini. La preoccupazione primaria sono gli itinerari multipli dell'esposizione, dall'acqua potabile, dagli alimenti e dai prodotti di cura dentale, che possono provocare un'esposizione cumulativa al fluoro sufficiente per causare effetti sullo sviluppo,” scrivono.

Gli autori avvertono che “date le gravi conseguenze del LDDs [inabilità dell'apprendimento e dello sviluppo], un approccio precauzionale è consigliato per proteggere i più vulnerabili della nostra società”
Ma tali preoccupazioni non sembrano turbare i funzionari di governo britannici, irremovibili nella loro “guerra alla carie” che promette ai cittadini un futuro di sorrisi splendenti a trentatré denti. Che ci sarà da ridere, con questi chiari di luna, non si sa, ma dato che risus abundat in ore stultorum possiamo a buona ragione immaginare che l'istupidita umanità del futuro sarà – finalmente – felice e sorridente. I nostri benefattori lavorano per questo.
Articolo da: http://gongoro.blogspot.com/

martedì 28 ottobre 2008

La crisi dell’anarchismo e l’ethos liberale


Sul pensiero di Luce Fabbri (intervistata da Cristina Valenti su Rivista A 247) interviene criticamente Pietro Adamo.

Nel secondo dopoguerra l’anarchismo è andato incontro alla crisi decisiva, con un progressivo esaurirsi della sua presenza nell’immaginario occidentale. I pensatori e i militanti hanno reagito in modi diversi. In maggioranza si sono adeguati alle parole d’ordine della sinistra marxista, accettandone l’egemonia sul piano intellettuale e conformandosi alla sua visione manichea del mondo, sia pure con esplicite divergenze sul piano delle conclusioni. Un esempio rappresentativo di questo genere di atteggiamento lo troviamo in una delle donne «forti» del movimento, Maria Luisa Berneri, di cui fu pubblicata, nel 1952, una raccolta postuma di articoli. Il titolo del libro era Neither East nor West : l’autrice poneva sullo stesso identico piano l’Unione Sovietica, con i paesi del socialismo reale, e l’Occidente capitalista e liberale. L’idea portante era che entrambi i sistemi fossero egualmente e analogamente repressivi e inumani. Il fatto che il suo libro potesse esser pubblicato nel West, dove gli anarchici erano (relativamente) liberi di far propaganda culturale o di organizzare sindacati, mentre a East professarsi anarchico voleva dire prenotarsi un simpatico posto di villeggiatura coatta in Siberia, non toccava la sostanza del suo argomento. Il socialismo reale e il capitalismo reale erano due orrori; d’altro canto - e qui assumeva rilevanza l’influenza della sinistra istituzionale - per il socialismo "ideale" restava sempre un’ancora di salvezza.
Tra gli anarchici esistevano per fortuna anche altre tendenze - in Italia ben rappresentate, per esempio, dalla Volontà di Giovanna Berneri e Cesare Zaccaria - meno propense a condividere senza traumi l’immaginario comunistoide. Leggere i vari pamphlet pubblicati da Luce Fabbri in questo periodo è di fatto un’esperienza rinfrescante. Ai dogmatismi e alle certezze si sostituisce uno spirito critico e analitico, insoddisfatto della vulgata corrente, animato da una costante problematicità e da una prospettiva culturale non ristretta. Fedele alla radice socialista dell’anarchismo, la Fabbri è comunque capace di mettere in gioco questa stessa fede e di ridiscuterla nell’ambito di una riflessione che tiene conto di nuovi spunti, come l’ascesa della tecnocrazia e l’avvento del totalitarismo.
I suoi scritti mi sembrano dominati da un’esigenza primaria, descritta in L’anticomunismo, l’antiimperialismo e la pace (1949) (d’ora in avanti AAP) nel seguente modo:
"Logicamente facile e netta, la posizione di coloro che lottano per una vera libertà e una vera giustizia sociale, diventa difficile e quasi direi tragica in mezzo a quest’assurdo allinearsi di combattenti, in cui il totalitarismo stalinista eredita la funzione storica del nazi-fascismo" (p.42).
Per la Fabbri il tema del percorso possibile degli anarchici è centrale. In La strada (1952) (d’ora in avanti S) lo individua nel "socialismo antistatale" della linea bakuninista, che potrebbe tornare alla ribalta grazie alla rinnovata identificazione tra lo stato e "lo sfruttamento capitalista" (p.7). L’analisi è tutt’altro che semplicistica, e si inserisce in una concettualizzazione storica (stavo per scrivere "filosofia della storia") che, se da un lato soffre, come tutte le operazioni di questo genere, di un eccessivo schematismo nonché della pretesa di poter "indovinare" il futuro, dall’altro offre una serie di considerazioni intorno alla natura dell’anarchismo di indubbio valore e novità.

