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giovedì 27 dicembre 2007

Nella giungla indiana,la caccia all'ultima tigre


Erano 40 mila all'inizio del '900. Oggi sono 1500. Rischia l'estinzione a causa del bracconaggio e dell'urbanizzazione

DEHRADUN (India)
Ormai ci sono più tigri in cattività che in libertà: 20000 contro 3500. All’inizio del XX secolo decine di migliaia di questi felini popolavano tutta l’Asia, dai confini orientali della Turchia all’Indonesia. Oggi, catalogate come «specie in pericolo», si trovano solo in India, nel Sud-est asiatico e in un pezzetto di Siberia. Non si vedono più sulle rive del mar Nero, né in Asia Centrale. Tre sottospecie - la tigre di Bali, di Giava e del Caspio - si sono già estinte, e nel Sud della Cina rimangono pochi esemplari. Una caccia intensa, praticata soprattutto da ufficiali britannici nell’India coloniale, ha fatto crollare la popolazione di felini. Anche se oggi ufficialmente sotto protezione, le tigri sono minacciate dal bracconaggio - diverse parti dell’animale vengono usate nella farmacopea tradizionale cinese e coreana - e dalla pressione demografica degli umani. L’habitat dei felini si è drasticamente ridotto nell’ultimo secolo.

Di recente, 80 allievi della scuola di ufficiali di polizia sono stati mandati in un parco naturale ai piedi dell’Himalaya, per apprendere dalle guardie forestali le regole della lotta al bracconaggio. «La sparizione di alcune specie animali, soprattutto della tigre, è legata al crimine organizzato», spiega Anu Nagar, responsabile dei corsi. In India restano 1500 felini, contro i 40000 di un secolo fa.

Con la tigre non si spreca nulla, si vende tutto, dalla pelliccia ai denti, anche i testicoli, molto richiesti in Cina per pozioni afrodisiache, o la polvere d’ossa da assumere in caso di fratture. Uno scheletro o una pelle vengono venduti a circa 3 mila euro. Una piccola fortuna per un contadino, una pagnotta per l’intermediario, che può ottenere fino a 35 mila euro al mercato nero cinese.

La tecnica è semplice. Una trappola nascosta immobilizza l’animale ferendolo alla zampa. Ai bracconieri non resta che ucciderlo con un colpo alla gola, per non rovinare la pelliccia. In India, 50 felini trovano così la loro morte ogni anno. «Con i metal detector e le telecamere a infrarossi speriamo di sradicare il fenomeno, ma le tigri si salvano soprattutto colpendo la rete del contrabbando», dice Samir Sinha, direttore dell’Ong «Trafic India». Però «la maggior parte dei capi non ha mai messo piede in una foresta e maschera le proprie operazioni come trasporti legali». Operano a New Delhi, ideale per passare inosservati con i suoi 15 milioni di abitanti. I clienti, cinesi o nepalesi, scelgono le pelli in piccole botteghe, e le firmano una volta concluso l’affare. In seguito, donne di tribù del Nord, note per l’arte della caccia alla tigre, trasportano pelli e scheletri. Grazie alle firme, e agli informatori, alcune reti di contrabbando sono state smantellate.

La lotta al bracconaggio passa anche attraverso la mobilitazione delle comunità di villaggio. Difficile, in quanto i felini hanno fatto numerose vittime a causa dell’urbanizzazione rampante e dell’edilizia abusiva nei parchi naturali. «Con solo il 2% della superficie terrestre, l’India concentra il 20% degli umani e il 40% di tigri, e la coabitazione è un problema», constata Sinha. Nello stato Uttarranchal, nel 2007 14 contadini sono stati uccisi da leopardi o tigri. «In queste condizioni, è difficile difendere la tigre», ammette il signor Chandola, responsabile della protezione animali locale. Dopo l’attacco, vengono inviate squadre per calmare la popolazione. Le famiglie vengono indennizzate, 1800 euro per un adulto ucciso, 900 per un bambino. «Teoricamente, la religione chiede di vivere nel rispetto con la natura e le tigri. Ma oggi l’intolleranza cresce», constata Chandola, e conclude: «Non resta che fare barriere ad alta tensione elettrica intorno ai paesi, per preservare sia la popolazione che le tigri».

(La Stampa.)

250 mila idioti per la caccia alla volpe di Santo Stefano. I contrari e i favorevoli, notizie dal mondo inglese.


La battuta di caccia alla volpe di Santo Stefano. Una tradizione rispettata anche quest'anno nelle campagne inglesi, dove 250mila appassionati si sono dati appuntamento per uno sport ancora molto popolare tra ricchi e nobili. Ma non sempre le controverse restrizioni imposte due anni fa sono state rispettate.
Mike Hobday, portavoce degli animalisti della League Against Cruel Sports, spiega che è difficile quantificare gli illeciti, perché spesso le battute di caccia hanno luogo in tenute private. "Eppure - aggiunge - finora 19 persone sono state condannate, e questo dimostra che le violazioni sono numerose".
Al momento, i cani possono essere sguinzagliati soltanto per localizzare la preda servendosi dell'olfatto, ma a differenza del passato non possono aggredirla e ucciderla. Un divieto a cui si oppone la Countryside Alliance, un'associazione in prima fila nella battaglia contro il giro di vite deciso nel 2005 dal governo Blair. I suoi membri dicono chiaro e tondo di essere intenzionati a preservare la caccia alla volpe come avveniva un tempo, sfruttando le "zone d'ombra" della legge.

Aquile e gufi reali a caccia di volpi in Gran Bretagna
Hunting Act, "Art.1 Una persona compie un reato se caccia un mammifero selvatico con un cane, se quella caccia non rientra tra quelle in deroga". Questa nuova norma, che avevrebbe dovuto sancire la chiusura della tradizionale caccia alla volpe coi cani in Gran Bretagna aveva fatto grande scalpore, ma quale è la realtà? Una sua scarsa applicazione e un'astuzia per aggirarla: dotarsi di un rapace e fingersi falconieri autorizza ad utilizzare i cani. I problemi e le preoccupazioni che questo tipo di caccia continua a sollevare nel Regno Unito.
Dal 2005 la caccia con i cani è vietata in tutta la Gran Bretagna (Inghilterra, Galles e Scozia) perché si è ritenuto che provocasse sofferenze ingiustificate alle prede: è quindi stata messa al bando la tradizionale caccia alla volpe, ma anche quella alla lepre ed al cervo, nella forma della caccia in battuta. Eppure quasi nessuna squadra di caccia alla volpe ha rinunciato alle proprie mute di cani, e molte di esse continuano a cacciare apparentemente alla stessa maniera . Alcuni gruppi di cacciatori hanno intrapreso deliberatamente un'attività di provocazione contro una legge fortemente contrastata e per la cui applicazione sono stati messi in campo così pochi mezzi che la polizia ha ufficialmente dichiarato che il controllo dell'attività venatoria non è prioritario. Altre squadre stanno invece sfruttando alcune delle molte "eccezioni" consentite dalla legge.
Una delle forme di caccia in deroga è l'uso della muta dei cani a supporto dell'attività di falconeria. L'"Hunting Act", che ha messo al bando la tradizionale caccia alla volpe, dispone infatti che è esente dal divieto l'uso dei cani per stanare l'animale selvatico con l'obiettivo di consentire ad un uccello rapace di cacciarlo: quindi la muta dei cani non può arrivare sull'animale, anzi deve solo far uscire dal riparo l'animale selvatico, e l'inseguimento e la cattura devono essere compiuti dal falco. L'eccezione per la falconeria era stata concessa in seguito alla lunghissima indagine che aveva preceduto l'emanazione della legge, con lo scopo di non danneggiare un'attività che non era stata messa sotto accusa. In secondo luogo s'intendeva consentire la caccia a specie considerate "nocive" come il coniglio, effettuata tradizionalmente con l'ausilio del falco, sebbene fosse emerso che i 2.100 falconieri britannici con 6.600 uccelli registrati e una stima di altri 2.000 con circa 11.000 animali esenti dalla registrazione (tra cui l'americano falco di Harris) non incidessero in maniera rilevante nell'attività istituzionale di controllo dei nocivi .

