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martedì 1 gennaio 2008

Macchine da indottrinamento (Noam Chomsky)


Mi interesso alla cultura intellettuale, all'ideologia. Buona parte del mio lavoro riguarda il sapere (scholarship), cosa non facile da presentare e da divulgare; il che spiega perché ci si concentri soprattutto su quel che dico dei media. Ciò detto, dato che costituiscono un elemento importante del sistema ideologico d'indottrinamento, vale la pena di osservarli più da vicino. Riguardo ai media, per quanto mi consta, quel che vale per gli Stati uniti vale anche per il Canada, la Francia e tutti gli altri paesi. Esistono studi comparati, ma sono poco numerosi, ed è interessante notarlo: il lavoro di critica dei media viene effettuato essenzialmente negli Stati uniti. Nell'intelligentsia vige l'illusione di essere al di sopra della mischia, di essere liberi e indipendenti. Negli Stati uniti si nutrono meno illusioni a riguardo e quindi c'è un maggior lavoro di analisi critica. Ciò avviene anche altrove, naturalmente, ma in misura molto minore. Insieme al collega Edward Herman ho scritto un libro dal titolo Manufacturing Consent e abbiamo studiato un'ampia casistica.
Uno di questi studi, nella fattispecie è un lavoro di Herman, mirava a raffrontare il modo in cui i media americani avevano presentato le elezioni in Nicaragua e in Salvador, elezioni che erano state più o meno concomitanti. Il governo americano aborriva le elezioni in Nicaragua, e voleva impedirle; adorava peraltro le elezioni in Salvador e le presentava come un avvenimento straordinario. I due casi venivano dunque trattati secondo criteri differenti. In Salvador, l'intervento dei guerriglieri veniva presentato come qualcosa d'orribile, in Nicaragua, l'intervento dei guerriglieri ( i "Contras") significava la libertà. Le lunghe file di attesa in Nicaragua dimostravano che si viveva sotto una dittatura, in Salvador invece erano un indice di democrazia. La domanda che abbiamo posto era la seguente: i media hanno utilizzato gli stessi criteri per giudicare entrambi i casi, oppure, conformandosi alla posizione del governo hanno adottato criteri contrastanti? Non ci vuole molto a dimostrare che si sono allineati al pensiero ufficiale. Un ricercatore olandese ha ripreso lo stesso modello e l'ha applicato con attenzione maggiore di noi a 14 quotidiani europei. Si trattava semplicemente di sapere se si attenevano agli stessi criteri in entrambi i casi, o si contentavano di riproporre il punto di vista del governo americano. Ha potuto così stilare una graduatoria. Il giornale più onesto è risultato The Guardian di Londra; la stampa conservatrice tedesca era relativamente onesta; il peggiore di tutti è risultato il quotidiano parigino Libération, all'epoca reaganiano ad oltranza, che superava i peggiori giornali Usa nella sua adesione alla propaganda del governo americano. Per la verità, non sono sorpreso più di tanto. Se prendessimo il caso del Canada, suppongo che riproporrebbe questa stessa gamma di posizioni. Non leggo regolarmente la stampa canadese, ma l'anno prima del ciclo di conferenze che ho tenuto in Canada, e che hanno portato al film Necessary Illusions per curiosità mi sono abbonato al quotidiano di Toronto Globe and Mail. Volevo avere un'immagine aggiornata giorno per giorno, nell'arco dell'anno.
Non sono rimasto molto impressionato. Somigliava a un buon giornale locale statunitense, che forniva informazioni soprattutto sul mondo degli affari; la maggior parte delle informazioni pubblicate erano riciclate dagli Stati uniti. Vi erano anche alcune cose non pubblicate negli Stati uniti; a volte, in effetti, venivano riportatati punti di vista indipendenti e vi si leggevano cose interessanti che negli Stati uniti non sarebbero state pubblicate. Ma, nel complesso, non è risultato tanto diverso rispetto alla stampa americana; e spesso vi ho ritrovato praticamente le stesse baggianate riportate da quella stampa.

lunedì 31 dicembre 2007

Blitz al consiglio comunale di AGLIANA


(ANCHE SE IN RITARDO PUBBLICHIAMO)