Tendenze statolatriche

Già nel secondo dopoguerra la Fabbri era giunta alla conclusione che la distinzione tradizionale tra destra e sinistra - che per esempio Norberto Bobbio ritiene ancor oggi valida - era superata. Non serviva a null’altro che "a coprire di fumo la strada verso l’avvenire". Con l’avvento dei totalitarismi, la militarizzazione dell’economia e il nuovo impeto dato alla "statalizzazione" dagli "adoratori" di Stalin, "l’equazione sinistra = trasformazione nel senso del progresso perde ogni significato discriminatorio". La divisione del mondo in due blocchi rischia di semplificare ingannevolmente la situazione. A parere della Fabbri la terminologia potrebbe essere ancora recuperata con l’attribuzione di nuovi significati: a destra fascisti e comunisti, uniti da un comune programma di "massima oppressione politica, massimo sfruttamento economico, monopolizzati tanto la prima quanto il secondo dallo stato e dalla sua casta burocratica"; al centro le "cosiddette democrazie occidentali", in costante pericolo di pendenza "verso destra"; a sinistra gli alfieri del socialismo antistatale, gli antifascisti, i pacifisti, in poche parole i libertari. Per arrivare a questa "esattezza di vocabolario" occorrerebbe però "porre in termini chiari il problema del socialismo e quello dello stato". "E ciò generalmente non si fa", conclude (AAP, pp. 4-7).
Agli inizi degli anni cinquanta l’obiettivo della Fabbri stava quindi nel ridisegnamento del vocabolario della politica. Nell’ambito di questa operazione offerse una serie di suggerimenti sulla natura dell’anarchismo stesso. Anche la riflessione su di esso subiva i nefasti effetti dell’ "innegabile influenza marxista su tutti i movimenti italiani (e, possiamo dire, europei)" ( Sotto la minaccia totalitaria, 1955, p. 13, d’ora in avanti MT). Questa aveva prodotto, per quanto riguardava l’anarchismo (e gli anarchici), la sottovalutazione programmatica dell’eredità liberale. Il termine "liberalismo" aveva assunto una accezione "spregiativa" grazie all’azione congiunta dei marxisti e dei partiti conservatori che, "per il fatto di averlo sulla loro bandiera, se ne considerano proprietari" (MT, pp. 45-46). Al contrario, il modo migliore per intendere l’anarchismo era di considerarlo "alla confluenza di due linee evolutive, quella del liberalismo e quella del socialismo"(MT, p. 18). Accettando l’istanza egualitaria del secondo e l’insistenza sui principi della libertà e dell’autonomia del primo, le tendenze statolatriche presenti in entrambe le tradizioni si sarebbero neutralizzate a vicenda: "Tanto il liberalismo quanto il socialismo sono stati falsati, deviati dalla fame del potere: il liberale non ha vacillato a rendere schiavi gli uomini impadronendosi del loro pane; il socialista oggi tende alla tirannia politica attraverso la statizzazione della proprietà. La lotta tra il falso liberalismo (blocco occidentale) e il falso socialismo (blocco orientale) è una lotta nel vuoto" (S, p. 10).
Lo sforzo maggiore era ovviamente rivolto a chiarire il ruolo del liberalismo, sul quale sembravano esserci dubbi maggiori. Inserendosi nel solco delle elaborazioni liberalsocialiste, a loro volta eredi della distinzione crociana tra liberalismo come metodo e liberismo come politica economica, la Fabbri sostenne che il primo aveva "avuto solo applicazioni pratiche parziali e uno sviluppo tronco come dottrina" (S, p. 8). L’idea che esso, in quanto dottrina individualista, fosse la dottrina cardine del capitalismo era profondamente errata, e questo per due motivi. In primo luogo, "il capitalismo non è mai stato individualista" (S, p. 8); nella ricostruzione storica della Fabbri, il "preteso individualismo" dei capitani d’industria dell’Ottocento non era altro che "l’espressione del desiderio di limitare l’autorità dello stato in materia economica". Le prime battute d’arresto del capitalismo industriale spingeranno infatti i "padroni" verso cartelli e trusts, istituzioni che costituiscono in se stesse una palese negazione del cosiddetto individualismo originario. Di conseguenza il mondo imprenditoriale non si orienta affatto verso i valori dei "mercati e dei prezzi", ma piuttosto verso la tutela statale prima e verso il controllo diretto dello stato poi (MT, p. 25). Ed è questo il secondo motivo dell’inconciliabilità tra liberalismo e capitalismo: facendo tesoro dell’esperienza nazista, la Fabbri afferma che lo sviluppo più naturale del secondo lo porterà in altra direzione: i capitalisti "lasceranno cadere il loro liberalismo per conciliarsi con i nuovi regimi più o meno totalitari in formazione, che salvano la gerarchia sociale, creando una casta superiore e privilegiata di funzionari" (S, p. 9).