Una sostanziale differenza tecnica tra l'uso dei cani nella caccia alla volpe e nella falconeria era pure emersa nelle approfondite inchieste che DEFRA, il dipartimento che amministra le questioni ambientali e rurali sotto l'egida del Ministro dell'Ambiente, aveva svolto in relazione ai principi di utilità e di minima sofferenza per l'uso dei cani durante l'attività venatoria: la falconeria si esercita in ambienti aperti con al massimo due cani, appositamente addestrati a stanare la preda senza inseguirla in maniera da non causare danni al falco, pertanto una condizione tecnicamente e biologicamente diversa da quella della battuta alla volpe, dove l'istinto di decine di cani viene assecondato per arrivare a catturare la preda in un ambiente con spazi molto angusti.
Un effetto inaspettato della legge è stato invece che una forma di caccia di minoranza e destinata ad un ristretto numero di appassionati registra una crescita anomala poiché alcune squadre, un numero maggiore di 30, forse 50, hanno acquistato aquile e gufi reali da portare in battuta in maniera da aggirare il divieto dell'uso dei cani. Le associazioni di falconeria britanniche, e prima di tutte l'Hawk Board, hanno etichettato questo comportamento come irresponsabile, motivando ampiamente le loro forti preoccupazioni.
Innanzitutto motivi organizzativi: un breve corso non è sufficiente a saper maneggiare un grande uccello da preda, soprattutto se si aggiunge l'ulteriore difficoltà di gestire cani, aquile e cavalli non abituati a stare assieme , fattori che possono generare situazioni di grave pericolo anche per la sicurezza delle persone presenti in battuta. Inoltre in caso di necessità sarebbe terribilmente complicato, se non impossibile, fermare decine di cani lanciati a rincorrere un animale, come si dovrebbe fare alla comparsa della volpe.

Ad aggravare la contrarietà dei falconieri vanno segnalate argomentazioni etologiche: un'aquila reale caccia volpi solo in mancanza di cibo più adatto e dovrebbe essere specificatamente addestrata per avere una sostanziale utilità per questo tipo di caccia. Infine in caso di cattura del mammifero l'atteggiamento caratteristico delle aquile di proprietà nei confronti delle prede e l'istinto di caccia dei cani porterebbe a tragiche conseguenze per i cani o anche per il rapace , nell'inevitabile scontro per prendere possesso della volpe.

Per questa ragione persino il Council of Hunting Associations, che rappresenta ben undici associazioni venatorie, ha dichiarato che è fortemente sconsigliato prendere in considerazione la possibilità di usare rapaci in associazione con mute di cani senza averne prima discusso con l'Hawk Board e l'Hunting Office. Non è mancata la risposta dei cacciatori coinvolti, che hanno assicurato che la sicurezza degli uccelli è prioritaria e che prima di far alzare in volo i rapaci saranno valutate attentamente le condizioni di caccia.

Tuttavia è necessario sollevare la domanda: "è legale o no l'uso dei rapaci nelle battute alla volpe? Un portavoce di DEFRA ha dichiarato senza mezzi termini "Secondo noi la deroga alla falconeria non consente di continuare a cacciare con i cani ".

Per il momento i sostenitori delle battute alla volpe e coloro che hanno lottato per abolirla attendono con impazienza di effettuare test legali nelle aule di giustizia, dove sia messo sotto accusa l'eventuale abuso delle eccezioni al divieto generale dell'uso dei cani. Questa procedura sembra particolarmente interessante soprattutto per i volontari della LACS (League Against Cruel Sports ), che presenziano le battute di caccia alla volpe con videocamere professionali e GPS, producendo materiali da usare in tribunale come prova nelle azioni legali che la LACS intenta contro i cacciatori. In tutti i casi in cui i cani abbiano inseguito o siano arrivati sulla volpe per ucciderla, sarà infatti necessario stabilire se l'azione è illegale, nonostante la presenza di un rapace possa suggerire l'intenzione di far effettuare la caccia dal volatile invece che dai cani.

Ma non tutto il mondo ambientalista si oppone a questa nuova pratica, l'atteggiamento della Royal Society for Protection of Birds (RSPB, la maggiore associazione britannica per la protezione gli uccelli) è invece neutrale: l'associazione si sente chiamata in causa solo nel caso in cui un'attività rappresenti una minaccia per la sopravvivenza di una specie, per cui per il momento essa riconosce la legittimità della falconeria come sport tradizionale. Ogni settimana in Inghilterra si svolgevano e tuttora si svolgono centinaia di battute alla volpe , se l'uso dei rapaci rimanesse confinato alle poche squadre che si sono avventurate in questo esperimento, esso potrebbe anche non rappresentare una minaccia per le circa 400 coppie di aquile reali nidificanti in Scozia, poiché il mercato legale di animali allevati può sopportare questa richiesta. Se invece le centinaia di squadre decidessero di avere come "mascotte" un'aquila reale questo costituirebbe senz'altro una grave minaccia per la salute delle popolazioni di rapaci.

mercoledì 26 dicembre 2007

Carmelo R. Viola: "Anarchismo etico"