Thursday 20 December 2007
Sorprese di Natalizie, ieri sera 19 Dicembre alcuni militanti del presidio permanente “Giulio Maccacaro” contro la riapertura e l’ampliamento dell’inceneritore di Montale, hanno deciso di presenziare silenziosamente al consiglio comunale di Agliana (uno dei tre comuni proprietari del C.I.S, il consorzio che gestisce il termodistruttore di Montale),
indossando però delle magliette, che comparse da sotto le giacche al momento giusto, hanno composto la scritta “no inceneritori”; a questo punto il sindaco, l’egregio Magnanensi, ha intimato ai goliardici convenuti di abbandonare l’aula adducendo a motivazione come con la loro “iniziativa” stessero disturbando il normale svolgimento del consiglio. Alcuni presidianti hanno fatto notare al sindaco come la loro presenza, essendo composta e silenziosa, non stesse in alcun modo disturbando la seduta…al ché il solerte e ligio amministratore, citando un articolo del regolamento consiliare, che a suo dire avrebbe dimostrato la “flagranza di reato” dei terribili sovversivi magliettamuniti, dopo averci accusato di non avere rispetto per le istituzioni, dopo averci intimato per l’ennesima volta di abbandonare l’aula, e dopo aver ricevuto il nostro ennesimo rifiuto, ha deciso con estrema politica lungimiranza di sospendere la seduta e di richiedere l’intervento della forza pubblica; dopo il rituale ratto dei documenti da parte dei Carabinieri, e dopo un’altra decina di minuti di presenza in aula abbiamo deciso di abbandonare il consiglio salutando “educatamente” l’assise rimarcando come si stesse impedendo a dei cittadini di assistere ad un consiglio comunale aperto e di come si stesse trasformando la salute in un problema di ordine pubblico…La lotta non si ferma, la lotta non si delega. A chi ci avvelena, a chi gestisce in maniera autoritaria la cosa pubblica, a chi crede di metterci a tacere a suon di Carabinieri e denunce diciamo…che sarà dura! Contro lo scempio inceneritorista, contro l’arroganza di un potere cieco, insensibile e disinteressato ai veri bisogni degli individui, Contro ogni nocività!!!

domenica 30 dicembre 2007

Come è stato azzerato a Taranto il movimento per la pace


A Taranto il movimento pacifista è stato fermato. Non dalla Nato. Non da oscuri intrighi. Non con l’uso della forza o dell’intimidazione. Ma, triste dirlo, dalla Regione Puglia.
È stato realizzato un capolavoro strategico, probabilmente [anzi sicuramente] involontario ma effettivo, che ha deviato l’azione di chi prima si occupava di pace e disarmo sul territorio.
Perché? Come mai? La spiegazione è semplice e disarmante.
Taranto è stata scelta come città destinataria di un rigassificatore. Poco distante l’Agip vuole raddoppiare gli impianti della raffineria. Sempre nella stessa area è stata dirottata tutta la produzione «a caldo» [la più cancerogena] dell’Ilva di Genova. L’incremento della produzione di acciaio è passato dalla acquisizione delle quote «sporche» altrove rifiutate.
Un simile concentrato di impianti ad alto rischio è forse più pericoloso di un deposito di bombe atomiche. L’impatto sulla vita della gente è paragonabile ad una guerriglia strisciante combattuta sui polmoni della popolazione.
Le polveri sottili hanno ripetutamente sforato i limiti nazionali per entità e frequenza. La diossina e il mercurio a Taranto sono al top della graduatoria nazionale. La lotta sull’emergenza rifiuti vede mobilitati migliaia di cittadini con movimenti autogestiti nell’intera area jonica.
La politica dei rifiuti è stata gestita a livello regionale senza spesso consultare le popolazioni.

E passiamo agli effetti.
1200 morti per cancro ogni anno a Taranto e provincia. Più delle perdite Usa in Iraq. I soldati a Taranto si chiamano
cittadini. E al posto dell’elmetto hanno il casco da operaio. Decine di persone in questo momento stanno lottando per vivere. Esplodono le malattie correlate all’inquinamento. Ma ciò che è grave è il danno genotossico, un danno che viene lasciato in eredità alle future generazioni.
Un Dna manomesso dall’inquinamento darà alla future generazioni la probabilità di contrarre prima e con più frequenza il cancro.
Per questo l’emergenza ambientale è diventata insostenibile. Moralmente insostenibile. È una questione morale. Per questo a Taranto persone e gruppi storicamente impegnati per la pace da due anni si sono riconvertiti in sentinelle ecologiche. Stanno sostenendo questa lotta contro la violenza cieca di un profitto che uccide e di una casta politica che ha smarrito l’anima.
L’ignavia e l’accidia di una pseudo classe dirigente è sotto gli occhi di tutti, non c’è da fare sforzi nel distinguere fra destra, centro e sinistra: i vizi sono distribuiti con equità.