Federalismo libertario

Quale liberalismo, quindi? Un liberalismo di carattere soprattutto etico, incentrato in primo luogo "sulla difesa della personalità individuale" (MT, p. l9). Ed è proprio nello sviluppo di questo concetto che la Fabbri crede di scoprire il momento della confluenza con il socialismo. I liberali non sono riusciti a risolvere il problema reale del dominio dell’uomo sull’uomo, accontentandosi di una pura teoria della politica:
"la lotta per la libertà dell’uomo non può essere diretta solo contro la tirannia politica, ma deve essere combattuta nello stesso tempo contro il controllo della vita economica da parte d’una casta privilegiata, sia essa composta da capitalisti privati o dai burocrati dello stato proprietario" (S, p. 17).
In altri termini, il liberalismo - inteso come metodo di convivenza civile fondato sul libero sviluppo dei singoli - potrà dirsi compiuto quando avrà eliminato i presupposti del dominio economico: secondo la Fabbri, la libera impresa e la proprietà privata. La tradizione liberale, nel suo momento più alto, non potrà che confluire nel socialismo, accettando l’idea di una proprietà socializzata e di una libera "associazione che moltiplica all’infinito le proiezioni dello sforzo individuale" (S, p. l3). Questo percorso non è poi molto diverso da quello del liberalismo radicale alla Gobetti e del socialismo liberale alla Rosselli - esperienze sulle quali si sofferma con palese simpatia (AAP, p. 41, MT, pp. 29-30, 42, 44) - con la differenza che, laddove i due insistono sulla razionalizzazione da un lato, e la diminuzione dall’altro, del potere di intervento dello stato nella vita degli uomini, la Fabbri postula, seguendo da presso uno degli interlocutori anarchici privilegiati dei due "martiri", Camillo Berneri, un metodo liberale all’interno di una società senza stato basata sui principi del federalismo libertario.
L’equivoco sul liberalismo nasce storicamente dagli sviluppi ottocenteschi del conflitto tra la società borghese e il socialismo. Il "contenuto classista" dell’azione di riscossa dei movimenti operai non poteva non provocare un "urto" decisivo: ma "tale contenuto è, secondo me, circostanziale" (MT, p. 24), preciserà, accollandone la sopravvivenza soprattutto al perdurare dell’influenza marxista. Tra le due tradizioni restano comunque significative differenze. "Ci sono parole che sentiamo nostre come "socialismo"", scriverà nel 1955, e altre, come "liberalismo", "che stanno a significare solo una eredità da raccogliere e da continuare" (MT, p. 9). Il cuore di Luce è tutto dentro la tradizione socialista; ma non è difficile scorgere, all’interno dei suoi pamphlet scritti tra la fine dei Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, un significativo slittamento di enfasi e tono. La frase sopra citata prosegue con un chiarimento: il liberalismo è "una parentela più remota, che diventa importante ora, perché ci aiuta a combattere da un punto di vista attuale lo stato, dato che oggi capitalismo e assolutismo burocratico convergono" (MT, p. 9). ln altre parole, è stata la riflessione sul ruolo e la portata del totalitarismo a portare la Fabbri a ciò che lei stessa ha descritto come "la valorizzazione della