Carmelo R. Viola ha voluto fare i conti con il proprio ventennio di militanza anarchica. E lo ha fatto nella maniera che gli è consueta, affidando le sue riflessioni ed i suoi ricordi ad uno dei quaderni - il ventitreesimo - del Centro Studi Biologia Sociale, da lui fondato e diretto. Nei due tomi, che costituiscono l’opera, riprende vita un mondo ormai scomparso, popolato da una miriade di militanti, intellettuali ed operai, che fanno dell’anarchismo la ragione fondamentale della loro esistenza. Al di là delle contese e dei contrasti, che sono sempre esistiti e sempre esisteranno e che, a nostro avviso, sono elementi di vitalità, è questo alone mitico ad impreziosire l’opera di Carmelo Viola, che racchiude in sé più “sottocodici”: da quello storico-politico a quello scientifico, a quello letterario, che li sovrasta tutti.
Ritroviamo in queste pagine autobiografiche figure di anarchici, noti e meno noti, come: Bruno Manzani, attore dilettante, incontrato da Viola nel corso della fanciullezza trascorsa a Tripoli, che dà il primo esempio di vita anarchicamente vissuta, all’insegna della povertà e della dignità; Teodoro Castella, generoso e disinteressato finanziatore di “Previsioni”, periodico fondato e diretto da Viola dal 1956 al 1960; Enzo Martucci, filosofo anarchico “eretico” ospitato sulle colonne della stessa rivista; Franco Leggio, infaticabile animatore dell’editoria anarchica; Alfonso Failla, anch’egli anarchico, d’origini proletarie, ritratto nelle vesti di direttore de “L’Agitazione del Sud”, alla quale Carmelo Viola collabora con la solita passione e animosità; Umberto Consiglio, figura storica dell’anarchismo, che, come direttore di “Umanità Nova”, condivide con il Nostro l’esperienza esaltante di un processo a Roma per vilipendio alla religione, dietro denuncia – pare – del prof. Luigi Gedda, presidente dell’Azione Cattolica.
Negli anni Settanta, Carmelo Viola si allontana dal movimento anarchico e conosce una breve stagione di collaborazione con il movimento radicale di Marco Pannella. Escono alcuni suoi volumi, che danno un notevole contributo alle battaglie per i diritti civili condotte in quegli anni: “Referendum contro il divorzio: premeditato vilipendio all’uomo” (1973), “Aborto, perché deve decidere la donna” (1977).
Nel 1979, in occasione della consegna del Premio “Centumcellae”, Viola dichiara ufficialmente al cinema “Pincio” di Civitavecchia la nascita della sua “creatura”, la “biologia sociale”, che si fa fautrice di una società comunista, che finalmente soddisfi i bisogni biologici dell’uomo.
E’ stato Vincenzo Di Maria, nella prefazione a “Perché sei naturalmente anarchico” (1967), a individuare il tratto distintivo della personalità di Carmelo Viola, che, come un filo rosso, unisce le varie tappe della sua esperienza intellettuale e politica. Il tipografo-scrittore, purtroppo scomparso, definisce il Nostro “anarchico tra gli anarchici” e precisa: “Oggi anche le ideologie più rivoluzionarie e libertarie tendono inesorabilmente a comprimersi dentro confini sigillati, a illustrarsi in «maniere» che presuppongono leggi e decreti stabili e fissi, in una parola a «conformarsi». Ora il Viola è l’anticonformista, vuole essere l’anticonformista della sua epoca, fra la società in cui vive e pur anche fra i gruppi di pensatori e militanti che attingono allo stesso ceppo cui Egli ha attinto nel suo peregrinare letterario e filosofico. Vale sottolineare questo aspetto della sua personalità per meglio mettere a fuoco la sua opera e soprattutto per non confondere le sue analisi con l’etichetta di cui sopra di un conformismo sia pure anarchico. Il Viola in sostanza è anarchico fra gli anarchici, in quanto la sua anarchia non si categorizza mai, è ancora e sempre «in fieri» aderendo alle cose nel loro trapasso, aderendo quindi alla natura. Ecco perché non si può essere «naturalmente» che anarchici, cioè liberi da dogmi e convenzioni, da presupposti e da voleri che, nell’atto medesimo della loro formulazione, vengono superati dal trapasso dei tempi. Per scapitozzare e sfrondare l’albero degli assoluti, di tempo ce ne vorrà certamente un bel po’; ma Viola di fronde ne ha già abbattute un buon numero”.
Le parole di De Maria sembrano scritte oggi e ben servono a spiegare l’attuale “anarchismo etico” di Viola, richiamato dal titolo della presente opera. Un anarchismo, cioè, insofferente di fronte a qualsiasi potere e a qualsiasi teoria costituita in dogmi, che pure pretenda, con evidente contraddizione in termini, di definirsi “anarchica”. La “biologia sociale” è teoria scientifica “in fieri”, continuamente aggiornata dal padre-fondatore sulla base di nuove conoscenze ed acquisizioni. E’ davvero decisivo il contributo dato dal Nostro alla lotta contro il “pensiero unico”, oggi dominante, contro i dogmi della religione, che diventano, grazie all’imperialismo americano ed alla sua fraseologia messianica, dogmi della politica, nuovi fattori di intolleranza, di conflitto, spesso armato. Ma se, da un lato, sono necessari, anzi vitali, gli apporti individuali - teorici e pratici - alla lotta contro il capitalismo, nella sua nuova forma totalizzante del “neoliberismo” e della “globalizzazione”, dall’altro lato, occorre una collaborazione di tutte le forze anticapitalistiche ed antimperialistiche di estrema sinistra, che, già esigue, rischiano di divenire ininfluenti e di disperdersi in mille rivoli, senza dei momenti di incontro, di dibattito, seppur aspro, che, alla fine, deve, però, ridursi a sintesi, deve sfociare in iniziative concrete ed incisive. Non bisogna rinunciare al proprio punto di vista, ma, nel contempo, non bisogna mettere esclusivamente l’accento sugli elementi di contrasto, oscurando, nella polemica politica e personalistica, quelli di convergenza e di accordo.
Un pericolo vorrei, infine, segnalare. L’Italia è un Paese che non ha mai fatto definitivamente i conti col fascismo. Gobetti definì efficacemente questo movimento, insieme eversivo ed istituzionale, “autobiografia della nazione”. E così è ancor oggi. Basti pensare al “camaleontismo”, tipicamente mussoliniano, alle forme subdole, attraverso le quali il “neofascismo” dell’età “post-moderna” cerca di affermarsi. Esiste, ad esempio, una galassia di movimenti, partiti e partitini neofascisti e neonazisti, che, facendo finta di richiamarsi anch’essi ad ideali anticapitalistici ed antimperialistici, invocano un’unità tra estrema destra ed estrema sinistra, per pescare nel torbido. Questo fascismo “mimetizzato” rappresenta l’altra faccia della medaglia rispetto a quello “istituzionale”, che ama vestire il doppiopetto. Sarebbe un errore cedere alle “seduzioni alcinesche” dei “nazi-maoisti”, dei “rosso-neri”, che, arrotolati nella carta inchiostrata di giornali e giornaletti (a proposito, chi paga carta, inchiostro, diffusione e le altre spese di gestione?), nascondono il manganello e l’olio di ricino, per somministrarlo abbondantemente, al momento opportuno, a comunisti, anarchici, pacifisti, ecologisti, lesbiche, gay, insomma, agli “uomini dal sangue di rana” di nicciana memoria. Per questo non dobbiamo mai abbassare la guardia.