E veniamo al punto cruciale.
La Regione Puglia è stata al fianco di chi lotta a Taranto? No.
Ha invece dato l’impressione di essere lontana, ambigua e a volte anche inaffidabile. Lunga sarebbe la serie di fatti concreti che portano a questa conclusione. Non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Fatto sta che il movimento pacifista a Taranto è stato azzerato e «riconvertito». Marcia non più verso la base navale ma verso la zona industriale. Quella zona di veleni e di morte doveva essere presidiata, analizzata e controllata fin nei dettagli da una Regione efficiente e attenta. E invece eccola lì: pigra, lenta, persino indolente nel rispondere
alle email. Attiva solo se pungolata da cittadini spazientiti.
È una lotta dalle dimensioni gigantesche. L’Ilva ha persino chiesto al Ministero dell’ambiente che non vengano considerate valide le osservazioni del Comitato per Taranto nell’ambito dell’Aia [Autorizzazione integrata ambientale]. E in molti casi le istituzioni locali non hanno saputo o voluto difendere il diritto di parola dei cittadini e dei comitati che li rappresentano.
La parte migliore di Taranto è impegnata in questa resistenza strenua, commuovente, eroica. È protesa in una iniziativa complessa di approfondimento scientifico e tecnico. Fra pochi giorni scenderà in piazza con i malati di leucemia.

E in questo movimento ci sono i pacifisti? Sì.
La bandiera arcobaleno sventola nelle iniziative ambientali per la difesa della vita e della salute.
Se la Regione Puglia avesse fatto la sua parte in campo ambientale, rispettando gli impegni presi con gli elettori, oggi non saremmo arrivati a questo punto. La Regione ha scelto un profilo minimalista, ha angosciosamente irritato tutti coloro che hanno a cuore la sorte della città. Quando nelle riunioni si parla di Nichi Vendola è ormai svanito l’entusiasmo di una campagna elettorale centrata sui temi della salute e della qualità della vita dei cittadini, e l’ottimismo della società civile
si è trasformato in una profonda delusione e sfiducia, che avranno sicuramente un peso non indifferente nei prossimi appuntamenti elettorali.

La Regione Puglia ha lasciato vuote sul suo sito pagine web dedicate agli strumenti di partecipazione dei cittadini alle scelte ambientali. O non conosceva o si è dimenticata la Convenzione di Aarhus sui diritti ambientali. O non conosceva o si è dimenticata tutta la normativa europea che dà ai cittadini potere di controllo e intervento attivo nell’ambito
della Valutazione di Impatto Ambientale.
I cittadini hanno dovuto scoprire da soli i diritti negati e occultati da una amministrazione che non ha promosso e valorizzato la cittadinanza attiva in campo ambientale. La Regione si è attrezzata con dirigenti e consulenti vicini ai soggetti più vari ma spesso distanti dal movimento ambientalista.

La società civile, abbandonata da chi a parole pretendeva di rappresentarla, ha dovuto acquisire da sola le competenze necessarie per svolgere un ruolo di supplenza rispetto a chi avrebbe dovuto promuovere la cittadinanza attiva.
A Taranto il movimento per la pace è stato soffocato da questa lotta, sepolto dalle carte che gli esperti della Regione avrebbero dovuto leggere e chiosare per difendere i diritti dei cittadini alla salute e alla sicurezza ambientale.
Un esempio è quello dell’assessore Michele Losappio, assessore all’ecologia e già capogruppo di Rifondazione Comunista in Consiglio regionale, membro di un partito che incontra i movimenti in piazza. Ma una volta seduto sulla poltrona, Losappio non gradisce più la collaborazione con i cittadini e rifiuta persino di creare un forum telematico istituzionale sul rigassificatore a Taranto, lasciando la Regione cieca, sorda e muta di fronte ad un movimento che a Taranto ha raccolto una ragguardevole documentazione scientifica che avrebbe voluto discutere con gli esperti in una serrato confronto pubblico tramite Internet.
L’assessore Losappio diventa così impermeabile ai portatori di proposte di cambiamento, e innalza su Internet un muro di gomma istituzionale fatto di silenzi e caselle email piene e irraggiungibili [PeaceLink si è messa a disposizione gratuitamente, ma invano, per regalare a Losappio una casella senza limiti di spazio, vedi spazio note a piè di pagina].
E questa «solitudine del capo» non ha giovato alla sua efficienza. Sarebbe interessante sapere quale decisivo contributo abbia dato per evitare lo sversamento abusivo di 90 mila tonnellate di rifiuti speciali in Mar Grande a Taranto, o quale azione abbia intrapreso a posteriori per impedire nei fatti, e non solo a parole, che un simile stupro ambientale possa
eventualmente ripetersi.
In compenso abbiamo visto eventi pubblici organizzati con la sponsorizzazione dell’Ilva e della società che progetta il rigassificatore a Taranto. E accanto il logo della Regione Puglia. Tutto assolutamente lecito.
Tutto assolutamente stupefacente.