tradizione liberale" (MT, p. 8). In questo senso la sua riflessione giunge a cogliere con grande chiarezza ciò che molti anarchici del Novecento, presi nella rete della vulgata marxista, non hanno spesso compreso, cioè che l’anarchismo non è in sé l’antitesi del capitalismo, quanto piuttosto del totalitarismo: "guardando al passato, vediamo che, facendo della libertà il centro delle loro aspirazioni, gli anarchici si sono trovati fin da principio sulle posizioni che sono oggi diametralmente opposte a quelle totalitarie" (MT, p. 46). Il confronto con i regimi nazisti e comunisti ha sbalzato in primo piano ciò che i precedenti conflitti di matrice classista avevano occultato, rivelando la centralità dell’ethos liberale: "il carattere liberale, in senso ampio, dell’anarchismo, risalta assai più oggi, alla luce dell’esperienza totalitaria" (MT, p. 46).

Riflessione incompiuta

Luce Fabbri ha quindi colto alcuni dei più importanti elementi dell’anarchismo contemporaneo. D’altro canto il suo schema interpretativo soffre di alcune rigidità, o, volendo usare i suoi termini, della presenza di "un groviglio di falsi idoli, di dilemmi artificiali, di assiomi accettati universalmente" (S, p. 26). Nel caso si tratta - mi pare - della fedeltà a oltranza al modello del comunismo libertario alla Kropotkin, con i suoi corollari dell’avversione verso la proprietà privata e l’insufficiente concettualizzazione degli effetti della cosiddetta" proprietà socializzata". Tuttavia, più che in una sorta di "idolatria" intellettuale, i limiti della proposta fabbriana - che considero ovviamente secondari rispetto agli evidenti pregi - mi sembrano fondarsi soprattutto su due elementi interrelati, il mito della perversione stalinista e una riflessione incompiuta sul totalitarismo.
E’ usuale distinguere tra i momenti iniziali della rivoluzione bolscevica - i soviet, la socializzazione, la democrazia consiliare, eccetera - e le successive perversioni accentratrici del leninismo e dello stalinismo. Così facendo si perdono di vista le linee di continuità nel bolscevismo e la qualità giacobino-totalitaria del complesso della sua vicenda. _ nei dogmi e nei fondamenti dell’ideologia marxista stessa che si annidano i germi dell’antiindividualismo radicale e della "società-massa": l’eliminazione della proprietà privata è solo una delle strategie di fondo del totalitarismo. Luce si è concentrata sugli effetti devastanti della proprietà privata nell’accezione capitalista del termine, proponendo di recidere il male alla radice. E tuttavia il nesso tra collettivizzazione e società totalitaria non è affatto unidirezionale, e neppure casuale.
In altri termini, la lezione del Novecento insegna non solo che il totalitarismo tende di fatto a" socializzare" la proprietà, ma anche che il livellamento della proprietà tende inesorabilmente a incoraggiare forme totalitarie di organizzazione della vita sociale. Trascurare questo elemento ha forse portato la Fabbri a sottovalutare altri elementi dell’ ethos liberale - per esempio, una concettualizzazione garantista e "difensiva" della proprietà stessa - che potrebbero trovare una degna collocazione nell’anarchismo stesso.

domenica 26 ottobre 2008

Think different!