Centro Studi Biologia Sociale, Acireale, maggio(2006)

Fine d'anno in carcere. Una lettera da Perugia



Michele Fabiani, dett «Mec», ha vent’anni e vive a Spoleto. Assieme ad altri quattro ragazzi spoletini è finito in carcere, lo scorso 23 ottobre, dopo una spettacolare azione di polizia. È accusato dei reati associativi previsti dagli articoli 270 e 270 bis del codice penale, che riguardano le «associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico». Mec si dichiara anarchico e ha scritto sui muri della sua città qualche slogan anarchico. Per la sua liberazione sta lottando il Comitato 23 ottobre. Al suo fianco si sono schierati il consiglio comunale di Spoleto, alcuni parlamentari, tra i quali l’onorevole Katia Bellillo, i senatori Giovanni Russo Spena, Stefano Zuccherini, Francesco Ferrante e Maria Luisa Boccia, oltre a vari consiglieri comunali dell’Umbria. Questa lettera descrive la sua situazione ed è stata scritta pochi giorni dopo il suo arresto. In un messaggio più recente, Mec [che ha anche partecipato allo sciopero della fame contro l’ergastolo] racconta che le situazioni sono peggiorate: «L’isolamento si fa più rigido, hanno intensificato i controlli e adesso certe guardie [non tutte] vietano pure al lavorante che pulisce di avvicinarsi troppo alla mia cella. Neppure ai parlamentari è stato permesso di incontrarmi. Hanno concesso solo una visita veloce tramite le sbarre con il comandante e il direttore che controllano le nostre conversazioni. Anche questa è una decisione della direzione del carcere, non necessaria per il regime Eiv [‘Elevato indice di vigilanza’], così come non è necessario che io passi l’ora di aria da solo, ma è anche questa una decisione arbitraria dell’amministrazione».

Sono Michele Fabiani, detto «Mec», come direbbero i giudici! Vorrei che questo scritto girasse il più possibile, non so ancora se potrò fotocopiarlo o se dovrò ricopiarlo a mano per cercare di mandarlo il più possibile in giro.
Dalla seconda media mi chiamano Mec perché per spirito di contraddizione tifavo la Maclaren. E così ho appena scoperto che di sfortune ne ho avute due in due giorni: la macchina di Montezemolo vince i mondiali ed io finisco in galera.
Martedì 23 ottobre 5 brutti uomini [due erano così brutti che si sono messi i passamontagna] irrompevano in casa mia, la mettevano completamente sottosopra e mi arrestavano in base all’articolo 270 bis [scritto dal ministro Rocco per Mussolini]. I reati associativi previsti dall’art. 270 bis e 270 permettono di arrestare qualcuno non perciò che ha fatto, ma per come la pensa, perché fa parte di qualche fantomatica associazione. Basti pensare che uno di noi cinque, rinchiusi in isolamento giudiziario da quasi quattro giorni e da oggi in Elevato indice di vigilanza, è accusato solo di aver fatto una scritta su un muro! Ci pensate? Tre volanti [ a testa], i mitra, i passamontagna, la scorta aerea dell’elicottero, le telecamere, il carcere, l’isolamento, per una scritta su un muro! Sono stato poi portato alla Caserma dei carabinieri di Spoleto e poi a quella di Perugia, infine da quella di Perugia al carcere. Il primo momento propriamente comico è stato quello del trasferimento dalla caserma al carcere: chi guidava la macchina, forse impressionato, ha sbagliato strada ed abbiamo fatto due volte il giro della stazione ferroviaria. In carcere mi stanno trattando bene, non mi hanno mai toccato [in tutti i sensi, neanche per gli spostamenti]. La cella è molto sporca, c’è un tavolo appeso al muro con un armadietto inchiodato ed un letto inchiodato per terra e alla parete. Oggi è caduto l’isolamento e abbiamo anche la televisione: resta il divieto di comunicare tra noi, che è la cosa peggiore. Ho visto le immagini del TG3 Umbria che eravate fuori durante gli interrogatori: eravate tanti! Sono tanto felice, purtroppo da dentro non vi abbiamo sentito… Nessuno tema o si rallegri: io ero , sono e resto un prigioniero, anche prima di martedì: siamo tutti prigionieri, tutti i giorni. Quando ci alziamo la mattina per andare a lavorare, quando sprechiamo gli anni più belli della nostra vita su una macchina, quando facciamo spesa, quando non possiamo farla perché mancano i soldi, quando li buttiamo via i soldi per delle cazzate [ vestiti, aperitivi, sigarette non c’è differenza] quando guardiamo la TV che ci fa il lavaggio del cervello, che cerca continuamente di terrorizzarci con morti, omicidi, rapine [ quando in quindici anni gli omicidi sono diminuiti del 70%] così che noi possiamo chiedere più telecamere, più carceri, pene sicure, quando se c’è una pena davvero sicura a questo mondo, è quella che incatena lo sfruttato alle sue condizioni. Io non ho mai detto «Sono un uomo libero», in pochi possono dirlo senza presunzioni. Se io fossi un uomo libero, andrei tutti i giorni sulla cima del Monte Fionchi, in estate con le mucche e le pecore e in inverno con la neve, e dopo aver raggiunto faticosamente le cime…guardare a nord ovest, la valle Umbra o valle Spoletino come si diceva una volta, poi a Nord Est la Valnerina e il Vettore quasi sempre liscio dietro, e poi via verso est tutti gli Appennini che cominciano da lì, fino a sud dove ci sono quelle meravigliose foreste…
E forse ripensandoci neanche lì sarei veramente libero,. perché la valle Umbra è piena di cave, di capannoni, di fabbriche, di mostri che devono essere combattuti .Quindi io non sono un uomo libero… Io sapevo già di essere prigioniero prima che un giudice me lo dicesse. Certo questa prigione è diversa da quella fuori: qui vedi tutti i giorni in maniera limpida, simbolica, e al tempo stesso materiale quali sono i rapporti di forza del dominio; dove c’è chiaramente e distintamente l’uomo, con i suoi sogni, i suoi amori, il suo carattere, e il sistema, le sbarre, le catene, le telecamere, le guardie. Ovviamente l’uomo qui sta peggio. È inutile fare retorica. Dopo qualche giorno la gabbia te la trovi attorno alla tua testa. Con il cervello che ragiona ma non ha gli oggetti su cui ragionare, con la voglia incontenibile di parlare e non c’è nessuno, di correre e non c’è spazio, quando mi affaccio alla finestra vedo un muro con altre sbarre, non si vede un filo d’erba, una collina [ neanche durante l’aria, che passo solo in una stanza più grande], fuori dalla tua gabbia c’è un’altra gabbia… La mia paura è che quando uscirò ci sarà ancora questa gabbia intorno alla testa che mi… e mi dice di non prendere a calci la porta della cella e di mettermi ad urlare. Il rapporto qui è tutto mentale. È di questo che voglio liberarmi, voglio uscire e continuare ad avere una capacità di analisi oggettiva della realtà. Qui questa capacità rischio di perderla. Mentre fuori, magari innaffiando un seme e facendo crescere una pianta, si ha un’interazione fisica col mondo. La realtà è una sintesi in cui l’uomo colloca se stesso tra il mondo e le sue idee. In galera purtroppo questa sintesi è pericolosamente, patologicamente, troppo incentrata sulla mente. Ai compagni che scrivono che non trovano parole dico di trovarle queste parole che ne abbiamo troppo bisogno. Scriveteci a tutti e cinque! E vorrei che qualcuno dicesse ad Erika che le mando un bacio.
Mec, Un anarchico in cattività