Chi aveva creduto in un rinnovamento possibile della politica in Puglia, ora non sa piu a che santo votarsi e che«"santini» elettorali votare per un modello alternativo di sviluppo, per politiche orientate alla smilitarizzazione e al turismo sostenibile, per la transizione dall’industria pesante siderurgica all’imprenditorialità leggera dei servizi e delle tecnologie di comunicazione, per l’applicazione delle leggi che danno ai cittadini diritti di partecipazione e ai governanti doveri di trasparenza, per ottenere giustizia con una legge regionale che adotti anche i limiti del Friuli Venezia Giulia sull’emissione di diossine, che in Puglia sono mille volte più alti per la mancata adozione delle normative europee.
La richiesta, pur positiva, di Vendola al governo di adottare limiti più rigorosi per la diossina non dovrebbe pregiudicare l’autonoma adozione dei limiti europei già posti in essere dalla Regione Friuli Venezia Giulia.
Quanta vellutata attenzione verso il padrone dell’Ilva.

Il movimento per la pace a Taranto ha quindi cessato di esistere per queste scelte della Regione: è un dato di fatto. Non c’è nulla da inventarsi, basta l’evidenza.
La Nato e i poteri forti del mondo militare ringrazieranno Nichi Vendola e i suoi brillanti assessori per questo capolavoro. Come disse a suo tempo l’avvocato Giovanni Agnelli, «non c’e’ niente di meglio di un governo di sinistra per fare delle politiche di destra».

Le uniche voci fuori dal coro sono i cittadini inquinati, con il loro sano buon senso dell’evidenza: non passa settimana che Nichi Vendola non riceva una foto con il cielo di Taranto denso di fumi alla diossina. Chissà se vi dà un’occhiata. Chissà cosa pensa. Chissà cosa aspetta, lui che sulla questione della salute ha costruito il consenso che lo ha portato a vincere
per una manciata di voti. E chissà se oggi quei voti ci sarebbero ancora.
Intanto le strade di Taranto sono svuotate, le stesse strade riempite dai pacifisti nel 2005 per denunciare il rischio nucleare legato al transito dei sottomarini atomici, strade piene di una folla che invitava la Giunta regionale a esprimere una posizione chiara su questo pericolo.
Il deserto della politica ha preso il posto di una lunga lotta che aveva fatto di Taranto il fulcro della vertenza nazionale contro i porti a rischio nucleare.

(Carta Rivista)