Quante volte ci capita di inchiodare di fronte ad un autobus che, con l’imponenza di un ciclope a due fari, invade la nostra corsia facendoci scorrere davanti al parabrezza carrellate e carrellate di messaggi pubblicitari attaccati sulle sue fiancate neanche fosse una raccolta di francobolli ambulante? Oltre al danno anche la beffa ci verrebbe da dire!
E così ci tocca sopportare sfilate di inconciliabili messaggi politici, il gestore economico più conveniente (ma di cui non si è mai sentito parlare), la migliore assicurazione auto o un’avvenente signorina serenamente sdraiata lungo la fiancata che attesta l’infrangibilità ed il comfort delle sue nuove calze.
Da qualche altra parte del mondo, più precisamente a Londra, chi attualmente si ferma davanti ad un autobus si trova davanti ad un messaggio del tutto diverso, decisamente meno commerciale e più bizzarro: “There’s probably no God, now stop worrying and enjoy your life”. Letteralmente “Probabilmente non c’è alcun Dio. Ora smetti di preoccuparti e goditi la vita”. Un incoraggiamento secondo alcuni del tutto sconsiderato.
Tuttavia il suddetto messaggio, che all’apparenza può sembrare nient’altro che una burla, ha un significato sorprendemente più profondo di quel che traspare… L’iniziativa è infatti volta a contrastare gli sponsor religiosi che, nel dissenso di molti, presiedono le fiancate dei mezzi di trasporto pubblici londinesi. Ad occuparsi dell’iniziativa, denominata “The Atheist Bus Campaign” e nata dall’idea della nota blogger Ariane Sherine, è un gruppo di atei tra cui anche il celebre autore di “The God Delusion” Richard Dawkins. Il progetto, sorto con modesti obiettivi, ha a dire il vero già oltrepassato la cifra delle 11.000 sterline, pari a 15.700 euro circa.
Segno che la gente si sta stancando di vedersi puntare il dito contro da ipotetici detentori di verità assolute che, da sputasentenze, prevedono un aldilà tra fuoco, fiamme ed atroci sofferenze per chi non crede nel loro Dio. Personalmente, non li biasimo: meglio un po’ di sano umorismo inglese!

Articolo da: http://lasentinelladellalaicita.wordpress.com/

sabato 25 ottobre 2008

Emergenza libertà in Italia


L'appello di Carlo Ruta: http://www.leinchieste.com/prima_pagina.html

La sentenza siciliana che ha condannato l'informazione in rete, ritenendola né più né meno che un crimine, sta suscitando proteste e allarme sul web e in ogni ambito del paese civile e responsabile. Le ragioni sono pesanti come pietre. Sono stati attaccati princìpi che hanno fatto la storia del pensiero democratico: i medesimi per i quali, nel nostro paese, uomini come i fratelli Rosselli, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Eugenio Curiel, Giovanni Amendola, hanno speso il loro impegno e dato la vita. E' stato puntato e centrato in particolare il principio della libera espressione, che, rappresentativo delle libertà tutte e momento rivelatorio di uno Stato democratico, costituisce un cardine della Costituzione repubblicana.