martedì 25 dicembre 2007

Anarchici a Carrara e Comunisti traditori



In nessun’altra località come a Carrara, l’antifascismo anarchico ha avuto simili radici popolari e tanta influenza sociale.
Fin dal suo sorgere, il movimento operaio locale era stato fortemente influenzato dal socialismo libertario, a tal punto che Carrara divenne fin dai primi anni del secolo un importante centro di propaganda anarchica.
Furono soprattutto le lotte anarcosindacaliste dei lavoratori delle cave - che organizzati dall’anarchico Alberto Meschi ottennero per primi in Italia le sei ore e mezza di lavoro - ad indicare ai lavoratori la validità dell’attività politica degli anarchici: e così Carrara fu sempre in prima linea nelle lotte di popolo contro il militarismo, contro la tracotanza padronale,contro la repressione di stato e quindi oppose fin dall’inizio decisa resistenza al fascismo. L’intera provincia del carrarino con quelle vicine di La Spezia, Pisa e Livorno, fu uno degli epicentri del terrorismo squadrista. Basti ricordare la sparatoria contro un gruppo di anarchici da parte di una squadraccia fascista appoggiata dai carabinieri, a Carrara (giugno 1921). E poi lo sciopero generale nella stessa città in risposta all’aggressione fascista contro il compagno Alberto Meschi, allora segretario della Camera del Lavoro (18 ottobre 1921), ed il ferimento sempre da parte delle camice nere dell’anarchico Bonnelli a Bedizzano (Carrara). Tanti simili episodi costellano l’opposizione antifascista dei lavoratori della zona, che sempre portarono il loro aiuto anche agli altri centri vicini assaliti dai fascisti, come durante i fatti di
Sarzana, in seguito ai quali una cinquantina di anarchici furono processati sotto l’imputazione di "associazione a delinquere" (19 gennaio 1922).
Durante il ventennio della dittatura fascista l’opposizione popolare al fascismo si mantenne viva, anche se non vi furono episodi clamorosi a testimoniarla (a parte il fallito attentato al duce degli anarchici carraresi Lucetti e Vatteroni.)

La formazione Lucetti
Quando, all’indomani dell’8 settembre 1943 seppero che i tedeschi stavano disarmando i soldati italiani nella caserma
Dogali di Carrara, molti anarchici (fra cui Del Papa, Galeotti, Pelliccia, ecc.) si recarono sul posto e riuscirono ad impossessarsi di molte armi, formando squadre di partigiani.
La partecipazione degli anarchici alla Resistenza propriamente detta assunse proporzioni determinanti nel carrarino, più che in qualsiasi altra zona d’Italia. Non si tratto infatti né della presenza d singole individualità né fu caratterizzata
dall’adesione degli anarchici a formazioni partigiane non anarchiche, in maniera disorganica. Fu veramente un fenomeno di massa, che coinvolse la grande maggioranza della popolazione e che vide in prima fila sempre formazioni anarchiche.
Dal settembre 1943 i compagni stesero una valida rete di contatti che comprendeva anche Sarzana ed altri centri, ed il primo rastrellamento operato dai carabinieri e dalla milizia fu appunto attuato contro i primi tentativi organizzati di
resistenza anarchica. Ma l’azione repressiva non sortì l’effetto sperato, poiché il movimento di resistenza era saldamente radicato; furono compiuti alcuni arresti fra gli anarchici. Dopo meno di due mesi comunque fu rapito il figlio del direttore
delle carceri di Massa, ed in cambio della sua liberazione fu ottenuta la scarcerazione dei compagni arrestati.
Ricostituita la sua piena organicità, il movimento anarchico si sviluppo ulteriormente sia in città sia nei piccoli centri, prendendo contatti con gli altri raggruppamenti antifascisti. La formazione anarchica Gino Lucetti si trovò ad operare nella stessa zona di altre formazioni; si stabilì di costituire un comando unificato della Brigata Apuana pur lasciando autonomia alle singole componenti politiche (anarchici, comunisti, ecc.).
Questa decisione fu conseguente alla necessità, fortemente sentita, di coordinare tecnicamente le operazioni belliche contro i nazifascisti, che - con il progressivo stabilizzarsi della Linea Gotica - si erano fatti ancora più numerosi e più spietati nel reprimere il movimento partigiano. In generale i rapporti fra la Lucetti e le altre formazioni erano buoni, anche se la recente traumatizzante esperienza della guerra di Spagna spingeva ad una grande diffidenza nei confronti dei comunisti, ed in particolare della loro formazione Giacomo Ulivi.

L’episodio di Casette
Quanto questa diffidenza non fosse infondata lo dimostra l’episodio di Casette, finora assolutamente inedito, e sconosciuto al di fuori della cerchia di coloro che vi parteciparono. Si avvicinava l’inverno del ’44, e la situazione era veramente difficile sia a causa della crescente repressione nazifascista sia per il mancato arrivo degli aiuti alleati. In compenso Radio Londra continuava a trasmettere inviti ai partigiani a tornarsene a casa, per trascorrervi l’inverno. Ma le vendette nazifasciste attendevano chi fosse tornato a casa dai monti e dalle valli, per cui i partigiani preferirono restare alla macchia, preparandosi alla prossima primavera. Fu stabilito di cercare di superare la linea Gotica attraverso i monti, e di cercare di riparare a Lucca, città tenuta dagli alleati.
In un’unica colonna si trovarono a marciare partigiani della Lucetti e quelli comunisti della formazione Giacomo Ulivi, con i rispettivi comandanti Ugo Mazzucchelli (che ci ha narrato questo episodio di Casette) e Guglielmo Brucellaria. Quando giunsero nei pressi di un ponte che, vicino al paesino di Casette, congiunge due vallate, i comandanti comunisti chiesero con insistenza agli anarchici di prendere la testa della colonna, e di passare per primi sul ponte. Era notte fonda, e quando Ugo Mazzucchelli per primo si accinse ad attraversare il ponte, il cupo silenzio dell’oscurità fu rotto dal crepitare infernale di una mitraglia, che, posta in una casamatta antistante il ponte,poteva fortunatamente colpire solo una parte del ponte.
Così il nostro compagno, e altri anarchici, poterono mettersi in salvo, contrariamente a quelle che certamente erano le speranze dei comunisti. La loro precedente insistenza fece subito sorgere gravissimi interrogativi fra gli anarchici, che stesero un duro rapporto al comando unificato della Brigata Apuana: questi interrogativi ebbero una precisa risposta quando si venne a sapere con certezza che i dirigenti comunisti sapevano con anticipo della presenza di una mitraglia in quella casamatta, ma sul tutto venne subito steso il silenzio più assoluto, con la solita giustificazione della necessità dell’unità antifascista.