sabato 29 dicembre 2007

Greenpeace denuncia impianto d'ingrasso tonni


Greenpeace ha presentato una denuncia alla Commissione Europea contro l’impianto di ingrasso di tonni di Cetara. «La denuncia - sostiene Greenpeace - si basa su una memoria al Consiglio di Stato, dove la De.Mo.Pesca s.a.s., proprietaria dell’impianto, sostiene che su questa attività si è basata tutta la sua campagna di pesca che avrebbe impegnato un centinaio di pescatori e circa settecento altri posti di lavoro nell’indotto. Ovviamente, un giro d’affari non da poco per un quantitativo di tonni che, dai dati del sito internet dell’impresa, si potrebbe stimare in 400 tonnellate di tonni. Sulla base delle dichiarazioni della De.Mo.Pesca s.a.s. il Consiglio di Stato ha emesso un’ordinanza contro la decisione della Regione Campania di bloccare l’impianto di Cetara, considerando che la doverosa comparazione degli interessi coinvolti induce a preferire la prosecuzione dell’attività economica intrapresà».
«Tuttavia - aggiunge Greenpeace - quest’impianto non è presente nè nella lista degli impianti autorizzati per l’ingrasso di tonno nel 2007, di cui al Decreto ministeriale 20 settembre 2007, nè nel database Iccat degli impianti autorizzati. Sull’Italia pende già una procedura d’infrazione presso la Commissione Europea per aver pescato circa 500 tonnellate di tonni oltre il consentito, nel 2007. A questa cifra andrebbero sommati i tonni ingrassati nell’impianto di Cetara - prosegue l’associazione - occultati in tutte le statistiche di pesca. La Rainbow Warrior di Greenpeace quest’estate ha visitato l’impianto di Cetara per una pacifica dimostrazione: in pieno agosto, con la stagione di pesca chiusa da un mese e mezzo, in quelle gabbie non sembrava esserci alcun tonno. Greenpeace, tuttavia, non si è immersa per verificare la presenza di tonni sul fondo delle gabbie».
«O la De.Mo.Pesca s.a.s. ha dichiarato il falso al Consiglio di Stato - dichiara Alessandro Gianni, responsabile della Campagna Mare di Greenpeace Italia - e quest’attività non è mai iniziata, o sono estate eluse tutte le norme relative alle statistiche di pesca dell’Unione Europea. Questo è proprio un impianto fantasma: sarebbe interessante anche un accertamento fiscale su una sedicente attività economica che avrebbe mantenuto qualche centinaio di pescatori e altri operatori dell’indotto, ma di cui non esiste nessuna notizia ufficiale». Greenpeace chiede «che tutte le Autorità a qualsiasi titolo competenti si attivino immediatamente per chiarire il mistero dell’impianto fantasma di Cetara, con gli opportuni controlli amministrativi e fiscali».
Greenpeace chiede inoltre controlli per escludere l’esistenza di altri impianti fantasma per l’ingrasso tonni in Italia, di verificare la reale consistenza dei quantitativi di tonno pescati dall’Italia nel 2007 e di verificare se a quest’impianto fantasma sono stati erogati contributi economici pubblici». In tal caso, Greenpeace chiede «se non sia il caso di revocare tali contributi ove venisse accertata o la falsa deposizione al Consiglio di Stato o l’abusivo inizio dell’attività dell’impianto. Greenpeace è a disposizione di tutte le Autorità che volessero aver copia del materiale probatorio a sua disposizione».

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Storia all'Italiana: Nobili,ma non di spirito. Chi la fa l’aspetti!


I rampolli Savoia vanno piagnucolando di richieste di risarcimenti per danni e maltrattamenti che dicono di avere subito. Vogliono anche la restituzione di beni che dicono siano stati loro sottratti. È un argomento - quello dell’incameramento delle proprietà di dinastie cessate - che pure dovrebbero conoscere piuttosto bene, visto che una fetta del patrimonio avuto l’hanno “ereditato” da famiglie reali cui avevano anche sfilato il trono. Il caso più noto è quello dei Borbone di Napoli. A loro Garibaldi - agendo in nome di Vittorio Emanuele di Savoia - aveva portato via proprio tutto quello che non stava nei loro bagagli di viaggio. Il 12 settembre 1860 un decreto dittatoriale dichiara “beni nazionali” tutte le proprietà di Casa reale e - per non sbagliare - anche dei cosiddetti Maggiorati Reali, cioè di tutti i parenti. Si tratta di un patrimonio inestimabile di immobili e mobili, cui si aggiungono depositi bancari privati per un ammontare calcolato in 11 milioni di ducati d’argento e 2 milioni di sterline oro. Con un successivo decreto del 23 ottobre, Garibaldi stabilisce di destinare parte di tale sostanza alle “vittime politiche” dal 15 maggio 1848 in poi.

Della confisca si occupa il ministro di polizia Raffaele Conforti, e inizia il sistematico saccheggio da parte di un’orda di postulanti, molti dei quali non avevano subito alcun torto ma che si ritenevano offesi nel loro amor patrio retrodatandone con generosità il fiorire. La confisca è palesemente illegale e i Borbone cercano a più riprese di tornare in possesso dei propri beni personali che non hanno nulla a che vedere con quelli dello Stato, pure anch’essi sottoposti a patriottico saccheggio. Alle istanze legali, il 26 maggio 1866, il Ministero delle finanze di Firenze risponde che: “qualora fra le sostanze incamerate in esecuzione dei decreti dittatoriali alcuna ve ne fosse di vera proprietà privata e personale della famiglia dei Borbone di Napoli, il governo del re potrebbe ammettere una ragione di rivendica purchè esercitata in modi legali”. È uno straordinario fioretto di ipocrisia coniugata in perfetto burocratese. E infatti non succede niente.