L'attuale governo italiano, che si sta connotando sempre più in senso illiberale, non può sottrarsi a questo punto al dovere morale di rispondere al moto di protesta di questi giorni. Basta con gli infingimenti. Non si aspetti che l'onda di piena dell'indignazione si plachi. Si farà il possibile perché non si fermi. E' in gioco appunto la democrazia, nella sua frontiera più avanzata e aperta, rappresentata dalla libera espressione in rete, dalla comunicazione che irrompe e prorompe in senso orizzontale, che rende i cittadini protagonisti in modo nuovo. E' in gioco, come si diceva, la Costituzione, che, come ci ha ricordato Piero Calamandrei, non è nata nei salotti, né nelle stanze del potere, ma sulle montagne, accanto ai corpi degli uccisi, tra i fuochi delle città in rivolta.
E' necessaria una legge subito, che, distante da ogni possibilità di equivoco sul piano interpretativo, fermi in via definitiva le trame censorie e repressive dei poteri forti del paese, per vocazione illiberali e antidemocratici. E' altresì necessario che il legislatore prenda atto che l'informazione sul web non può recare limitazioni di principio. La rete è un luogo cardine del nostro tempo, in cui la democrazia prende corpo e voce, con l'esercizio del confronto. Non può essere quindi annichilita, come avviene in Iran e in Birmania.
Si fa appello allora alle realtà del web, della comunicazione a tutti i livelli, del paese civile e responsabile, perché la mobilitazione continui ad oltranza, con iniziative forti. La sentenza siciliana, come ha scritto un blogger, potrebbe essere una delle ultime "perle" di una collana che, giorno dopo giorno, sta mutandosi in un cappio. E si tratta di fare il possibile perché questo non avvenga. Occorre impedire che si consumi in Italia il rogo della libera espressione, memori del resto che i roghi delle idee possono essere preparatori di regimi a scena aperta.
Carlo Ruta

Aderiscono all'appello:

Letizia Battaglia (fotografa, Palermo); Alfio Caruso (scrittore e giornalista, Milano); Paolo Barnard (giornalista, Roma); Carmine Colacino (ricercatore universitario, Potenza); Nikos klitsikas (storico e scrittore, Atene); Giuseppe Casarrubea (storico, Partitico); Pino Nicotri (giornalista, Roma); Rocco Sciarrone (docente Sociologia, Università di Torino); Antonino Monteleone (giornalista e blogger, Reggio Calabria); Paola Vallatta (Giornalista, Parigi); Diana Cimino (studentessa, Palermo), Marisa Conte (Ragusa); Barbara Grimaudo (formatore, Palermo); Cittadini Invisibili (associazione, Palermo); Alessio Di Florio (attivista, Pescara); Fabrizio Occhipinti (studente, Ragusa); Simona Taschetti (Fiumefreddo di Sicilia); Flora Nicole Blasi (studentessa, Busto Arsizio); Lucio Lanza (Sant'alessio Siculo, Messina); Bruno Chiazzo (impiegato, Firenze); Gian Joseph Morici (blogger giornalista, Agrigento); Cinzia Montoneri (grafica pubblicitaria e blogger, Ragusa); Athos Gualazzi (giornalista e blogger, Roma); Giuseppe Sanarico (impiegato, Torino); Sara Catanese (studentessa, Rosolini); Roberto Copparoni (docente e giornalista, referente provinciale dei Verdi di Cagliari); Ugo Albano (blogger); Pasquale Incantalupo (libero profesionista, Sesto San Giovanni, Milano); Andrea Giompaolo (studente, Ragusa); Marco Di Martino (avvocato, Ragusa); PRF federazione di Ragusa; Gemma Marino (funzionario di banca in pensione, Caltagirone); Paolo Fior (giornalista, Milano); Nello Lo Monaco (geologo, Ragusa); Stefano Moncherini (giornalista RAI, Roma); Vincenzo Gerace (cancelliere, Francavilla, Messina); Roberto S. Rossi (giornalista, Catania); Redazione de "Il clandestino" (giornale, Modica); Riccardo Orioles (giornalista, Catania); Giulia Manzini (giornalista, Gazzetta di Modena); Carlo Gubitosa (giornalista scrittore, Taranto); Carla Cau (insegnante, Ragusa); Serena Minicuci (funzionaria Regione Calabria, Catanzaro); Vincenzo Rossi (giornalista, Catania); Teodoro Criscione (studente, Ragusa); Antonella Serafini (giornalista, Roma); Patrizia Bellocci (docente universitario, Firenze); Angelo Genovese (studente, Ragusa); Giuseppe Virzì (blogger, Milano); Luisa La Terra (impiegata, Ragusa); Marco Benanti (giornalista, Catania); Andrea Mangano (studente, Ragusa); Pippo Gurrieri (giornalista, Ragusa);Victor Ciuffa (editore e direttore di Specchio Economico, Roma); Pietro Lo Monaco (studente, Ragusa); Luisa La Terra (impiegata, Ragusa); Giovanni Iacono (metodologo, Ragusa); Natale Salvo (blogger, Trapani); Franca Supplizi (sociologa, Ragusa); Piero Lo Monaco (studente, Ragusa); Agnese Ginocchio (cantautrice, Caserta); Daniela Pappalardo (cittadina, Monterosso Almo, RG); Pietro Campoli (impiegato, Russi, RA); Roberto Ballabeni (portiere di notte, Parigi); Francesco Cirillo (giornalista, Calabria); Elio Copetti (artista, Venzone, Udine); Aldo Zanchetta (ingegnere, Gragnano); Guglielmo Trupia (fotografo, Milano); Marco Billeci (studente universitario, Milano). Giuseppe Crapisi (giornalista blogger, Corleone); Pippo Palazzolo (docente diritto ed economia, Ragusa); Nicola Lo Bianco (docente, Palermo); Luigi Zoppoli (giornalista, Torino); Antonio Pavolini (Impiegato, Roma), Salvatore Gioncardi (attore, Palermo); Piero Paolino (docente, Modica), Una Nuova Prospettiva (movimento politico, Modica); Mario Nanni "Maralai" (blogger); Laura Incantalupo (impiegata, Sesto San Giovanni); Giovanni Arata (blogger, Torino); Pier Luigi Zanata (giornalista, Capoterra, CA); Viviana Salerno (libera professionista, Comiso); Enrico Natoli (fotografo, Roma); Cuntrastamu (associazione antimafia, Roma); Francesco Balistreri (studente ingegneria, Pietraperzia); Giuliano Ottaviano (docente di Scienze nei Licei, Ragusa); Luca Grimaldi (giornalista blogger, Salerno); Antonio Giaimo (giornalista, Bolivia); Sandra Cangemi (giornalista, Milano); Baldassare Criscenzo (libero professionista, Roma); Maria Virgillito (giornalista blogger, Catania); Nicola Di Tullio (manager, Roma); Laura Picchi (blogger giornalista, Viareggio); pietro borgo (giornalista, presidente del circolo ambientalista Walden, Acerra); Massimo Vespia (giornalista, Reggio Calabria); Lia Gambino (giornalista blogger, Palermo); Emanuele Chesi (giornalista il Resto del Carlino, Forlì); Luigi Messina (tecnico informatico, blogger, Milano); Giuseppe Montemagno (giornalista-pubblicista, Gela); Giuseppe Galluccio (blogger, Torre del Greco, Napoli); Domenico Letizia (Anarchico Liberale) Maddaloni (CE).

giovedì 23 ottobre 2008

Ne parlano a volte...

Parte dei conservatori antifascisti e parte dei progressisti anticomunisti tutti interessati al termine Anarchia. L'articolo del ''Il Giornale'' ci parla di anarchismo di anarchismo liberale e di anarco-capitalismo, importante da notare che se parla....

"Il mio identikit politico è quello di un libertario, tollerante. Se poi anarchico l'hanno fatto diventare un termine orrendo... In realta' vuol dire solo che uno pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia, le stesse capacità" ( Fabrizio De André )