La difesa di Carrara
Oltre alla Lucetti, operarono nel carrarino la formazione anarchica Michele Schirru, parallela alla Lucetti, la divisione Garibaldi Lunense, formata soprattutto da anarchici e la formazione Elio Wockievic, il cui vicecomandante, l’anarchico Giovanni Mariga, fu talmente valoroso da vedersi concessa la medaglia d’oro al valor militare, che naturalmente rifiutò per restare coerente alle idee anarchiche.
Sia sulle Apuane sia nella pianura costiera operarono costantemente numerosi raggruppamenti anarchici, che ovunque si trovarono ad affrontare la criminale repressione nazifascista.
Il carrarino fu infatti teatro di alcune delle stragi più efferate commesse dai tedeschi e dai loro servi repubblichini: basti pensare ai massacri delle popolazioni del paesino di Sant’Anna di Stazzena (560 morti, 12 agosto 1944), di Vinca (173morti, 24 agosto 1944) e di San Terenzo Monti (163 morti, 19 agosto 1944). E l’elenco non finisce certo qui. In questa tragica realtà di guerra, distruzioni e rappresaglie, gli anarchici del carrarino ebbero il grande merito di organizzare e di difendere la vita della popolazione nella città di Carrara.
Soprattutto i compagni si incaricarono di assicurare il regolare flusso degli approvvigionamenti, e di far funzionare l’Ospedale, continuando nel contempo la lotta armata contro il nemico.
Indispensabili erano i fondi, ed il loro reperimento resta una delle pagine più belle scritte dagli anarchici carraresi. Il metodo adottato fu quello di convocare i ricchi possidenti, e di obbligarli a versare ingenti somme ai partigiani, sotto la
minacci delle armi e dietro regolare... ricevuta di versamento!
Di questa anzi venivano stilate tre copie una per il versatore, una per il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) ed una per il compagno Ugo Mazzucchelli, comandante della Lucetti, presso la cui sede avvenivano queste convocazioni.
Così fu possibile aiutare le famiglie più bisogno se, finanziarie le formazioni partigiane e l’Ospedale, rinsaldando quella forte unita fra popolo e partigiani anarchici, che resta la lezione più importante della resistenza anarchica nel
carrarino.

lunedì 24 dicembre 2007

Usa. Lasciateci torturare in pace


Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere.
(George Orwell)

In un sondaggio dello scorso anno, realizzato dalla Bbc, era emerso che il 29% dei cittadini britannici intervistati era favorevole alla reintroduzione della tortura "in certe circostanze". Negli Stati Uniti la percentuale di chi si dichiara a favore della violenza legale contro i prigionieri risulta essere del 36%, mentre in Italia si registra un 14% di "possibilisti", sponsorizzati dalla Lega Nord quale portavoce delle peggiori psicopatologie collettive, ma anche rassicurati dal fatto che –incredibilmente - in Italia il delitto di tortura non è ancora contemplato nel codice penale.
Questi dati, seppure frutto di rilevazioni statistiche, indicano comunque la diffusione di un'opinione che ormai si va allargando nelle cosiddette democrazie, grazie soprattutto alla creazione della figura di un nemico, visto come il Male assoluto, contro cui è lecito usare ogni mezzo, compresa la negazione di quei diritti umani elementari su cui teoricamente dovrebbero fondarsi le democrazie liberali.
Se in passato il nemico della società è stato vestito con i panni prima dell'anarchico e poi del comunista, ora prevale l'indistinta figura dell'islamico sinonimo di fanatico terrorista, buono per ogni alibi morale e politico.
D'altronde il ricorso sistematico alla tortura nei confronti dei sospetti terroristi, è stato ritenuto un mezzo giustificato dal fine persino da settori ed esponenti liberal della società statunitense, quali ad esempio Alan Dershowitz esimio professore di legge ad Harvard, favorevole alla sua legalizzazione; legalizzazione in realtà già riconosciuta da direttive neanche troppo segretamente emanate dal ministero della giustizia degli Stati Uniti.
Da documenti ufficiali risulta confermato che l'attuale amministrazione Bush autorizza sui detenuti trattamenti quali l'ipotermia, la privazione del sonno o la simulazione di asfissia, senza ritenere che tali misure siano equiparabili, dal punto di vista legale, a torture. D'altronde metodi analoghi rientrano nel normale regime carcerario statunitense, specialmente nei reparti di massima sicurezza.
Persino l'ex presidente Jimmy Carter in una recente intervista alla Cnn è giunto ad ammettere che "abbiamo detto che la Convenzione di Ginevra non si applica alla gente di Abu Ghraib e a Guantanamo e abbiamo detto che possiamo torturare i prigionieri e privarli del diritto di venir incriminati dei reati di cui sono accusati"; circostanze queste ancora più inquietanti se si pensa che secondo le indicazioni stilate dal Pentagono i detenuti potranno essere condannati a morte anche in base alle confessioni estorte sotto tortura.
Altri inquietanti dettagli sono emersi anche dalla recente divulgazione del manuale riguardante le procedure operative applicate nel campo di Guantanamo (Camp Delta Standard Operatine Procedures), tra cui sono esplicitamente incluse varie tecniche di manipolazione psicologica anche attraverso l'uso dei cani, paradossalmente definiti Military Working Dog.
D'altronde, è notorio che nei centri d'addestramento Usa, come quello famoso di Fort Bragg, ai componenti dei reparti speciali Usa si insegnano anche le tecniche più estreme per gli interrogatori dei prigionieri; significativa al riguardo la testimonianza di un cittadino britannico, rinchiuso a Guantanamo, che ha riferito di aver subito torture sia fisiche che psicologiche da agenti statunitensi, tra cui ferite ai genitali e l'ascolto forzato di musica ad altissimo volume.
Nell'aprile dello scorso anno, infatti, secondo un rapporto diffuso da tre organizzazioni per i diritti umani, erano almeno 460 i casi di persone vittime di abusi e torture in Iraq, Afganistan e Guantanamo, per mano di circa 600 tra contractor e militari Usa.
L'opinione di Orwell trova quindi puntuale conferma seguendo la politica statunitense, almeno a partire dalla vicenda di Abu Ghraib nel 2004, quando il Pentagono giunse ad ammettere 35 casi accertati di tortura su prigionieri in mano alle forze Usa in Iraq e Afganistan presso la base di Bagram, nonché 25 vittime tra gli stessi.
Queste e altre violazioni dei diritti umani erano state da tempo segnalate anche dalla Croce Rossa Internazionale, ma per mesi tali rapporti erano rimasti lettera morta.
In seguito alle inchieste giornalistiche e alle indagini legali, risultava che le pratiche applicate ai danni dei prigionieri erano previste e codificate dal Pentagono in un sistema denominato R-21, imposto anche alle altre forze della coalizione antiterrorismo, infatti analoghi crimini sono stati compiuti da militari britannici nella provincia di Bassora. Tra gli altri carceri dell'incubo veniva segnalato quello della città di Mosul.
Nel maggio 2004, la vedova di Massimiliano Bruno, militare morto nell'attentato di Nassiriya faceva accenno a sevizie compiute da soldati italiani su cinque fermati, ma rapidamente ritrattava, togliendo dai guai il governo.
In seguito, emergeva anche la circostanza che i militari australiani erano al corrente di quanto normalmente avveniva nel carcere di Abu Ghraib che, peraltro, nel maggio vedeva la rapida scarcerazione di oltre mille detenuti che potevano rivelarsi altrettanto testimoni scomodi. Secondo alcune rivelazioni giornalistiche risulta, che oltre ai militari statunitensi incaricati della sorveglianza, nel famigerato carcere operavano funzionari dell'Oga (Altra agenzia del governo), facente capo alla Cia, ma anche medici militari collusi con gli aguzzini in uniforme.
Nel giugno 2004, un contractor che aveva lavorato per la Cia, David Passaro, viene incriminato da un tribunale Usa per aver torturato e ucciso un prigioniero di guerra in Afganistan; è il primo civile inquisito per abusi sui prigionieri, ma non sarà l'ultimo, dato che ai mercenari delle compagnie private di sicurezza è appaltata pure la gestione delle carceri.
Il Dipartimento della difesa Usa escludeva quindi la possibilità che su Abu Ghraib potesse essere condotta un'inchiesta indipendente, come richiesto più volte da organizzazioni umanitarie quali Amnesty International e Human Rights Watch.
Un anno dopo, nel 2005, i militari statunitensi riconosciuti nelle foto che ritraevano le vessazioni e le uccisioni, in parte vengono assolti mentre alcuni sono condannati a pochi mesi; condannati dalla corte marziale britannica anche tre soldati inglesi. Almeno cinque denunce internazionali, promosse da varie associazioni (Il Centro Europeo per i diritti umani e costituzionali, la Lega francese per i diritti umani, la Federazione internazionale per i diritti umani…), gravano tutt'ora su Donald Rumsfeld per aver "aver autorizzato la tortura e il trattamento disumano e degradante di prigionieri", ad Abu Ghraib, a Guantanamo e in Afganistan; ma le autorità statunitensi e irachene non hanno mai aperto un'inchiesta sulle responsabilità dell'ex-segretario di Stato e dei vertici militari Usa, nonostante che anche l'ex-generale dell'Us.Army, Janis Karpinski, già comandante del carcere di Abu Ghraib e di altre strutture detentive irachene, abbia depositato a riguardo una compromettente testimonianza scritta alla procura di Parigi.
Il dominio non può infatti mettere in discussione l'utilizzo della tortura, non tanto per strappare informazioni, ma per diffondere il terrore non solo tra i malcapitati rinchiusi nelle strutture di detenzione ma soprattutto tra i possibili oppositori e resistenti che sono fuori di esse.
Migliore conferma non è immaginabile, se non dalle parole dei militari incriminati per Abu Ghraib: "la tortura è lo strumento più efficace per ottenere il controllo sociale".
Niente da aggiungere.