La cosa finisce per assumere dimensione internazionale. Nel trattato con cui riconosce il nuovo regno, la Spagna fa inserire un articolo con il quale l’Italia si impegna a restituire le proprietà private borboniche. Il parlamento italiano lo ratifica ma - anche questa volta - non se ne fa nulla.Con il trattato di pace di Vienna del 3 ottobre 1866 anche l’Austria riconosce il regno d’Italia e fa inserire una clausola che prevede la restituzione di tutti i beni privati degli Asburgo e di tutti i principi e principesse a essi imparentati per matrimonio. Due figlie di Ferdinando II di Napoli avevano sposato arciduchi austriaci. L’Italia dei Savoia (pure imparentati con i Borbone) tenta di svicolare prendendo tempo e chiedendo documenti su documenti. Interviene alla fine Francesco Giuseppe e i beni personali delle due principesse sono restituiti. Ma solo quelli. Agli altri otto figli di Ferdinando non viene ridato neppure un centesimo. Francesco II tenta infine la strada diplomatica e si rivolge agli imperatori di Austria, Russia e Germania riuniti a Berlino nell’agosto del 1872.

Tutti e tre dichiarano che il Borbone ha tutte le buone ragioni e mandano al governo italiano note ufficiali con la richiesta delle giuste restituzioni. L’Italia si trincera dietro i soliti cavilli giuridici e poi tira fuori il fatto che il patriottico Parlamento di Roma non avrebbe mai approvato una legge che stabilisse una cosa del genere. Si tratta di una stupidaggine giuridica dal momento che il Parlamento italiano non aveva mai votato il sequestro dei beni e che i decreti di Garibaldi non erano mai stati riconosciuti se non come norme transitorie e temporanee. Di fronte a tanta meschinità dei suoi cugini (sua madre era una Savoia), Francesco II da gran signore lascia perdere. Trattamento analogo è stato riservato alle altre case regnanti dell’Italia preunitaria, i cui palazzi sono stati saccheggiati non dal popolo insorto (che non è mai insorto) ma dai notabili del nuovo ordine e dai Savoia stessi. “É inutile fare un inventario” ordina perentorio il Farini all’agente tuttofare Curletti quando prende possesso del palazzo dei duchi di Modena. Gli dice di procurasi le chiavi di tutti i locali e di consegnarle a sua moglie.

Tutta l’argenteria viene fusa. Niente è mai stato versato al Tesoro italiano. Alla fiera dell’arredamento e dell’antiquariato a buon mercato partecipano numerosi patrioti, come Agostino Bertani, che, partito come giovane medico di buone speranze, se ne torna a casa uno degli uomini più ricchi di Lombardia. Di lui e dei suoi sodali più intimi si occupava una bella porzione dei documenti messi assieme da Ippolito Nievo e provvidenzialmente finiti in fondo al Tirreno. Anche la reggia di Napoli è spogliata di tutti gli oggetti più preziosi che vengono spediti a Torino. I mobili e gli arredi di quasi tutte le regge e dimore occupate spariscono e molti finiscono per arredare le case dei Savoia, sia quelle di nuova “acquisizione” che quelle vecchie. La repubblica italiana ha restituito nel 1946 il favore – verrebbe da dire “Chi la fa l’aspetti” – pur limitandosi alle proprietà riconducibili alle attività istituzionali e risparmiando quelle personali.Oggi i nipotini chiedono risarcimenti e restituzioni di beni che sarebbero stati loro sottratti. Che lo facciano a nome di tutti quelli cui loro lo hanno fatto prima?

(In quale paese un monarca di famiglia di dittatori chiede risarcimento per aver studiato nelle lussuosissime scuole svizzere??? Ovviamente in Italia.)

"Il mio identikit politico è quello di un libertario, tollerante. Se poi anarchico l'hanno fatto diventare un termine orrendo... In realta' vuol dire solo che uno pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia, le stesse capacità" ( Fabrizio De André )