Testimonianza di Pasquale Valitutti su Pinelli


Dopo l'ultima sentenza sulla strage di Piazza Fontana, una sentenza politica che non tiene conto della realtà dei fatti (ma ci si poteva aspettare altro?) ci sembra doveroso e soprattutto utile, riportare la testimonianza di Pasquale Valitutti, uno dei moltissimi anarchici (tra cui Pinelli) ad essere portato in questura subito dopo l'esplosione della bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura il 12 dicembre 1969: a poche ore dalla strage la polizia aveva già trovato i colpevoli... Pasquale è l'ultimo compagno ad avere visto Pinelli vivo: la sua testimonianza è fondamentale per capire l'assassinio di Pino. Quella che segue è la trascrizione dell'intervento di Valitutti nel corso dell'iniziativa "verità e giustizia" svoltasi il 18 marzo 2004e organizzata dal Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa e dal Centro Sociale Leoncavallo. In alcuni tratti la qualità della registrazione scade e alcune (poche) parole risultano non comprensibili, le abbiamo sostituite con (...). Il senso dell'intervento, in ogni caso, rimane chiarissimo.
Buona sera, sono molto contento di essere qui. Non immaginate quanto. Sono commosso e contento. Vorrei prima di tutto ringraziare il Leoncavallo per lo spazio, poi vorrei ringraziare Mauro, senza di lui non sarei qua. Lui mi ha aiutato, spinto, incoraggiato. Poi vorrei ringraziare Licia, la moglie di Pino Pinelli, senza il suo coraggio che dura da 34 anni, senza la sua ferma determinazione probabilmente non saremmo qua stasera a parlare di questo caso e vorrei ricordare due compagni carissimi che non ci sono: Pietro a cui sono legato da affetto e Augusta, chi l'ha conosciuta la ricorda. L'ultima volta che ho parlato di Pino è stato molto tempo fa, era un momento molto diverso da questo, mi ricordo il periodo: l'Italia aveva appena vinto i mondiali di calcio del 1982; ero in Nicaragua verso il 19 di luglio, avevano fatto un battaglione di riserva ( formato dai ragazzi dei quartieri ) andava alla frontiera, nella foresta nicaraguense a difendere quel paese dai mercenari pagati dagli americani. E, nel mio spagnolo terribile, parlai a questi ragazzi dei compagni italiani che lottavano. Loro non capivano "Ma non è un paese democratico l'Italia? Non è un paese libero?" Allora gli ho spiegato un po' di cose...Ma questo non è importante, l'importante è che c'è stasera lo stesso spirito che c'era là . Uno spirito strano, uno spirito speciale che ci riunisce tutti quando il potere diventa arrogante, diventa superbo, diventa presuntuoso. Là il potere era diverso, li erano gli americani, qua è il nostro potere, quello contro cui combattiamo. C'è lo stesso spirito perchè loro sapevano e noi sappiamo di avere ragione. Non abbiamo il 99% di ragione abbiamo il 100%. Chiediamo giustizia per un compagno assassinato. Mi si dice che io sono uno dei testimoni di quella sera, ma io vorrei che da stasera in poi ci fossero tanti testimoni. Io cercherò di portare via con me, in quella notte, tutti voi, cercherò di farvi capire quello che è successo, di farvelo vivere,di farvelo sentire. E vorrei che diceste "anch'io c'ero, anch'io sono testimone". Io ho sentito con le mie orecchie, ho capito quello che è successo. Voi sapete il preambolo: la strage di Piazza Fontana, subito dopo hanno fatto una grandissima retata solamente con gli anarchici. Sembrava ci fossero solo gli anarchici potenziali bombaroli. Hanno riempito la questura di Milano di tantissimi anarchici e di tanto in tanto li interrogavano, li mandavano a casa, qualcuno lo mandavano a casa senza interrogarlo, arriva la sera del 15 dicembre e siamo rimasti solo io e Pino Pinelli, gli altri erano tutti andati a casa. Vediamo insieme come era il posto: l'ufficio politico della questura di Milano era un appartamento: c'era una porta di ingresso, c'era un lungo corridoio, su questo corridoio da un solo lato c'erano varie stanze. Io ero in una stanza che era più vicina alla porta d'ingresso rispetto alla stanza vicina dove poi sarebbe stato stato interrogato Pino. è sera tardi non c'è riscaldamento, non c'è assolutamente nessuno, c'è un silenzio agghiacciante. Sono seduto al tavolo con Pino lui è tranquillissimo, serenissimo. Lui è un compagno più grande di me e mi incoraggiava: io dicevo "siamo qui da diverso tempo" lui diceva "ma no, siamo rimasti noi, adesso tra un attimo ci chiamano e ci lasciano, ce ne andiamo a casa e finisce sta storia" era tranquillo, sereno, parlava cosi. Verso le 10 e mezzo vengono e portano Pino per l'interrogatorio. Erano il commissario Calabresi, altri 2.Io resto solo, assolutamente solo nella stanza. Davanti a me non c'è una finestra,o una porta. Ho una parete completamente aperta, con una grande apertura, con quattro finestre, molto più asse delle finestre, su un corridoio, completamente vuoto davanti a me. Da questo corridoio passano, portando Pino, Calabresi e gli altri, e vanno nella stanza vicino. Chi dice che Calabresi non era in quella stanza sta mentendo, nel più spudorato dei modi. Calabresi è entrato in quella stanza, è entrato insieme agli altri, nessuno più uscito. Io ve l'assicuro, era notte fonda, c'era un silenzio incredibile, qualunque passo, qualunque rumore rimbombava, era impossibile sbagliarsi, lui era in quella stanza.Dopo circa un'ora che lui era in quella stanza, che c'era pino in quella stanza, che non avevo sentito nulla, quindi saranno state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso, dei rumori,un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei mobili, delle sedie, delle voci concitate. Non ho sentito quello che hanno detto e non mi sono inventato quello che hanno detto, non li ho sentito e non l'ho detto non ho detto una virgola che non sia la più chiara e assoluta verità . Qualcosa è successo in quella stanza. Dopo circa 20 minuti ho sentito un rumore. Io non voglio fare retorica, era un rumore sordo, muto, cupo, io non sapevo cosa fosse,non sapevo proprio neanche lontanamente avevo immaginato che cos'era quel rumore, e subito immediatamente vengono due poliziotti, mi mettono con la faccia contro la parete e mi dicono "si è buttato"allora realizzo che quel rumore era il corpo di Pino che cadeva, che moriva, un rumore sordo, cupo,bruttissimo... e e nessuno è uscito da quella stanza fino a quel momento, nessuno. Quando io ho detto queste cose, perchè dopo mi hanno preso e mi hanno portato subito a San Vittore,perchè era scaduto il tempo del fermo, e il giorno dopo mi han fatto uscire nessuno mi ha interrogato, non ho mai saputo perchè fossi rimasto là fino a quell'ora di notte... quando io ho detto queste cose io non sapevo niente, che il commissario Calabresi aveva detto che lui non c'era in quella stanza. Non lo potevo immaginare e neanche sognare.Mi hanno detto "è uscito qualcuno?" l'avvocato "No, sicuramente non è uscito nessuno". Perchè una volta che è entrato Pino stavo in attenzione, perchè dopo sarebbe toccato a me, volevo andare a casa, stavo attentissimo a quello che succedeva,e ve lo posso giurare, non è uscito nessuno, erano ancora là dentro tutti, assolutamente tutti. (...)in quel momento è successo questo compagni. Sicuramente. Non c'è dubbio su quello che è successo, la realtà è questa. (...) Qualcuno ha fatto qualcosa a un compagno. Io non so se gliel'ha fatto apposta, se ha sbagliato la misura, e quindi non posso dirlo, non posso scaricare lo sdegno su questo, perchè non lo so, ma qualcosa è successo, qualcosa hanno fatto a un compagno. Poi è successa una cosa schifosa, orribile, indecente, che non ha parole, hanno preso un compagno svenuto, incosciente, e per nascondere (...) l'han buttato dalla finestra. Qualunque altra versione è falsa. Questo è esattamente quello che è successo là dentro, è la sola cosa che può spiegare quello che è successo. Hanno organizzato questi miserabili per nascondere il loro crimine prendono e buttano un compagno inerme, e lo buttano giù dalla finestra. E' caduto sulla testa, non si è difeso, non era cosciente (...) inerme e l'han buttato giù. E nel frattempo, a Roma succedeva questo a quel povero Pietro, me l'ha detto, c'era anche la Pia, una compagna dolcissima e carinissima che anche lei mi ha rubato un po' l'anima, come tutti i compagni, lei in particolare una compagna straordinaria, c'era anche lei quando Pietro mi diceva (...)ero là ha Roma, mi avevano fermato, e c'era il solito poliziotto, e mi diceva "Guarda Pietro, non te preoccupà " all'improvviso a mezzanotte mi saltano addosso, mi mettono a faccia in giù, mi mettono le manette, mi dicono "sei tu, sei tu l'assassino". Tre delitti sono successi quella sera. Prima, prima hanno fatto del male a un compagno, poi l'hanno buttato giù per nascondere il primo crimine e hanno arrestato Valpreda per dare un senso al secondo crimine. Forse qualcuno di voi non si ricorda e altri non possono sapere, la prima persona della polizia di Milano, subito dopo la morte di Pino ha detto "si è buttato dalla finestra gridando "Valpreda è colpevole, è l'anarchia è finita". Hanno mentito tutti, dal questore a tutti gli altri che erano nella stanza. Poi, no, la versione è cambiata, i bugiardi hanno detto un'altra cosa. Ma quale credibilità può avere gente che ha mentito subito quando poi dice un'altra cosa? Sicuramente nessuna. Dopo avere fatto questo cos'è successo? Ci hanno anche preso in giro (...) guardate a che punto si può arrivare... continuano a mentirci, e a dirci una serie di cose che non sono assolutamente neanche lontanamente vere. Quello che ha detto il compagno Mauro è verissimo: è importante ristabilire la verità . Compagni, io non esprimo opinioni, le opinioni le lascio a voi, io dirò i nomi degli assassini del compagno Pinelli, uno per uno e vi dico che sono degli assassini, perchè chi ammazza un essere innocente è un assassino, se no poi le missioni di guerra imperialista diventano missioni di pace. Ognuno deve prendersi il nome che si merita. Panessa, Mainardi, Muccilli, Lograno, Calabresi, Caracuta siete tutti degli assassini. Noi vogliamo, continuiamo a volere, a pretendere giustizia per i nostri morti, per tutti, per Pinelli, per i ragazzi morti e anche per i morti di piazza Fontana, perchè la strage è stata una strage di stato.

"Il mio identikit politico è quello di un libertario, tollerante. Se poi anarchico l'hanno fatto diventare un termine orrendo... In realta' vuol dire solo che uno pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia, le stesse capacità" ( Fabrizio De André )